Quando la natura si prende cura delle persone 

Da una serra per le persone con Alzheimer a un giardino multisensoriale per le persone con disabilità: a Origgio, all’interno del garden del Centro del Verde Toppi, il confronto tra ricerca scientifica, cooperazione sociale e territorio per scoprire come la natura possa diventare uno strumento di benessere, inclusione e qualità della vita  

I relatori e i partecipanti al convegno “Coltivare Benessere” dello scorso 6 giugno

Può la natura diventare uno strumento di benessere per le persone più fragili? 

È da questa domanda che è nato il convegno “Coltivare Benessere”, promosso dalle cooperative sociali Solidarietà e Servizi di Busto Arsizio e la Meridiana di Monza e ospitato sabato 6 giugno all’interno di una suggestiva serra del Centro del Verde Toppi di Origgio. Una mattinata di altissimo livello, che ha riunito ricercatori universitari, professionisti, operatori sociali, amministratori pubblici e cittadini attorno a un tema tanto affascinante quanto concreto: il rapporto tra natura, multisensorialità e qualità della vita. 

UNA CURIOSITÀ CHE HA FATTO NASCERE UNA RETE

 «Tutto è nato da una parola semplice: curiosità», racconta Giacomo Borghi, consigliere delegato di Solidarietà e Servizi. «Quando abbiamo iniziato a progettare ANABÍŌSCO, il giardino multisensoriale che sorgerà nella nuova casa per persone con disabilità di Caronno Pertusella, ci siamo posti alcune domande: qualcuno ha già intrapreso questo percorso? Quali risultati ha ottenuto? Esistono evidenze scientifiche che dimostrano i benefici della natura sulle persone fragili? E soprattutto, cosa possiamo imparare da queste esperienze?». 

La ricerca di interlocutori autorevoli ha portato a incontrare la Cooperativa La Meridiana di Monza e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, partner del progetto “La natura che cura”, che prevede la realizzazione di una serra sensoriale all’interno del Paese Ritrovato, il primo villaggio Alzheimer d’Italia.  

DUE ESPERIENZE DIVERSE, UNA STESSA VISIONE 

È nato così un dialogo tra due storiche realtà del Terzo Settore lombardo. Da una parte Solidarietà e Servizi, impegnata da oltre quarantacinque anni a costruire percorsi di autonomia, inclusione e qualità della vita per le persone con disabilità. Dall’altra La Meridiana, da cinquant’anni punto di riferimento nella cura degli anziani e delle persone con Alzheimer. 

Entrambe hanno scelto di guardare alla natura non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante dei percorsi di cura e di benessere. E proprio da quel confronto di esperienze è nato anche il desiderio di dar vita e condividere un momento pubblico di approfondimento e condivisione. 

QUANDO LA SCIENZA INCONTRA LA CURA 

Uno degli aspetti più significativi del convegno è stato il contributo dei ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, coinvolti nel progetto “La natura che cura”. 

Il botanico Rodolfo Gentili, responsabile del team di ricerca e il medico Paolo Mazzola hanno illustrato le evidenze scientifiche che dimostrano come il contatto con la natura e gli ambienti multisensoriali possa produrre benefici concreti sul piano psicologico, cognitivo e fisico.  Riduzione dello stress e dell’ansia, miglioramento dell’umore, maggiore capacità di orientamento, incremento delle relazioni sociali e della partecipazione alle attività quotidiane sono solo alcuni degli effetti documentati dalla letteratura scientifica. 

Marco Fumagalli, vicepresidente della Cooperativa La Meridiana,  ha raccontato il percorso che ha portato alla nascita della serra sensoriale destinata alle persone con malattia di Alzheimer all’interno del “Paese Ritrovato”. 

I CINQUE SENSI COME STRUMENTO DI BENESSERE 


Se la ricerca conferma i benefici della natura, la pratica quotidiana nei servizi mostra come questi principi possano tradursi in esperienze concrete. Durante il convegno si è parlato di multisensorialità come strumento educativo, relazionale e terapeutico. Un approccio che passa attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi: vista, udito, olfatto, tatto e gusto. 

Cristina Ridolfi, responsabile dei Centri Diurni di Solidarietà e Servizi, ha raccontato l’esperienza maturata in questo settore attraverso strumenti come le stanze Snoezelen.  

ANABÍŌSCO: UN GIARDINO PER L’AUTONOMIA E LA QUALITÀ DELLA VITA 


A Caronno Pertusella questa visione prenderà forma concreta nel progetto ANABÍŌSCO, il giardino multisensoriale progettato dall’architetto Magalì Roig Liverato, che durante il convegno ha ha illustrato come i principi della neuroarchitettura possano guidare la progettazione di spazi capaci di favorire il benessere delle persone.  
Il giardino sorgerà all’interno del polo che ospiterà diversi servizi per le persone con disabilità: il Centro Diurno Disabili “Il Girasole”, il Centro Sperimentale “Fabio Viganò” per minori con disturbi del neurosviluppo e le nuove 2 case dedicate all’autonomia abitativa, che saranno pronte ad accogliere 10 persone con disabilità entro il mese di dicembre, realizzate in coprogettazione con il Comune di Caronno Pertusella e grazie al sostegno di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo. 

ANABÍŌSCO è un progetto reso possibile anche grazie al contributo di Fondazione BPM e alla collaborazione di partner che hanno scelto di condividere non solo un obiettivo, ma una visione comune del benessere. 

Tra questi il Centro del Verde Toppi, che ha ospitato il convegno all’interno delle proprie serre, offrendo una cornice particolarmente significativa per i temi affrontati. 

«Siamo stati molto felici di ospitare il convegno perché condividiamo pienamente i principi che stanno alla base di questi progetti», commenta Beatrice Toppi. «Come voi, anche noi siamo fermamente convinti del potere curativo della natura e siamo entusiasti all’idea di poter contribuire alla sensibilizzazione e alla diffusione di questa consapevolezza». 

È forse questo il messaggio più importante emerso da “Coltivare Benessere”: prendersi cura delle persone significa guardare anche a ciò che spesso viene considerato un dettaglio. La qualità degli spazi, la bellezza, la natura, le relazioni. 

Significa avere il coraggio di costruire alleanze e mettere insieme competenze diverse per trasformare una buona idea in un’opportunità concreta per la vita delle persone.  «Per noi la collaborazione non è soltanto una parola», conclude Borghi. «Il nostro motto è “Insieme ci riusciamo” e cerchiamo ogni giorno di renderlo concreto. Crediamo che i progetti migliori nascano quando ricerca scientifica, cooperazione sociale, istituzioni, cittadini e imprese si incontrano e costruiscono qualcosa insieme».  


Dalle annotazioni di San Carlo Borromeo al lavoro che genera dignità: così la digitalizzazione diventa un bene per tutti 

Grazie a un progetto sostenuto da imprese del territorio e realizzato da lavoratori di  Solidarietà e Servizi, il patrimonio storico della biblioteca dei Padri Oblati Missionari di Rho diventa accessibile a un pubblico sempre più ampio. Un’iniziativa che unisce tutela della cultura, inclusione lavorativa e innovazione sociale  

Da sinistra: Marcello, Stefano, Emma, Luca, Federica, Davide insieme a Padre Gianfranco Barbieri

Per oltre quarant’anni padre Gianfranco Barbieri, responsabile dell’archivio e della biblioteca del Collegio dei Padri Oblati Missionari di Rho, si è posto la stessa domanda: come rendere accessibile un patrimonio immenso senza metterne a rischio la conservazione? 

Oggi quella risposta prende forma tra scaffali colmi di volumi antichi, manoscritti secolari e tecnologie all’avanguardia. Grazie a loro. Un team di 5 persone (di cui 4 con disabilità) del reparto Gestione Documentale di Solidarietà e Servizi, impegnato nella digitalizzazione di opere custodite nella biblioteca degli Oblati, un vero e proprio patrimonio che racconta la storia della congregazione, del Santuario di Rho, del territorio e delle sue prime missioni popolari. 

Tra i documenti più preziosi spicca la Bibbia appartenuta a San Carlo Borromeo, fitta di annotazioni, sottolineature e commenti autografi, che molto dicono del background biblico e teologico del grande Santo ambrosiano. Un documento unico che, grazie alla digitalizzazione, potrà essere studiato in modo approfondito senza sottoporre l’originale a continui rischi di deterioramento. 

«Abbiamo più di duecento cinquecentine, numerosi manoscritti e documenti rarissimi.» racconta padre Barbieri. Quando uno studioso arriva in biblioteca non sempre me la sento di affidargli certi volumi: sono fragili e in passato non sono mancati furti e danneggiamenti. Con la digitalizzazione possiamo conservare gli originali e mettere a disposizione di tutti i contenuti in totale sicurezza». 

DIETRO OGNI PAGINA DIGITALIZZATA C’È UNA PERSONA CHE CRESCE 

E così dall’8 giugno Emma, Luca, Marcello, Stefano e Davide  sono presso il Collegio dei Padri Oblati a svolgere il lavoro. Utilizzano uno scanner planetario professionale (un macchinario sofisticato dedicato alla scansione di beni culturali archivistici e librari, che consente di digitalizzarli senza contatto), effettuano controlli qualitativi e quantitativi sulle immagini e si avvalgono di software di photoediting basilari per la correzione di piccole imperfezioni. 

«La digitalizzazione è un’attività altamente qualificata», spiega Federica Madoi, team leader del reparto documentale  di Solidarietà e Servizi. «Gli operatori sviluppano competenze tecniche specifiche nella gestione dei beni culturali, imparano a utilizzare strumenti avanzati e a lavorare con grande precisione.» 

Ma il cuore del progetto non è soltanto tecnologico. 

«Trattandosi di un cantiere esterno, crescono anche in autonomia, capacità di problem solving e gestione delle responsabilità. Sono esperienze che valorizzano le persone e ne accrescono le opportunità professionali». 

Lo raccontano bene anche le parole di chi vive questa esperienza ogni giorno. 

«La sorpresa più grande è stata sentirmi degna di maneggiare testi storici così importanti», racconta Emma, una delle lavoratrici che sono su questa commessa. «La prima volta che ho avuto tra le mani la Bibbia di San Carlo Borromeo ho provato un’emozione indescrivibile. La mia prima preoccupazione era di avere le mani ben pulite prima di poterla sfogliare. Di solito questi volumi si vedono solo al museo dentro una teca. Qui invece ci viene affidata una responsabilità importante e questo mi rende orgogliosa del lavoro che stiamo svolgendo». 

Per Davide, un altro lavoratore,  il progetto rappresenta anche una conquista personale: «Ripenso agli inizi della mia malattia e a come stavo allora. Oggi mi trovo a lavorare su documenti preziosi utilizzando tecnologie avanzate. Sono contento e stupito della strada che ha preso la mia vita lavorativa». 

DALLA CULTURA ALLA DIGNITÀ: UN BENEFICIO PER TUTTA LA COMUNITÀ 

Per padre Barbieri il valore più profondo del progetto va oltre la tutela dei documenti. 

«Seguendo anche altre esperienze presenti sul territorio italiano, ho scoperto un modo nuovo di dare dignità alle persone più fragili. Non si tratta di assisterle o di compatirle, ma di riconoscerne il valore attraverso il lavoro. Questi ragazzi si guadagnano da vivere, si sentono utili, crescono professionalmente e umanamente. È un bene per loro, per le famiglie e per tutta la società». 

Il religioso richiama anche le parole di Papa Francesco, che invitava a superare la logica delle “persone di scarto”, e vede in iniziative come questa una concreta applicazione del messaggio rilanciato recentemente da Papa Leone XIV nella riflessione sulla “Magnifica Humanitas”. 

«Valorizzare le persone che spesso vengono considerate marginali significa far crescere l’intera comunità. Questi ragazzi non pesano sulla società: ne diventano una risorsa. E nello stesso tempo si salva un patrimonio culturale che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Se possiamo fare entrambe le cose insieme, allora abbiamo trovato una strada che merita di essere percorsa da molte altre realtà. Tante altre aziende possono ispirarsi a questo modello virtuoso».


Mariolina, una vita per imparare: dai primi sogni da maestra all’autismo, accompagnando ogni età della crescita 

In Solidarietà e Servizi come Coordinatrice del Centro Socio Educativo Oltre e del centro per minori con autismo AliBlu, Mariolina Caputo racconta un percorso professionale costruito su studio, formazione continua, lavoro di équipe e una convinzione profonda: nessuna persona può essere compresa fuori dal proprio sistema di relazioni   

Mariolina Caputo, pedagogista e coordinatrice del CSE Oltre e di Aliblu

Se c’è un filo rosso che attraversa tutta la vita professionale di Mariolina Caputo è la curiosità. La voglia di imparare, di rimettersi in discussione, di cercare nuove chiavi di lettura per comprendere le persone e accompagnarle nella crescita. 

La sua passione è nata molto presto. «Da bambina mettevo le bambole in fila sul letto e facevo la maestra», racconta sorridendo. Un sogno che la porta prima alle magistrali e poi all’Università Cattolica, dove sceglie Pedagogia a indirizzo psicologico, in anni in cui la facoltà di Psicologia a Milano non esisteva ancora. Nel frattempo lavora sempre con bambini e ragazzi: doposcuola, colonie estive, attività educative. «Anche nelle situazioni più impegnative mi divertivo. Stare con i bambini mi è sempre sembrata la cosa più naturale del mondo». 

DALLA DISABILITÀ ALLE NEUROSCIENZE: LA FORMAZIONE COME BUSSOLA 

La svolta arriva all’inizio degli anni Novanta, quando viene chiamata dall’allora USL di Legnano come pedagogista all’interno dei consultori, con progetti nelle scuole. È qui che incontra per la prima volta il mondo della disabilità e del lavoro multidisciplinare. «Erano gli anni in cui si iniziava a parlare di équipe. Psicologi, assistenti sociali e pedagogisti imparavano a lavorare insieme. Per me è stata una palestra straordinaria. Ho imparato che nessuno può leggere da solo la complessità di una persona. Servono sguardi diversi che si confrontano e crescono insieme». 

Da quel momento lo studio diventa una costante della sua vita professionale. Master in Pedagogia Clinica, formazione in psicomotricità, approfondimenti sulle neuroscienze, ricerca sulle neurodivergenze e successivamente un master in counselling sistemico-costruzionista. «Ogni volta che pensavo di aver raggiunto un punto di arrivo, scoprivo una nuova domanda. Si apriva un mondo nuovo. E io sentivo il bisogno di entrarci. È la curiosità che mi ha sempre guidata». 

Quando i servizi pedagogici delle ASL vengono progressivamente dismessi, contribuisce a fondare una cooperativa. Un’esperienza che la porta a confrontarsi con il terzo settore, la progettazione, i bandi e il coordinamento di servizi complessi. «Ho imparato che educare non basta: bisogna anche costruire contesti, opportunità e reti». 

Con i ragazzi del CSE Oltre al Museum of Senses di Milano

L’APPRODO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI E L’INCONTRO CON L’AUTISMO 

L’arrivo in Solidarietà e Servizi nel 2020 segna una svolta decisiva. Dopo una prima esperienza nell’ufficio gare, nel 2021 assume il coordinamento di Pollicino, servizio dedicato ai minori con autismo. 

«Quando sono entrata nel mondo dell’autismo ho sentito il bisogno di riprendere in mano i libri. Dovevo capire chi avevo davanti: i bambini, le famiglie, gli operatori». Da lì nasce un percorso che la porterà a contribuire alla crescita di Pollicino, alla nascita di Avanti Tutta per gli adolescenti e successivamente al coordinamento del Centro Socio Educativo Oltre per giovani adulti e adulti. 

«Ho avuto il privilegio di vedere tutte le fasi dell’autismo. I piccoli di Pollicino (e poi di AliBlu), gli adolescenti di Avanti Tutta, gli adulti del CSE Oltre. È come osservare un’unica storia che si sviluppa nel tempo». 

Questa visione complessiva rappresenta oggi uno dei suoi maggiori patrimoni professionali. «Lavorare contemporaneamente con bambini e adulti mi permette di vedere la partenza e lo sviluppo. Quello che accade all’inizio della vita aiuta a comprendere meglio tutto il percorso successivo». 

ALIBLU, LA MULTISENSORIALITÀ E IL DESIDERIO DI CONTINUARE A IMPARARE 

Nel 2024 nasce AliBlu, il centro per minori con autismo di Marnate, di cui oggi Mariolina è coordinatrice. Un progetto nato per rispondere alle lunghe liste d’attesa e diventato rapidamente un punto di riferimento per il territorio. 

Tra gli elementi più innovativi c’è l’introduzione della stanza Snoezelen, uno spazio multisensoriale progettato per sostenere il benessere e la regolazione sensoriale dei bambini. «Oggi sappiamo che ogni persona ha un proprio profilo sensoriale. Non basta proporre stimoli: bisogna conoscere come ciascuno percepisce il mondo». 

La multisensorialità rappresenta uno degli esempi più evidenti di quanto siano cambiate negli anni le conoscenze sull’autismo. «Quando ho iniziato a lavorare queste cose non esistevano. Oggi abbiamo strumenti, evidenze scientifiche e metodologie molto più raffinate. Questo però significa studiare continuamente». La formazione specifica degli operatori e l’utilizzo consapevole della stanza Snoezelen consentono di costruire percorsi personalizzati, calibrati sui bisogni di ciascun bambino. 

«Dietro ogni attività deve esserci una base scientifica rigorosa. L’autismo ci insegna che non esistono soluzioni standard, ma persone diverse da comprendere e accompagnare». 

ÉQUIPE, RETE E GENERATIVITÀ: LO SGUARDO SUL FUTURO 

Se le si chiede quale sia l’aspetto più bello del suo lavoro, Mariolina non ha dubbi. «Le mie équipe». Perché nessun progetto educativo, spiega, può esistere senza una squadra capace di condividere responsabilità, competenze e fatiche. 

«Puoi essere il massimo esperto di autismo, ma se non sai lavorare in équipe non puoi fare questo mestiere». Per questo cerca di essere una coordinatrice presente, accanto agli operatori e alle famiglie. «Non mi piace stare chiusa in ufficio. Ho bisogno di conoscere i bambini, di stare con loro, di condividere i momenti quotidiani». 

Accanto all’équipe c’è poi la rete. Scuole, servizi, famiglie, territorio. «La persona non esiste mai da sola. È sempre inserita in un sistema di relazioni». Da qui nasce anche uno dei suoi sogni: creare occasioni di incontro tra le famiglie dei bambini più piccoli e quelle degli adulti con autismo, affinché possano sostenersi reciprocamente attraverso esperienze e competenze maturate nel tempo. 

«La parola che amo di più è generatività. Mi piace quando dall’incontro tra persone, servizi e famiglie nasce qualcosa di nuovo». È la stessa idea che continua a guidarla dopo oltre quarant’anni di professione: imparare, condividere e creare opportunità perché altri possano crescere. 

Non isole, ma relazioni: quando i ragazzi dei Centri Socio Educativi diventano protagonisti della comunità  

Dagli oratori di Busto Arsizio a quelli di Samarate: i Centri Socio Educativi di Solidarietà e Servizi costruiscono alleanze con il territorio per promuovere autonomia, cittadinanza attiva e inclusione 

Olaf, un ragazzo del CSE Oltre, in un momento di servizio all’oratorio estivo Paolo VI del quartiere Beata Giuliana di Busto Arsizio

«Mi è piaciuto tanto. Ho giocato a basket, pallavolo, calcio, ho conosciuto amici nuovi e ho ritrovato quelli dell’anno scorso». Alex, 19 anni, racconta così le sue mattine all’oratorio Paolo VI del quartiere Beata Giuliana di Busto Arsizio. Accanto a lui ci sono Giacomo, che sorride ricordando le partite di pallavolo, Olaf, orgoglioso del suo ruolo di arbitro, e Paolo, che conserva il ricordo di una partita a Uno e di un pranzo condiviso con i coetanei. 

Sono frammenti semplici, ma raccontano qualcosa di prezioso: la possibilità di sentirsi parte di un gruppo, di essere accolti e riconosciuti. Un’esperienza che, come sottolinea Mariolina Caputo, coordinatrice del CSE Oltre, «raramente i nostri ragazzi vivono con questa intensità». Lo scorso anno, infatti, dai laboratori e dalle attività estive sono nate amicizie che sono proseguite anche oltre l’oratorio, fino a coinvolgere i ragazzi in serate tra adolescenti, tornei e momenti di socialità. «Per una sera sembrava che le differenze non esistessero più. I nostri ragazzi hanno sperimentato una grandissima accoglienza». 

FARE RETE PER CRESCERE INSIEME 

L’esperienza del CSE Oltre è una delle tappe di un progetto più ampio che vede i Centri Socio Educativi di Solidarietà e Servizi collaborare con gli oratori del territorio attraverso relazioni costruite nel tempo e convenzioni dedicate. 

All’oratorio Paolo VI, i ragazzi del CSE partecipano alle attività sportive come aiuto animatori, collaborano con volontari e animatori nel servizio mensa e condividono la quotidianità con bambini e adolescenti. Un’esperienza che nasce da legami concreti tra persone e che si è rafforzata anche grazie alla collaborazione con la Federazione Oratori Milanesi, grazie alla quale i CSE propongono  laboratori creativi, letture animate e momenti di sensibilizzazione sull’inclusione. 

«L’obiettivo è fare rete, aprirsi al territorio, creare occasioni di incontro autentico tra pari», spiega Mariolina.  «Per i ragazzi significa mettersi alla prova in contesti reali e sviluppare competenze che difficilmente emergono in ambienti più protetti». 

CONOSCERE E FARSI CONOSCERE 

La stessa filosofia anima il progetto del CSE Il Parco di Samarate. Due volte alla settimana, durante l’oratorio estivo cittadino (Oratorio San Carlo), i ragazzi propongono laboratori artistici e di falegnameria ai bambini, utilizzando spesso materiali di recupero. Non sono semplici partecipanti: diventano protagonisti e conducono attività pensate per gli altri. 

«Negli ultimi mesi stiamo spingendo molto sull’apertura al territorio», racconta Serena Bottigelli, coordinatrice del servizio. «Vogliamo conoscere e farci conoscere. Non siamo una realtà che ha solo bisogno di ricevere: possiamo anche offrire risorse e valore alla comunità». 

Per Solidarietà e Servizi questo rappresenta un principio educativo fondamentale che accompagna costantemente l’organizzazione dei servizi e i progetti riferiti agli ospiti: l’apertura al territorio non è soltanto una strategia organizzativa: è una visione della persona. La persona cresce quando può sperimentarsi, assumere un ruolo attivo, essere riconosciuta per ciò che sa fare. Dalla manutenzione del verde alle collaborazioni con Caritas, con il Centro di Aiuto alla Vita, scuole e oratori, il messaggio è sempre lo stesso: ogni persona può contribuire al bene comune. 

DALLA PARTE DI CHI DÀ UNA MANO 

Anche al CSE La Bussola di Busto Arsizio il progetto segue questa direzione. Ogni venerdì un piccolo gruppo di ragazzi raggiunge l’oratorio San Filippo Neri per collaborare alle attività estive. Negli scorsi mesi hanno aiutato nel riordino degli spazi; oggi affiancano animatori e volontari durante il “giocone”, supportando i bambini negli stand e contribuendo all’organizzazione della mattinata. 

«Per i nostri ragazzi è una doppia occasione di crescita», spiega la coordinatrice Ilaria Cannizzaro. «Da una parte incontrano i bambini, dall’altra si confrontano con gli animatori, che spesso sono loro coetanei. Sono chiamati a essere un esempio e questo richiede uno sforzo importante di autoregolazione emotiva e di responsabilità». 

È proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’esperienza: passare dalla posizione di chi riceve aiuto a quella di chi può offrire un contributo. Una sfida che rafforza autonomia, senso di responsabilità e percezione della propria efficacia. 

UNA COOPERATIVA CHE CONDIVIDE BUONE PRATICHE 

I progetti negli oratori si inseriscono in un percorso più ampio che coinvolge tutti i CSE della cooperativa. Dal coro Camicie Aperte ai progetti di rugby e calcetto, dalle attività con i dipendenti di McDonald’s ai mercatini presso il Bennet di Vanzaghello, fino alle collaborazioni con gli oratori, l’obiettivo è valorizzare le esperienze che funzionano e condividerle tra servizi diversi. Pur mantenendo ciascuno la propria identità e il proprio radicamento territoriale, i Centri Socio Educativi scelgono di lavorare come una rete: non realtà isolate, ma luoghi che dialogano, si contaminano e mettono in comune le buone pratiche. 

In fondo, il traguardo è tutto qui. Non soltanto partecipare a un laboratorio o a un’attività estiva, ma costruire relazioni capaci di continuare nel tempo. Come il sogno coltivato dal CSE Il Parco: vedere la prossima estate alcuni ospiti del servizio partire per la vacanza dell’oratorio in montagna, insieme al don e ai loro coetanei.
Perché il vero successo di questi progetti non è l’inclusione per qualche ora, ma la possibilità di sentirsi parte della stessa comunità, mettersi alla prova, scoprire le proprie capacità e sperimentare che ciascuno ha qualcosa da offrire agli altri.