Pollicino cresce: da servizio sperimentale a Centro Socio Educativo per minori

Dopo 14 anni di sperimentazione sull’autismo e i disturbi del neurosviluppo, il Centro Pollicino di Solidarietà e Servizi diventa CSE: più continuità, più ore di presa in carico e un’attenzione sempre più ampia al progetto di vita dei ragazzi e delle loro famiglie

Alcuni dei bambini di Pollicino e del progetto Avanti Tutta in gita a Leolandia

All’inizio della settimana è stata una scuola di Gallarate a chiamare le educatrici di “Pollicino”, lo storico centro sperimentale per minori con autismo e disturbi del neurosviluppo di Solidarietà e Servizi che oggi è diventato Centro Socio Educativo.  
La richiesta riguardava un ragazzo già seguito dal centro: aumentare la sua frequenza pomeridiana, per dare continuità a un’esperienza che stava funzionando. Un episodio concreto, quotidiano, che racconta meglio di molte parole il senso di questo passaggio: poter garantire maggiore stabilità quando il contesto educativo è riconosciuto come positivo. 

Da gennaio 2026, infatti, Pollicino non cambia nome, ma cambia passo, diventando ufficialmente un CSE riconosciuto da Regione Lombardia. Una trasformazione che non rappresenta solo un cambio di forma, ma l’esito di un lavoro educativo lungo e coerente, orientato a costruire risposte sempre più stabili ai bisogni dei ragazzi e delle loro famiglie. 

Un passaggio che viene letto positivamente anche dalle istituzioni locali. «Credo che per una realtà come Pollicino passare da sperimentazione regionale sull’autismo a Centro Socio Educativo sia un po’ come diventare grandi», commenta Chiara Allai, assessore ai Servizi sociali del Comune di Gallarate. «Ampliare l’offerta sul territorio gallaratese può essere solo un lustro per la nostra città. È un’attività che rappresenta un fiore all’occhiello non solo per i nostri piccoli cittadini, ma anche per quelli dei Comuni limitrofi, perché Pollicino è da sempre un punto di riferimento per tutto il territorio». 

UNA STORIA DI CRESCITA

Dal 2012 Pollicino è stato un servizio sperimentale, nato grazie a un bando di Regione Lombardia. «Per noi era la prima esperienza strutturata sull’autismo, un vero apripista», spiega Laura Puricelli, responsabile dell’Area Autismo e Autonomia di Solidarietà e Servizi. «In questi anni siamo cresciuti molto, aprendo nuovi servizi, come il centro Viganò e il centro AliBlu e costruendo competenze specifiche. Dopo 14 anni, la Regione ha chiesto agli enti di strutturarsi e noi abbiamo scelto consapevolmente la forma del CSE». 

Un’evoluzione che rafforza l’identità del servizio anche agli occhi della comunità professionale. «Questo è un cambiamento importante per la comunità», sottolinea Simona Loucas, psicologa clinica con esperienza nelle neurodivergenze. «Famiglie, scuole e servizi possono fare affidamento su una realtà che garantisce professionalità, costanza e presenza, mettendo al centro il progetto di vita del bambino e dell’adolescente nell’ottica della qualità della vita e del benessere personale, familiare e sociale». 

Alcuni ragazzi di Pollicino e del progetto Avanti Tutta presso il Palaghiaccio di Varese “Acinque Ice Arena”, in occasione della partita dei Mastini HCMV Varese Hockey dello scorso 20 dicembre

SEMPRE PIÙ STABILITÀ NELLA PRESA IN CARICO DEL MINORE 

Il nuovo CSE Pollicino rappresenta infatti una stabilizzazione del servizio come unità di offerta, rafforzando il dialogo con ATS, Neuropsichiatria infantile, Unità operative per l’autismo e servizi sociali dei Comuni.

La novità più concreta riguarda la presa in carico. Se in passato l’accesso era spesso limitato a due giornate settimanali, oggi il CSE consente di costruire percorsi educativi fino a cinque giorni su cinque, modulabili in base ai bisogni. «Non significa aumentare automaticamente le ore per tutti – precisa Puricelli – ma avere la possibilità di farlo quando serve davvero, offrendo stabilità a chi ne ha più bisogno. Un percorso cucito sul progetto di vita di ciascun minore». 

IL GRUPPO COME METODO DI LAVORO 

Il cuore del servizio resta invariato: la sede di Gallarate, presso l’Aloisianum, l’équipe educativa – oggi composta da sette educatrici – e un forte investimento sul lavoro di gruppo. «Il gruppo è da sempre la cifra di Pollicino», spiega  Francesca Moraca, la coordinatrice del servizio. «Lavoriamo con gruppi omogenei per età, competenze e abilità sociali. Con il CSE possiamo dare più continuità a queste dinamiche e accompagnare meglio i ragazzi nella quotidianità». 

UNA FLESSIBILITÀ CHE VALORIZZA IL LAVORO DI RETE 

Attualmente sono circa 45 i minori coinvolti: 33 frequentano Pollicino e 12 partecipano al progetto “Avanti tutta” dedicato agli adolescenti. L’orario sarà dalle 9 alle 17, dal lunedì al venerdì, con una forte flessibilità. «La scuola resta un riferimento importante» chiarisce Moraca. «Quando possibile viene valorizzata, prevedendo inserimenti pomeridiani o alternanze scuola-CSE. Per alcuni ragazzi, invece, il CSE rappresenta un’alternativa educativa più sostenibile rispetto al “tempo scuola”». 

La maggiore continuità permette di lavorare meglio su autonomie, rigidità, dimensione sensoriale e routine, a partire dal momento del pasto. «Condividere il pranzo più giorni alla settimana ci consente di intervenire sulla selettività alimentare e sulle routine»  racconta Moraca.  «Cinque giorni fanno davvero la differenza». 

UN’ATTENZIONE SPECIALE AL SISTEMA FAMIGLIA 

Ma il cambiamento riguarda anche chi sta intorno ai ragazzi. «Il CSE ci permette di allargare lo sguardo all’intero sistema famiglia, anche in collaborazione con il nostro servizio “Il Cortile” che dedica alla cura della famiglia un’attenzione particolare», evidenzia Puricelli. «Non solo il minore, ma anche la coppia genitoriale, i fratelli e le sorelle: pensiamo a interventi di consulenza, sostegno e accompagnamento, anche a domicilio, perché il benessere del ragazzo passa dal benessere della sua famiglia». 

Uno sguardo che si proietta nel tempo. «Il CSE Pollicino – conclude Puricelli – vuole essere un ponte verso il futuro: accompagniamo i ragazzi e le famiglie in un percorso di crescita e continuità, preparando con cura i passaggi verso i servizi dell’età adulta. Pollicino cresce insieme a loro, passo dopo passo».  


«Dare voce a chi non ha voce»: il percorso di crescita di Paolo, educatore professionale in Solidarietà e Servizi

Dal volontariato ai progetti del Dopo di Noi, passando per presepi, verde pubblico e progetto orienteering: la storia di un educatore professionale che ha fatto della relazione e della rete il suo modo di stare nel mondo

Paolo Palumbo, educatore professionale in Solidarietà e Servizi dal 2012

Paolo ha 33 anni ed è in Solidarietà e Servizi dal 2012. Il suo racconto non inizia con una vocazione chiara, ma con un percorso che prende forma passo dopo passo, fatto di tentativi, ascolto e tanta disponibilità a mettersi in gioco. «Alle superiori ho fatto l’istituto alberghiero, ma già dal primo anno avevo capito che non faceva per me», racconta. «È stato fonte di più dispute familiari, ma alla fine ho preso la maturità». 

«PERCHÈ NON TI ISCRIVI A SCIENZE DELL’EDUCAZIONE?» 

Dopo un anno di lavoro arriva la svolta, quasi per caso. «Una vicina di casa, per me come una seconda mamma, assistente sociale, mi disse: “Perché non fai Scienze dell’Educazione? Già alle medie ti veniva naturale affiancare i ragazzi con disabilità”». Paolo la ascolta e si iscrive in Bicocca. Ma, prima ancora di finire l’università, decide di sporcarsi le mani sul campo. 

IL VOLONTARIO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI DURANTE GLI ANNI UNIVERSITARI 

«Dopo il primo anno ho chiesto un colloquio al presidente di Solidarietà e Servizi», ricorda. «Gli ho chiesto se potevo fare qualche ora per imparare il mestiere». Entra come volontario al Centro Socio Educativo (CSE) di Busto Arsizio, che allora aveva sede in via Milazzo. «Stavo con gli ospiti, facevo i trasporti con il pullmino, mi mettevo a disposizione. Poi al pomeriggio prendevo il treno e andavo a lezione in università». È lì che impara il lavoro, osservando gli altri educatori. «L’alberghiero, alla fine, mi ha lasciato qualcosa: “ruba il mestiere con lo sguardo”, “sii disponibile”, “mettiti sempre in gioco”. Io ho fatto proprio così». 

«LA COOPERATIVA MI HA CRESCIUTO PROFESSIONALMENTE» 

Nel 2015 si laurea, di venerdì. «Il lunedì dopo ho iniziato a lavorare al CSE “Il Parco” di Samarate. Erano aumentati gli ospiti e c’era necessità di nuovi educatori». Da allora sono passati dieci anni. «Sono stato formato dalla cooperativa, mi ha cresciuto professionalmente», dice senza esitazioni. Dieci anni nello stesso servizio non sono un limite, per lui. «Ho visto passare tanti ospiti e colleghi, ho imparato da tutti. Ho sempre cercato di prendere il meglio da ogni persona». 

UN EDUCATORE PROFESSIONALE CHE DESIDERA ESSERE LA “VOCE DI CHI NON HA VOCE” 

Oggi al CSE Il Parco ci sono 29 ospiti, 6 educatori e un coordinatore. Paolo parla del suo lavoro partendo da una frase che lo accompagna da sempre. «Da bambino sognavo di fare wrestling», sorride. «Un lottatore diceva: “Sono la voce di chi non ha voce”. Questa frase mi è rimasta dentro». Per lui essere educatore significa questo: «Permettere alle persone di esprimersi, essere considerate, non subire sempre lo sguardo del “poverino” o le decisioni prese da altri». 

La fatica non manca. «C’è la stanchezza fisica e mentale» e poi c’è quello che per Paolo è il momento più duro: «Quando un ospite non trova più risposta nei nostri servizi e deve andare altrove. O quando un collega lascia il servizio. Ci si affeziona: salutare tocca corde profonde. E poi lo stipendio» – sorride – «non si fa l’educatore per il guadagno, ma per passione, anche se in Solidarietà e Servizi c’è un’attenzione particolare anche rispetto a questo, con iniziative di sostegno economico e di welfare aziendale.  La soddisfazione del costruire relazioni è impagabile e compensa tutto il resto.»  

CRESCITA PROFESSIONALE E NUOVE RESPONSABILITÀ  

Negli anni Paolo cresce anche in responsabilità. «Da aprile 2025 sono referente dei progetti del Dopo di Noi in cooperativa». Un percorso strutturato, che accompagna le persone con disabilità verso una maggiore autonomia: «Si parte dalle attività ludico-risocializzanti, poi uscite in appartamento per imparare la gestione della cucina e della casa, fino a sperimentarsi qualche notte fuori casa. È un percorso lento e graduale, finalizzato ad un inserimento in una casa vera e propria». «Non è solo una risposta ai bisogni dei genitori che, ormai anziani, fanno fatica a prendersi cura del proprio figlio/a», sottolinea  «ma anche – e soprattutto –  al desiderio della persona di vivere la propria vita adulta in autonomia». 

TANTI PROGETTI PER APRIRSI AL TERRITORIO, CREARE RETE E CONNESSIONI 

Accanto a questo ruolo, Paolo è impegnato in molti progetti che hanno trasformato il “suo”  CSE “Il Parco” in un luogo aperto al territorio: l’orto e la manutenzione del verde, la falegnameria, l’economia circolare legata ai presepi (cfr “Il Presepe che fa rete”), fino al progetto orienteering (uscite sul territorio per conoscere le attività limitrofe e farsi conoscere). «Lo faccio per i miei ragazzi, tutto nasce dalla relazione con loro», spiega. «E dal desiderio di creare rete e connessioni con la comunità locale.» 

«Aprirsi al territorio significa portare i ragazzi fuori e portare il territorio dentro», dice Paolo. Bar, panifici, pasticcerie, Comune, Aziende: «Ogni incontro è un’occasione per sentirsi parte della comunità».  

Le sue parole chiave sono chiare: apertura e rete. «Io sogno molto», ammette. «E cerco di trasformare i sogni in realtà, un passo alla volta». Guardando il suo percorso, è evidente che per Paolo educare non è solo un lavoro: è un modo di costruire legami, dare voce e immaginare futuro, insieme. 


13 nuove aziende scelgono Solidarietà e Servizi nel 2025

Nel 2025 crescono le partnership tra profit e non profit: nuove commesse, nuove assunzioni e un impatto concreto sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità

Lavoratori di Solidarietà e Servizi nel reparto Business Process Outsourcing (BPO)

Non è solo una questione di numeri, ma di storie, competenze e fiducia. Nel 2025, 13 nuove aziende hanno scelto di affidare una commessa di lavoro a Solidarietà e Servizi, rendendo possibile l’assunzione di 13 persone con disabilità. Un passo che porta oggi a 78 persone con disabilità assunte con regolare contratto, su un totale di 114 lavoratori impiegati nei reparti produttivi e di servizi della cooperativa. 

Sono persone coinvolte in attività vere, con tempi, standard qualitativi e responsabilità reali. Un lavoro sempre più riconosciuto e qualificato, grazie a commesse attive che oggi coinvolgono 54 aziende partner. 

UN LAVORO CHE FA CRESCERE, DENTRO E FUORI DALL’AZIENDA

Per chi viene inserito, il lavoro è molto più di un contratto. «La cosa che mi piace di più è la possibilità di mettermi in gioco su più attività all’interno della stessa commessa», testimonia Luigi (nome di fantasia), un dipendente neoassunto del reparto Business Process Outsourcing di Solidarietà e Servizi. «Il lavoro così è più stimolante e mi sta rendendo sempre più autonomo, non solo sul lavoro, ma anche nella vita».

DIETRO OGNI COMMESSA, UN LAVORO DI SQUADRA

«Questo sviluppo è il risultato di un lavoro di squadra che coinvolge sia il team commerciale sia l’intera cooperativa» racconta Gabriele Scampini, responsabile commerciale di Solidarietà e Servizi. 

«Da un lato siamo costantemente impegnati nella ricerca di nuovi clienti, utilizzando canali digitali e social network, ma senza rinunciare al contatto diretto, agli eventi, al rapporto umano, “con la valigetta in mano”». 

Un impegno che si intreccia con la qualità del servizio, garantito dai team operativi: «La forte personalizzazione delle soluzioni e l’attenzione agli standard qualitativi generano soddisfazione nei clienti, che diventano i nostri primi ambasciatori. È così che nasce il passaparola e si aprono nuove collaborazioni». 

UN CAMBIAMENTO CULTURALE NELLE IMPRESE

Secondo Scampini, però, c’è qualcosa di ancora più profondo: «Incontro sempre più aziende consapevoli, desiderose di creare un impatto positivo. Vogliono costruire partnership autenticamente win-win con il mondo non profit. È un’evoluzione che considero estremamente positiva e che, paradossalmente, sta accelerando anche la crescita imprenditoriale delle cooperative sociali». 

Un movimento virtuoso che unisce efficienza, responsabilità sociale e valore condiviso, capace di generare benefici non solo per le persone inserite, ma per l’intero sistema economico e sociale. 

LA VOCE DI CHI SCEGLIE SOLIDARIETÀ E SERVIZI

Per Mebra Plastik Italia SpA (azienda di Busto Arsizio che produce tubi e profili in materiali plastici per applicazioni industriali), la scelta è stata concreta e pragmatica. «La scintilla che ci ha convinti è stata la possibilità di esternalizzare alcune lavorazioni contando su un partner affidabile, organizzato e attento alle esigenze del cliente», racconta Francesco Campagnolo, Responsabile Acquisti. 

«Collaborare con una realtà che offre opportunità di lavoro a persone con disabilità significa dare valore a lavorazioni che diventano occupazione reale, senza rinunciare a qualità, precisione e continuità del servizio». 

Anche per Vilebrequin (sede di Milano del marchio di moda francese, noto soprattutto per i suoi costumi da bagno e abbigliamento estivo di alta qualità), l’impatto sociale è parte integrante della scelta: «Cercavamo un partner affidabile per l’outsourcing, ma volevamo che il nostro investimento avesse anche un impatto positivo», spiega Matteo Caja, Retail & Operations Manager Italy. «Questa collaborazione dà concretezza alla nostra Responsabilità Sociale d’Impresa. Non è solo una fornitura, è una partnership di valore».