«Qui mi sento a casa». Lavorare come educatrice professionale a Busto Arsizio: la storia di Lisa presso Solidarietà e Servizi

Una giovane educatrice professionale riscopre la propria strada tra sfide personali e la gioia di veder crescere i ragazzi.  Sei mesi in Solidarietà e Servizi che le hanno cambiato la vita.

Lisa il giorno della sua laurea, insieme ai colleghi e alle persone con disabilità del Servizio Formazione all’Autonomia

Lisa C. ha 29 anni e da sei mesi lavora come educatrice professionale a Solidarietà e Servizi. La sua storia è fatta di deviazioni, di scelte dettate da fatica e da coraggio, di piccoli trionfi quotidiani. «Fin da piccola avevo il desiderio di occuparmi degli altri» racconta Lisa «e dopo le medie ho indirizzato il mio percorso formativo in questo senso, anche se non è stato sempre lineare».

Alle superiori ha frequentato l’Istituto Professionale Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale al Barbara Melzi a Legnano, poi «mi sono iscritta alla facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università Cattolica di Milano. Ho fatto solo un anno e poi ho lasciato. Avevo 19 anni, ero poco motivata e facevo tanta fatica nello studio. Ho qualche difficoltà legata all’apprendimento» confessa. Poi il corso per diventare operatore socio sanitario: «Il percorso è stato difficile, non mi è piaciuto, ma l’ho finito perché l’avevo fortemente voluto…». I genitori speravano che trovasse lavoro come OSS, «ma non era il mio».

L’ESPERIENZA NELL’EDUCATIVA SCOLASTICA

Nel 2017 un incontro ha cambiato le carte in tavola: «Un’assistente sociale, amica di famiglia, mi ha detto: “Lisa, ho trovato un lavoro che fa per te. Stanno cercando una figura di sostegno per l’educativa scolastica”». Lisa accetta, comincia con il “servizio prescuola” a Solbiate Olona, poi sostituzioni in varie scuole del territorio. «Più lavoravo nel settore e più capivo che, se volevo continuare come educatrice, dovevo riprendere a studiare», spiega. Trova l’università telematica, lavora e studia, e dopo tre anni prende la laurea triennale: «Ho fatto sette anni come educatrice scolastica… ma a un certo punto non mi bastava più».

LA LAUREA MAGISTRALE E IL CURRICULUM IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI

La svolta arriva con la laurea specialistica in “Pedagogista della marginalità e della disabilità”: «Con la magistrale speravo di avere più opportunità». Vuole sperimentare altro, ampliare gli orizzonti. Invia il curriculum a Solidarietà e Servizi per una posizione aperta come educatore professionale al Centro Diurno Disabili di Samarate: «Per questo servizio non avevo alcuna esperienza, avrei dovuto imparare tutto» ricorda. «Giorgia, la selezionatrice, mi disse: “Vorrei tenerti perché hai un buon curriculum, stiamo cercando anche per lo SFA di Busto Arsizio, il Servizio di Formazione all’Autonomia”».

LA PROPOSTA: EDUCATRICE AL SERVIZIO DI FORMAZIONE ALL’AUTONOMIA

«Mentre Giorgia mi spiegava il lavoro allo SFA, mi si sono illuminati gli occhi», confessa Lisa. «Ho accettato la proposta e dal 16 giugno sono qui in Solidarietà e Servizi e sono la persona più felice del mondo». Da allora le mattine hanno un sapore diverso: «Mi sveglio e sono contenta di andare al lavoro, non vedo l’ora».

Al centro del racconto ci sono le persone di cui si prende cura. «La cosa più bella del mio lavoro? Le persone con disabilità del mio servizio che mi aspettano e mi vogliono bene. Lo so perché me lo dimostrano». E c’è lo stupore di chi ha trovato un’équipe che sostiene, «qui ho trovato un’équipe bellissima, meravigliosa: Oscar, Dino, Lucrezia. Siamo in quattro e ci occupiamo di 24 ragazzi e ragazze che si sperimentano in autonomia». Le attività sono concrete, quotidiane: tirocini, progetti con aziende come Tigros, giochi di gestione economica, attività all’appartamento di via XX Settembre a Busto Arsizio per imparare la gestione domestica e la cucina e poi attività sportive (piscina, yoga) e uscite socializzanti sul territorio, come serate al bowling, al cinema o a mangiare una pizza insieme.  «L’obiettivo è formarli all’autonomia», sottolinea.

«HO TROVATO IL MIO POSTO, DESIDERO RIMANERCI»

Non manca la lucidità: «L’educativa scolastica va bene se sei all’università, poi basta…» dice, spiegando perché cercava stabilità e crescita. «Il mio obiettivo per il futuro? Vorrei avere il tempo indeterminato perché tengo a questo posto e desidero rimanerci». E aggiunge, con un sorriso: «A volte mi sento più a casa qui che a casa mia».

La sua è una storia di resilienza, di scelte che hanno attraversato difficoltà personali e accettazione, fino alla certezza di aver trovato «il mio posto». «Mi piace fare l’educatrice perché è nelle mie corde, sono una persona empatica», ripete Lisa e chi l’ascolta capisce che il suo lavoro è molto di più di un mestiere: è una vocazione quotidiana, fatta di piccoli passi, di sguardi ricambiati, di giorni in cui, semplicemente, ci si sente a casa.

“Mai più soli… Insieme ci riusciamo”


«Questa è una lettera di ringraziamento per ognuno di voi…»

Durante la cena con le famiglie del Centro Diurno di Capiago Intimiano, il ricordo di Domenico attraverso le parole di ringraziamento che la sua famiglia ha dedicato a Solidarietà e Servizi

Domenico (il primo a destra) con due amici del Centro Diurno Disabili di Capiago Intimiano

Pubblichiamo con profonda emozione la lettera che i familiari di Domenico hanno voluto dedicare alla cooperativa Solidarietà e Servizi e al Centro Diurno Disabili di Capiago Intimiano, come segno di ringraziamento per il percorso vissuto insieme.

La lettera è stata letta dalla sorella e dalla nipote di Domenico in occasione del pranzo di Natale con le famiglie, lo scorso 1° dicembre, una data particolarmente significativa perché coincidente con il compleanno di Domenico.

Domenico era entrato al Centro Diurno Disabili alla fine del 2023. Originario di un piccolo paese della Basilicata, aveva sempre vissuto con la sua anziana madre e non si era mai allontanato dal contesto familiare e dal suo paese d’origine. Il trasferimento a Cantù, presso la sorella, e l’inserimento, durante le ore del giorno, nel centro di Solidarietà e Servizi hanno rappresentato per lui un cambiamento importante, affrontato con grande apertura e curiosità.

Sordomuto e ipovedente, Domenico non aveva mai avuto reali occasioni di socializzazione, ma fin dall’inizio ha trovato nel CDD un ambiente accogliente e stimolante, che ha saputo riconoscere e valorizzare il suo entusiasmo genuino. Ha partecipato con gioia a tutte le attività, mostrando un particolare amore per la pet-therapy, che lo rendeva particolarmente felice. Avrebbe voluto frequentare il CDD ogni giorno, anche nei festivi, e spesso raccontava con orgoglio del suo paese, immaginando di poterlo un giorno condividere con tutti gli operatori e gli amici del Centro.

Nel tempo trascorso insieme, prima della sua improvvisa scomparsa nell’ottobre 2024 a seguito di un incidente automobilistico, Domenico ha lasciato un segno profondo in operatori, educatori e compagni di percorso. Anche dopo la sua morte, il legame con la famiglia è rimasto vivo, attraverso visite e gesti di affetto che continuano a testimoniare una relazione autentica e reciproca.


Lettera dei familiari di Domenico

Ciao a tutti,

questa è una lettera di ringraziamento per ognuno di voi…

Quando è iniziato il nuovo percorso per Domenico a scuola – come la chiamava lui – era emozionatissimo, voi probabilmente un po’ preoccupati perché era una situazione nuova con una persona da conoscere e tante cose da insegnargli e cercare di comunicare con lui, ma avete trovato il modo di farlo sentire accolto e mai escluso con il vostro impegno costante. Come ognuno di noi abbiamo il nostro carattere, anche lui lo aveva, ma siete sempre stati comprensivi nei suoi confronti. Gli avete fatto passare delle giornate a scuola con tutte le vostre meravigliose attività piene di allegria. Ci avete sempre resi partecipi delle loro giornate con video e foto e di questo vi dobbiamo ringraziare perché per noi tutto si è fermato quella sera. I ricordi più belli li avete lasciati voi a noi, soprattutto nell’ultima gita, quando era sulla macchinina: quanto ridere che abbiamo fatto, sembrava un bambino felice nella sua spensieratezza, grazie di cuore.

Non abbiamo mai avuto occasione di ringraziare tutti i compagni di classe di Domenico e le famiglie personalmente e oggi è arrivato il momento di farlo, il giorno del suo compleanno, una coincidenza non si sa… Ma nulla accade per caso….
Voi nonostante tutto siete ancora presenti nella nostra vita e di questo siamo contentissimi perché non è nulla scontato. Oggi per noi è un momento difficile da affrontare, ma allo stesso tempo felice perché sappiamo che questa giornata è per riunire le famiglie e i ragazzi e per noi un pezzo di cuore non c’è, ma siamo presenti per lui.

Grazie di cuore da parte della mamma Rosina e i fratelli Vincenzo, Mario, Caterina, Carmela, Giorgio e tutti i nipoti Maria Giuseppa, Rossella, Giuseppe, Gianluca, Rossana e Giovanni

Buon Natale!


Un regalo che “diventa casa”: il Natale solidale di Eurojersey

Da un ricettario come dono di Natale al sostegno di un progetto di autonomia abitativa: la scelta dei dipendenti di Eurojersey racconta un modo concreto di restituire valore al territorio, insieme a Solidarietà e Servizi

I dipendenti e le dipendenti di Eurojersey che hanno aderito ai regali solidali di Solidarietà e Servizi

Tutto è iniziato da un gesto semplice. Un regalo di Natale diverso dal solito. Una scelta condivisa, capace di trasformarsi in qualcosa di molto più grande. «Da qualche anno, tra colleghe, abbiamo deciso di non farci i tradizionali regali a Natale», racconta Luigina Caccia, responsabile Risorse Umane di Eurojersey, azienda di eccellenza del tessile italiano, dal 1960 a Caronno Pertusella. «Raccogliamo invece il valore di quel pensiero e lo doniamo a una realtà diversa ogni volta. Quando ho ricevuto la proposta dei regali solidali di Solidarietà e Servizi, con il ricettario che raccoglie i “piatti del cuore” cucinati dalle persone con disabilità nelle case della cooperativa, ho sentito subito che poteva essere la scelta giusta per quest’anno». 

Un ricettario che è molto di più di una raccolta di ricette. È diventato – in questo Natale – il simbolo del progetto “Casa, Insieme”, una nuova realtà abitativa, a Caronno Pertusella, che permetterà a 10 persone con disabilità di vivere in autonomia, accompagnate da un percorso di crescita e inclusione. 

«Ne avevo già sentito parlare», prosegue Caccia. «In ottobre ho partecipato alla festa di inaugurazione del cantiere e sono rimasta molto colpita.  È un progetto che nasce qui, sul nostro territorio. Quando ho proposto l’idea alle colleghe, l’entusiasmo è stato immediato.» 

RESTITUIRE AL TERRITORIO CIÒ CHE IL TERRITORIO DONA OGNI GIORNO 

La decisione di sostenere “Casa, Insieme” non è stata casuale. «Eurojersey è a Caronno Pertusella da oltre sessant’anni», spiega Caccia. «Ogni giorno utilizziamo risorse, competenze, capitale umano che provengono da questo territorio. Per noi è naturale sentire la responsabilità di restituire una parte del valore che generiamo.» 

Un concetto che va oltre la filantropia. «Non si tratta solo di donare», chiarisce. «Si tratta di creare impatto sociale, di sostenere progetti che migliorano concretamente la qualità della vita delle persone e della comunità che ci ospita. Questo dà senso anche al nostro lavoro quotidiano. È un orgoglio poter contribuire alla nascita di una casa che permetterà a dieci persone di vivere in autonomia…». «Ogni volta che passo davanti al cantiere, mi fermo a guardare», confida. «Mi sento parte di questo percorso, è qualcosa che ci tocca da vicino». 

La proposta è stata condivisa con la direzione aziendale, che ha accolto positivamente l’iniziativa. «Ora stiamo ragionando anche su come fare rete con altre aziende del territorio», aggiunge. «L’idea è quella di trovare modalità strutturate per sostenere il progetto anche in futuro». 

UNA COLLABORAZIONE CHE NASCE DAL LAVORO 

Il sostegno a “Casa, Insieme” si inserisce in una relazione già consolidata tra Eurojersey e Solidarietà e Servizi, iniziata nel 2018. «La collaborazione è nata da un’esigenza concreta», racconta Caccia. «Avevamo bisogno di digitalizzare l’archivio commerciale e, allo stesso tempo, facevamo fatica ad inserire direttamente persone con disabilità in alcuni reparti produttivi particolarmente complessi». 

Da qui l’avvio della digitalizzazione dei documenti e, negli anni, l’affidamento di una seconda commessa strategica: l’assemblaggio delle cartelle colore utilizzate per le collezioni di Sensitive® Fabrics, il marchio brevettato dell’azienda caronnese, sinonimo di tessuto tecnico indemagliabile, composto da microfibra di poliammide ed elastomero. «Sono materiali che presentiamo ai clienti di tutto il mondo», sottolinea. «Un lavoro centrale per il nostro core business». 

Eppure, non c’è mai stato spazio per compromessi sulla qualità. «Non esiste differenza tra il lavoro svolto internamente e quello affidato a Solidarietà e Servizi», afferma Caccia. «Competenza, precisione, puntualità: il risultato è esattamente quello che ci aspettiamo. Non c’è alcuna indulgenza perché a svolgerlo sono persone fragili». 

Anche oggi, pur avendo raggiunto la copertura degli obblighi di legge, Eurojersey ha scelto di continuare la collaborazione. «È una scelta valoriale», spiega. «Crediamo nel social procurement: usare il nostro potere d’acquisto per generare valore condiviso, non solo economico». 

UNO SGUARDO AL FUTURO 

Guardando al futuro, il desiderio è chiaro: «Spero che la collaborazione con Solidarietà e Servizi possa continuare e crescere. Anche nei momenti più complessi, mantenere uno sguardo attento all’umano è ciò che rende un’azienda solida».  

E il messaggio alle altre imprese è diretto: «La tecnologia è fondamentale, ma senza persone non si costruisce nulla. Prendersi cura delle persone, dentro e fuori l’azienda, è un investimento che genera valore vero». 

Una storia che dimostra come impresa, responsabilità sociale e territorio possano davvero crescere insieme. 


Il presepe che fa rete

Ogni anno un nuovo presepe al Centro Socio Educativo “Il Parco”. Un progetto che nasce dal legno recuperato e diventa relazione, autonomia e comunità: a Samarate il presepe è molto più di una tradizione natalizia

I presepi realizzati negli ultimi anni al Centro Socio Educativo “Il Parco”

Al Centro Socio Educativo “Il Parco” di Solidarietà e Serviziil presepe non è mai stato solo il simbolo del Natale. È una storia che affonda le radici nel passato del servizio e guarda, anno dopo anno, al futuro delle persone che lo abitano. 
«Qui il presepe ha una lunga tradizione», racconta Paolo Palumbo, educatore storico del servizio. «C’era Maurizio, per tutti Pompeo: un vero Geppetto, un falegname mancato con una passione incredibile per il legno. Ogni anno costruiva con i ragazzi il presepe». Quando Maurizio va in pensione, Paolo sente che qualcosa rischia di perdersi. «Mi dispiaceva molto interrompere questa tradizione», spiega. «Così ho deciso di raccoglierne l’eredità». Non per nostalgia, ma per dare continuità a un sapere che aveva valore educativo, umano e simbolico. 

UN PROGETTO CHE SI RINNOVA, ANNO DOPO ANNO

Da quel momento il presepe diventa un progetto educativo strutturato, che ogni anno si rinnova. «Come simbolo è bello, piace molto alle persone con disabilità delle quali ci prendiamo cura», dice Paolo. «Ogni anno facciamo un presepe nuovo, diverso dal precedente». Tutto inizia a dicembre, quando il Natale è appena finito. «Ci sediamo insieme agli ospiti e pensiamo al presepe dell’anno dopo: immagini, forme, bozze di progetto. È un momento creativo e condiviso». 

Il lavoro entra nel vivo nei mesi successivi. «Da giugno inizia la produzione vera e propria», racconta. «C’è tanto lavoro di falegnameria». Il materiale non arriva da fuori, ma dal territorio e dalle attività del centro. «Nel lavoro di manutenzione del verde raccogliamo pigne, rami, pezzi di legno», spiega Paolo. «È economia circolare: ciò che la natura ci offre diventa materia per creare».  

IL LABORATORIO DEL LEGNO: IMPARARE FACENDO 

Il presepe nasce innanzitutto nel laboratorio di falegnameria, uno degli spazi più amati dalle persone con disabilità che frequentano il servizio. «Perché è concreto» –  dice Paolo. «Si vede subito quello che fai, tocchi il risultato». 

Il lavoro non è fine a se stesso. «Qui si impara attraverso il fare», sottolinea. Ogni gesto è occasione di apprendimento. Gli educatori si occupano degli strumenti più complessi — traforo, sega a nastro –   mentre le persone con disabilità partecipano secondo le proprie capacità. «C’è chi carteggia, chi incolla, chi colora. Ognuno viene valorizzato per quello che sa fare». 

UN PROGETTO CHE COINVOLGE TUTTI I LABORATORI 

Il laboratorio del legno è il cuore operativo del presepe, ma non è l’unico. «È un progetto trasversale a tutto il centro», sottolinea Paolo. «Coinvolge tutti e tutti i laboratori». Accanto alla falegnameria, il laboratorio di carta cura il packaging, oltre che i bigliettini e le decorazioni. Il laboratorio di pittura interviene per colorazioni particolari, impregnanti, finiture richieste. Il laboratorio di informatica cura i testi che accompagnano i presepi. «È un lavoro corale», dice Paolo. «Ognuno prepara un pezzo e si sente parte di qualcosa di più grande. 

IL PRESEPE SUL TERRITORIO

Un progetto che ha un riscontro concreto. «L’anno scorso ci hanno chiesto più di 80 presepi», racconta Paolo con soddisfazione. Le donazioni raccolte «servono per  autofinanziarci», spiega Paolo. «Per gite, pranzi fuori, esperienze che non gravano sulle famiglie». 

Il presepe diventa così un ponte con il territorio. Mercatini, esposizioni, collaborazioni con il Comune di Samarate e con realtà commerciali locali fanno uscire il lavoro del Centro Socio Educativo dalle sue mura. «Il territorio ci conosce, vede cosa facciamo», spiega Paolo. «E le persone che ci sono affidate si sentono parte di qualcosa di più grande». Uno dei momenti più significativi è stato portare il presepe al Sindaco di Samarate. «È stato un gesto semplice ma potente», racconta. «Abbiamo visto riconosciuto il loro lavoro». 

IL FARE INSIEME CHE DIVENTA RELAZIONE 

Il cuore del progetto, però, non è il prodotto finale. «La cosa più importante è la relazione che nasce mentre si lavora», spiega Paolo. «Il setting è fondamentale:  il luogo, il tempo, lo stare insieme». Mentre le mani sono impegnate, le persone si aprono. «Dal fare insieme si passa al raccontarsi», dice. «Ci si sente più a proprio agio, emergono storie, emozioni». È qui che il laboratorio diventa davvero educativo. «Il presepe è uno strumento, quasi un pretesto», ammette Paolo. «La relazione è il vero obiettivo». «Ogni anno cerchiamo di aggiungere qualcosa di nuovo», dice Paolo. «È un progetto vivo, che cresce con noi». 

Alla fine, il presepe resta ciò che è sempre stato, ma con un significato in più. «È legno, carta, colla», sorride Paolo. «Ma soprattutto è relazione, autonomia, rete». Un oggetto che racconta una storia fatta di mani diverse, tempi lenti e futuro condiviso. E che, ogni Natale, continua a nascere molto prima di dicembre. 


A Natale con le “Camicie Aperte”

Gli spettacoli natalizi come punto di arrivo di un percorso educativo: la storia del Coro “Camicie Aperte” di Solidarietà e Servizi. Un luogo dove si sperimenta bellezza, identità e relazione

Alcuni coristi delle “Camicie Aperte”

 

«Quando canto mi sento un Thomas diverso: metto da parte la rabbia e faccio sentire la mia voce». 
Per Thomas, del CSE “La Bussola”, salire sul palco con le Camicie Aperte significa affrontare l’imbarazzo e la paura, ma anche realizzare un desiderio coltivato fin da bambino. 

«Ho conosciuto amici di altri CSE, ed è stato emozionante stare in posti nuovi», racconta Simone, del CSE “Il Parco”. «Il tema dello spettacolo, ispirato a Liliana Segre, è stato molto importante. Spero in un nuovo spettacolo insieme». 

Per Samuele, la musica è soprattutto condivisione: «Le Camicie Aperte mi danno la possibilità di fare musica e di avere amici con cui condividere la stessa passione». 

Davide aggiunge: «Le Camicie Aperte mi permettono di tirare fuori il meglio di me. Le esperienze dal vivo mi mettono pressione, ma riesco a vincerla: è una rabbia positiva che mi fa suonare e cantare meglio». 

Sono proprio le parole dei coristi ad introdurre nell’esperienza del progetto musicale delle “Camicie Aperte”.

IL NATALE COME MOMENTO DI RESTITUZIONE 

Le luci si abbassano, il pubblico si raccoglie in silenzio. Sul palco salgono le “Camicie Aperte”, un coro composto da 28 persone con disabilità, accompagnate dai loro educatori . Per chi guarda è uno spettacolo; per chi canta e suona è molto di più. È il momento in cui mesi di prove, emozioni e lavoro educativo prendono forma davanti a famiglie, amici e territorio. «Il Natale è sempre stato un’occasione speciale», raccontano Oscar Cucchetti e Sonia Ferraro, educatori e responsabili del progetto. «È il momento in cui i ragazzi possono portare fuori quello che hanno costruito, mostrarsi in un ruolo diverso, riconosciuto». 

In questi ultimi mesi le occasioni sono state diverse: a Inveruno, presso la Sala Virga della Biblioteca Comunale, a Busto Arsizio, in viale Toscana, sede dei Centri Socio Educativi “La Bussola” e  “Polaris” e del Servizio Formazione all’Autonomia “La Stella”. A Sumirago, infine, dove le Camicie Aperte hanno allietato il Natale delle persone anziane della RSA del paese.  

DALLE PRIME ESIBIZIONI NATALIZIE A UN PROGETTO STRUTTURATO 

Il progetto musicale nasce nel 2019, quando Oscar arriva in Solidarietà e Servizi e dà nuova forma a laboratori musicali già presenti in alcune strutture. Il primo vero passo è proprio uno spettacolo natalizio che ha coinvolto il CSE “Polaris” e lo SFA “La Stella”, costruito insieme alle educatrici Serena Bottigelli e Laura Tarsilla. «L’idea iniziale era semplice», spiegano. «Raccontare una storia attraverso canzoni e letture. Da subito abbiamo capito che la musica poteva diventare un potente strumento di relazione e abbiamo deciso di continuare». 

Nel 2021 arriva Sonia Ferraro, educatrice professionale e cantante per passione. Con lei il progetto cresce e si struttura come un vero coro con strumenti. Alla dimensione educativa si  affianca quella tecnica: l’esigenza è quella di crescere anche su questo versante. Ecco allora le  collaborazioni con la scuola Paganini di Legnano e «quest’anno l’incontro con Andrea Natoli, maestro di canto di Concertare, con competenze educative e di musicoterapia». 

IL SENSO DELLE CAMICIE APERTE

Il nome del coro nasce quasi per caso, ma diventa subito manifesto.  «Avevamo deciso di comprare degli “abiti di scena”, per tutti uguali. Ci siamo chiesti: camicie aperte o chiuse?», racconta Oscar. «La camicia chiusa richiama qualcosa che contiene, costringe. Noi volevamo l’opposto». 
«Tutte bianche», aggiunge Sonia, «perché c’è una condizione che ci accomuna. Ma sotto ognuno indossa ciò che vuole. È l’individualità. Questo progetto non reprime, non uniforma: tiene insieme gruppo e unicità».  

MUSICA, AUTOSTIMA E RUOLI SOCIALI

Il cuore del progetto è educativo. «Usiamo la musica come mediazione della relazione», spiegano Oscar e Sonia. «Fare insieme qualcosa di bello permette di conoscersi, strutturare legami, vivere emozioni positive». 
«La musica lavora sull’autostima», spiega Oscar. «Creare qualcosa di bello fa sentire capaci». Ma c’è di più. «Lavoriamo molto sul concetto di multi-identità», continua. «Ognuno di noi ricopre tanti ruoli sociali. Nella disabilità spesso ne rimane uno solo. Qui invece si è cantanti, musicisti, lettori». 
Il pubblico è parte integrante del percorso. «Il ruolo sociale esiste se qualcuno ti riconosce», sottolinea Sonia. «Salire su un palco, portare il proprio impegno davanti agli altri, è potentissimo. Significa essere visti». 

GLI SPETTACOLI E IL RACCONTO DELLA VITA

Negli anni il coro ha costruito spettacoli con un filo narrativo chiaro. Temi come relazioni, emozioni, amicizia e vita attraversano i concerti, fino a Il filo di una vita, ispirato alla storia di Liliana Segre

«Abbiamo voluto affrontare temi come la dignità umana e il riscatto sociale», spiegano gli educatori. «Per dire ai ragazzi che possono farcela». Portare questo spettacolo in teatri, biblioteche e luoghi simbolici ha dato al progetto una forza ancora maggiore. 

Nel 2024, lo spettacolo a Villa Pomini e il debutto al Teatro Fratello Sole, in occasione dei 45 anni della cooperativa, segnano una tappa importante: sala piena, emozione condivisa, orgoglio diffuso. 

UNO SGUARDO AL FUTURO

Oggi il progetto coinvolge quattro servizi di Solidarietà e Servizi. A gennaio è previsto uno spettacolo dedicato agli operatori del settore; a settembre partirà un nuovo lavoro sulla storia della musica italiana

Ma lo spirito resta lo stesso: «Non tutti devono salire sul palco», spiegano gli educatori. «Per chi non si sente pronto, c’è uno spazio dove si fa musica semplicemente per stare bene». Perché, come le Camicie Aperte, questo progetto non chiude: apre. Alla musica, alle relazioni, alle possibilità.