Cooperazione Sociale, Innovazione e Impresa: il confronto di Solidarietà e Servizi con Federsolidarietà Lombardia  

La neo presidente di Federsolidarietà Lombardia, Maria Grazia Campese, insieme a Pierluca Castelnovo e Michela Giachetta, ha visitato il 7 settembre la cooperativa sociale Solidarietà e Servizi. Una giornata di conoscenza e confronto sui cambiamenti che attraversano la cooperazione sociale e sulle sfide per costruire servizi capaci di coniugare visione sociale, innovazione e sostenibilità 

Il reparto di Business Process Outsourcing di Solidarietà e Servizi

Non solo una visita ai servizi, ma un’occasione per confrontarsi sulle sfide che oggi interessano la cooperazione sociale. È questo il senso della giornata del 7 settembre, quando Maria Grazia Campese, neo presidente di Federsolidarietà Lombardia, insieme a Pierluca Castelnovo e Michela Giachetta, di Federsolidarietà Lombardia, ha incontrato Solidarietà e Servizi. 

Ad accompagnare la delegazione sono stati  Giacomo Borghi e Filippo Oldrini, consiglieri delegati della cooperativa e componenti del consiglio di Federsolidarietà Insubria. 

«Ho accolto con gratitudine l’invito della cooperativa Solidarietà e Servizi a una visita e a un incontro che mi hanno permesso di vedere da vicino il lavoro svolto ogni giorno a favore delle persone più fragili, generando benefici che si estendono all’intero territorio» dichiara la presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia, Maria Grazia Campese. «È stata un’occasione preziosa per confrontarmi direttamente su molti temi con cooperatori e cooperatrici che traducono concretamente in azione i valori che rappresentiamo. In questa cooperativa si può toccare con mano come innovazione sociale e imprenditorialità possano procedere insieme, come una gestione efficace ed efficiente rappresenti un valore aggiunto non solo per l’impresa cooperativa ma per tutta la comunità e come il forte radicamento nel territorio costituisca una ricchezza strategica per lo sviluppo locale.» 

La visita ha rappresentato un momento di confronto su alcuni temi centrali: come si sta concretizzando la coprogrammazione e coprogettazione con gli enti pubblici, la carenza di personale educativo e sociale, l’innovazione dei servizi e i modelli organizzativi e gestionali delle cooperative. 

«È stato importante poterci confrontare con una persona competente del settore e con una visione anche politica della cooperazione sociale» spiega Borghi. «Abbiamo avuto l’opportunità di raccontare le nostre scelte e, allo stesso tempo, di ascoltare una prospettiva più ampia sul futuro del nostro settore». 

DA CARONNO ALL’INNOVAZIONE DEI SERVIZI 

La prima tappa è stata la sede di Caronno Pertusella, con la visita al Centro Diurno Disabili “Il Girasole”, al Centro Sperimentale “Fabio Viganò”, per minori con autismo e disturbi del neurosviluppo e al cantiere di “Casa Insieme”, ormai in fase di conclusione, con una casa per l’autonomia abitativa di 10 persone con disabilità. 

Proprio “Casa Insieme” ha permesso di approfondire il tema dell’innovazione come strumento al servizio del progetto di vita. Le due abitazioni, costruite in legno e progettate secondo criteri di sostenibilità ambientale, integrano tecnologie e domotica per creare condizioni favorevoli all’autonomia delle persone con disabilità. 

«L’innovazione non è fine a se stessa» sottolinea Borghi. «Deve servire a mettere la persona nelle condizioni migliori per costruire il proprio progetto di vita. Per questo investiamo sulle tecnologie, ma anche sull’organizzazione e sulle competenze». 

IL LAVORO E UN APPROCCIO IMPRENDITORIALE 

La visita è proseguita in Viale Toscana, dove la delegazione ha conosciuto i Centri Socio Educativi “Polaris” e “La Bussola”, ma soprattuttoi reparti produttivi, dove lavorano 112 persone, 79 delle quali con disabilità, impegnate in attività di gestione documentale, assemblaggio e confezionamento, rigenerazione di apparati per le telecomunicazioni, lavorazioni meccaniche e back office amministrativo e commerciale. 

«Per noi sociale e impresa non sono due mondi contrapposti», spiega Oldrini. «Il lavoro sociale ha bisogno di una struttura economica e organizzativa solida per poter generare valore e opportunità. L’imprenditorialità è una forza dell’azione sociale». 

Nella sede di viale Toscana, la delegazione di Federsolidarietà ha avuto modo di incontrare anche alcuni dei membri del Consiglio di Gestione di Solidarietà e Servizi, con i quali si è confrontata sui temi dell’autismo (con Cristina Ridolfi), delle autonomie (con Laura Puricelli), del lavoro (con Mariangela Mezzasalma) e dell’organizzazione e risorse umane (con Stefano Zuccato). 

SCELTE GESTIONALI PER RESTARE SOSTENIBILI 

Il confronto ha toccato anche le scelte organizzative della cooperativa: dalla decisione di gestire direttamente alcuni servizi, alla necessità di non considerare gli appalti come unico modello di sviluppo, fino alla valutazione attenta dei progetti e degli investimenti. 

Campese ha mostrato particolare interesse per queste scelte, comprese quelle legate ai progetti finanziati dal PNRR, rispetto ai quali Solidarietà e Servizi ha deciso di non buttarsi “a capofitto” quando mancavano prospettive di sostenibilità oltre la durata del finanziamento. 

«La cooperazione sociale sta cambiando profondamente – racconta Oldrini – Anche per questo nel nostro mondo dobbiamo interrogarci su come stare in piedi economicamente senza perdere la nostra identità. Perché se vogliamo continuare a fare bene il nostro lavoro sociale, dobbiamo avere organizzazioni solide». 

UNA RETE CHE PARTE DAL TERRITORIO 

La giornata si è conclusa con un confronto con il consiglio di gestione. Tra i temi emersi anche la necessità di dare maggiore voce alle cooperative nei processi di programmazione e nelle scelte che riguardano il welfare. 

«La presidente ci ha chiesto di continuare a portare istanze e proposte che nascono dal territorio» conclude Oldrini. È un passaggio importante: chi lavora ogni giorno nei servizi ha una conoscenza concreta dei bisogni delle persone e può contribuire a costruire risposte più efficaci». 

«Realtà come questa dimostrano quanto la cooperazione sociale sia una risorsa fondamentale per costruire comunità più inclusive, coese e capaci di rispondere ai bisogni delle persone, mettendo in campo, a disposizione di tutti, competenze imprenditoriali in grado di rafforzare il legame tra sviluppo economico e benessere sociale», ha sottolineato la presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia, Maria Grazia Campese. 

Per Domenico Pietrantonio, presidente del Consiglio di Gestione di Solidarietà e Servizi, la visita «ha rappresentato un’importante occasione per consolidare lo storico legame e il comune sentire con Federsolidarietà, nella convinzione che prendersi cura, condividere e rispondere al bisogno delle persone significa anche costruire organizzazioni capaci di innovare, investire, generare lavoro e sostenersi nel tempo.» 

Un corso per rimettersi in gioco, poi il lavoro

Un anno di attività per l’Ente di Formazione di Solidarietà e Servizi: 41 corsi, 156 persone coinvolte, 1.056 ore di formazione e 54 assunzioni. Ma soprattutto storie di persone che hanno acquisito nuove competenze e trovato un nuovo modo per rimettersi in gioco.

Un momento del corso di Informatica e Intelligenza Artificiale

Mario e Silvia hanno una storia che racconta bene il senso del primo anno dell’Ente di Formazione di Solidarietà e Servizi.  «Ho scelto il corso di Excel per rafforzare le mie conoscenze e ho imparato anche la costanza nel partecipare alle lezioni», racconta Mario. Per Silvia, invece, il corso è stato il primo passo per rimettersi in gioco: «Volevo acquisire le conoscenze di base di Excel perché cercavo, per la prima volta, un lavoro d’ufficio. Il corso mi ha dato nuove competenze, ma soprattutto più sicurezza: mi sono sentita pronta a cercare il lavoro che desideravo». 

Entrambi oggi si stanno sperimentando in un’esperienza lavorativa nel reparto Business Process Outsourcing (BPO) di Solidarietà e Servizi. 

«Il nostro obiettivo fin dall’inizio era costruire un servizio completo» – raccontano Sara Silvestri, responsabile del Servizio al Lavoro e dell’Ente di Formazione, e Silvia Manganaro, tutor d’aula.  «Abbiamo così deciso di proporre corsi utili, concreti e realmente spendibili. Al termine di ciascun percorso viene rilasciato un attestato di competenza, ma quello che conta è soprattutto ciò che la persona riesce a fare con le competenze acquisite». 

41 CORSI, 156 PERSONE E 54 ASSUNZIONI 

Tra maggio 2025 e giugno 2026 l’Ente ha attivato 41 corsi, per un totale di 1.056 ore di formazione e 156 persone coinvolte. Dodici i docenti impegnati, con classi volutamente piccole, generalmente composte da un massimo di 10-12 partecipanti. Le età sono state molto diverse, dai 18 ai 60 anni, così come le storie e le condizioni di partenza: persone disoccupate o inoccupate, beneficiari di NASpI o di altre misure di sostegno al reddito, persone con disabilità. 

Il risultato più concreto è arrivato dopo i corsi: 54 persone sono state assunte e altre 6 hanno intrapreso un tirocinio. A questi percorsi si aggiunge l’accompagnamento del Servizio al Lavoro, che comprende bilancio delle competenze, revisione del curriculum e costruzione del progetto professionale. 

«Abbiamo visto persone arrivare magari con l’idea di dover semplicemente frequentare un corso e poi scoprire, strada facendo, che quella formazione poteva davvero essere utile per il loro futuro», spiegano Sara e Silvia. «E ci ha colpito anche tutto quello che è successo intorno ai corsi: gruppi WhatsApp, persone che hanno continuato a sentirsi e che si sono anche incontrate fuori dall’aula. Il clima è stato molto positivo, anche per i docenti». 

IN AULA, PRIMA DI TUTTO, CI SONO LE PERSONE 

Lo racconta bene Marta Biandrati, docente di inglese: «Mi ha colpito la voglia di fare, la contentezza, l’assiduità nella frequenza. Davo degli esercizi dicendo “se riuscite, se avete tempo”, ma non è mai successo che non li facessero. C’era un grande desiderio di mettersi alla prova». 

Per lei, il valore delle classi piccole è proprio nella possibilità di costruire una formazione su misura: «Si può dare spazio a tutti, partire dai bisogni individuali, permettere alle persone di fare domande senza sentirsi giudicate. Abbiamo riso, fatto role playing, conversato, ci siamo messi in gioco. Alla fine alcuni corsisti mi hanno lasciato anche un biglietto di ringraziamento. Non sono abituata a ricevere messaggi così dalla classe». 

Anche Massimiliano De Cinque, docente di informatica, digitalizzazione, Excel e intelligenza artificiale, sottolinea l’importanza di partire dalla persona: «Cerco di capire chi ho davanti e che cosa vorrebbe fare nel futuro. Il punto non è semplicemente trasformare la conoscenza in una competenza, ma renderla spendibile nel mondo del lavoro». 

Una slide tratta dal lavoro di “Creative writing” durante il corso di inglese

«HO IMPARATO COSE PER LA MIA VITA» 

Tra le persone che hanno attraversato questo primo anno c’è Morena, arrivata a Solidarietà e Servizi mentre percepiva la NASpI. Ha frequentato il corso di Comunicazione efficace e quell’esperienza ha finito per accompagnarla anche nei colloqui di lavoro. 

«È stato molto bello, mi ha aperto un mondo. Ho riguardato con spirito critico il mio modo di comunicare, anche nella postura e nei gesti. Ho capito che conta tutto: uno sguardo, una stretta di mano, il modo in cui ci muoviamo». 

Ha messo in pratica quanto imparato proprio nei mesi successivi. «Prima andavo ai colloqui con molta ansia. Ho lavorato su questo e ho cercato di applicare quello che avevo imparato. Oggi ho trovato lavoro: avevo fatto un colloquio con un’agenzia ed era andato bene, poi ho partecipato anche a un concorso in Comune e l’ho vinto». 

Il suo bilancio è semplice e significativo: «Quest’anno che mi sono presa di pausa lo chiamerei un anno fatto bene. È stato utile, ho imparato delle cose per la mia vita». 

IMPARARE, RIMETTERSI IN GIOCO, RIPARTIRE 

È questo, in fondo, il filo che unisce le diverse esperienze. Fiorella Annunziata, docente di Social Media e Addetta alla segreteria, ha visto corsisti diversi per età e competenze, ma accomunati dal desiderio di acquisire qualcosa di nuovo: «Si avvicinano ai corsi cercando anche uno sbocco concreto, un contatto con il mondo del lavoro. Spero che si portino a casa la consapevolezza di poter acquisire una nuova competenza. A volte basta “assaggiare” un argomento per capire che si può imparare ancora». 

Dopo il primo anno, l’Ente guarda già avanti. Sono partiti nuovi corsi e altri sono in programmazione, con una proposta che punta a rafforzare le digital skills e le lingue, ma anche percorsi più pratici come manualità e magazzino. Per le persone con disabilità, il nuovo bando DULD consentirà inoltre di costruire percorsi formativi più lunghi e personalizzati. 

Perché, come dimostrano Mario, Silvia e Morena, un corso può essere molto più di 40 ore di formazione: può diventare un nuovo punto di partenza. 

Crescere, un passo alla volta, fino a coordinare servizi: la storia di Eleonora

A 31 anni Eleonora coordina la Comunità Socio Sanitaria di Bergoro e l’Appartamento CasaLab, entrambi servizi di Solidarietà e Servizi. Un percorso iniziato con un tirocinio, cresciuto attraverso l’esperienza e accompagnato da un’équipe di professionisti

Eleonora durante le vacanze a San Zeno con la Comunità Socio Sanitaria di Bergoro

Eleonora ha 31 anni ed è una delle più giovani coordinatrici di Solidarietà e Servizi. Ma a Bergoro, frazione di Fagnano Olona, è arrivata 10 anni fa, quando ancora non immaginava che un giorno avrebbe coordinato proprio quel servizio in cui aveva fatto il tirocinio. 

Dopo il liceo scientifico aveva pensato alla fisioterapia. Non avendo superato il test di ingresso, aveva iniziato il percorso di Educatore Professionale all’Università dell’Insubria di Varese. «All’inizio pensavo di ritentare il test di fisioterapia» racconta. «Poi ho iniziato il corso e mi è piaciuto. Alla fine sono contenta di aver fatto questa scelta». 

Durante l’università i tirocini le hanno permesso di conoscere realtà molto diverse: anziani, minori, psichiatria, ospedale, marginalità e disabilità. Al terzo anno arriva a Bergoro, nella Comunità Socio Sanitaria di Solidarietà e Servizi, proprio la stessa comunità che oggi coordina. 

«La disabilità, prima del tirocinio, un po’ mi spaventava. Pensavo che forse avrei preferito lavorare con i bambini, anche perché facevo l’animatrice all’oratorio. Poi è successo il contrario. Dopo il tirocinio ho capito che l’area minori non faceva per me e mi sono ricreduta completamente sulla disabilità». 

A Bergoro trova persone e colleghe capaci di accompagnarla nell’esperienza. «Mi hanno aiutata a vivere serenamente il lavoro e a ridimensionare quelle preoccupazioni che avevo all’inizio». 

DALL’ESPERIENZA ALLA RESPONSABILITÀ DEL COORDINAMENTO 

Laureata il 21 novembre 2017, il giorno dopo Eleonora inizia a lavorare al Servizio Inserimento Lavorativo di Solidarietà e Servizi. Dopo un anno, torna a Bergoro come educatrice. È il dicembre 2018. «Era un posto che conoscevo già. Alcune delle persone che vivevano lì le avevo incontrate durante il tirocinio e si ricordavano di me. Ma questa volta ero un’educatrice: non dovevo più soltanto osservare e imparare, dovevo mettere in campo le mie competenze e prendere in mano le situazioni». 

Negli anni Eleonora affianca l’allora coordinatrice della CSS e di CasaLab. Impara progressivamente anche ciò che sta “dietro” al lavoro educativo: i rapporti con le famiglie e con la rete in cui sono inseriti gli ospiti, gli appuntamenti, la gestione dei turni e dei diversi aspetti organizzativi.  

Nel 2023 diventa vicecoordinatrice. Nel 2024 comincia a occuparsi in autonomia di alcune attività. Quando la coordinatrice lascia il ruolo, alla fine dello stesso anno, Eleonora ne raccoglie il testimone. Ha 29 anni. 

«È stato un passaggio molto naturale, avvenuto nel tempo. Prima facevo alcune cose, poi – nel tempo –  sempre di più. Anche i colleghi avevano iniziato a fare affidamento su di me, in caso di necessità. Quando ho preso il coordinamento, quindi, non è stato un salto nel vuoto». 

COORDINARE SIGNIFICA TENERE INSIEME PERSONE, BISOGNI E FUTURO 

Oggi Eleonora coordina la CSS di Bergoro, dove vivono dieci persone, e CasaLab, appartamento per l’autonomia dove vivono altre tre donne. Due realtà attigue, che lavorano spesso in stretta collaborazione. 

«La parte più impegnativa? Sicuramente far funzionare il servizio. Può capitare che ci siano cambiamenti improvvisi, indisponibilità dell’ultimo momento, turni da riorganizzare. E devi riuscire comunque a garantire la continuità». 

Ma la complessità maggiore è forse quella legata alle persone e ai loro progetti di vita. «Come educatore lavori su alcuni aspetti del progetto di vita. Come coordinatore la responsabilità si amplia: devi guardare la persona a 360 gradi, tenere insieme la famiglia, i servizi, il Comune, i medici, gli specialisti, l’amministratore di sostegno e, naturalmente, l’équipe. Devi far funzionare il servizio, ma sempre con il progetto di vita della persona al centro». 

È una responsabilità che Eleonora sente e che, allo stesso tempo, considera una delle parti più belle del suo lavoro. «È stimolante. In questi anni ho imparato tantissimo, anche per la mia vita di tutti i giorni. Ho imparato a muovermi in situazioni che prima non conoscevo». 

CRESCERE, SENZA ESSERE LASCIATI SOLI 

Il percorso di Eleonora racconta anche un modo di intendere la crescita professionale da parte della cooperativa Solidarietà e Servizi: affidare responsabilità, valorizzare le competenze e accompagnare le persone mentre crescono. «Sento di dover ancora crescere. Con l’esperienza si migliora sempre. Non penso di essere arrivata». E la crescita non avviene mai da sola. «Quando c’è una situazione difficile, non sei sola. Puoi confrontarti con l’équipe, con gli altri coordinatori, con il responsabile d’area. Puoi chiedere una supervisione. Alcune situazioni sono davvero complesse e le puoi affrontare solo condividendo con altri idee, intuizioni, proposte».  

È qui che il “Mai più soli… Insieme ci riusciamo” diventa concreto: nella storia di una giovane professionista a cui vengono affidate responsabilità sempre maggiori, ma dentro una rete che continua ad accompagnarla. «Sapere che puoi sempre confrontarti con qualcuno, anche quando sei tu a dover prendere una decisione, fa la differenza».

HystoryLab: quando la memoria di un territorio crea lavoro, cultura e futuro

Dal 2023 Solidarietà e Servizi lavora alla digitalizzazione dell’archivio della Fondazione Palio di Legnano. Oggi, grazie al sostegno dell’azienda Tenova attraverso il progetto Sociale al Quadrato, Hystorylab compie un salto di qualità: un progetto che tutela la memoria del territorio, crea lavoro per persone con disabilità e dimostra come imprese, cultura e cooperazione possano generare valore condiviso 

Emiliano, Giorgia e Federica, alcune delle persone del team Gestione Documentale di Solidarietà e Servizi impegnate nel progetto HystoryLab

Ci sono documenti che raccontano molto più di una manifestazione. Fotografie ingiallite dal tempo, bozzetti, locandine, giornali, lettere, documenti ufficiali, cartelloni pubblicitari. Raccontano il Palio di Legnano, certo, ma soprattutto raccontano l’evoluzione di una città, dei suoi quartieri, delle sue contrade e della società dell’Altomilanese. 

È da questa consapevolezza che nasce HystoryLab, il progetto della Fondazione Palio di Legnano dedicato alla salvaguardia e alla digitalizzazione del proprio patrimonio documentale. 

La collaborazione con Solidarietà e Servizi è iniziata nel 2023. All’inizio la Fondazione era semplicemente cliente della cooperativa e, con le risorse disponibili, riusciva a far digitalizzare ogni anno una parte dell’archivio. Dal 2025, però, il progetto ha cambiato passo grazie al sostegno di Tenova. 

«All’inizio eravamo costretti a procedere poco alla volta», racconta il presidente della Fondazione, Luca Roveda. «L’ingresso di Tenova ci ha dato un respiro maggiore. Oggi possiamo programmare il lavoro con continuità, garantire occupazione durante tutto l’anno e accelerare la costruzione di un archivio digitale che sarà un patrimonio per l’intera comunità.» 

UN ARCHIVIO CHE RACCONTA LA STORIA DI TUTTI 

L’obiettivo di HystoryLab non è conservare soltanto la memoria del Palio (la cui prima manifestazione è datata 1935). I documenti raccolti raccontano quasi centocinquant’anni di storia del territorio, a partire dalle celebrazioni del 1876 per il settimo centenario della Battaglia di Legnano fino ai giorni nostri. Attraverso manifesti, fotografie, documenti amministrativi e materiali recuperati nelle case delle famiglie legnanesi, emerge l’evoluzione della città, della politica, della comunicazione, della moda e del costume. 

«Il Palio è uno straordinario osservatorio sulla storia della nostra comunità», spiega Sabrina Marra, coordinatrice e referente del progetto HistoryLab, per Fondazione Palio. «Stiamo costruendo un archivio digitale accessibile a studiosi, scuole, università e cittadini.  Vorremmo che diventasse uno strumento per nuove ricerche, nuove tesi di laurea e, un domani, chissà, anche il cuore di un Museo della città di Legnano.» 

Per raggiungere questo obiettivo servono competenze archivistiche, precisione e tecnologie adeguate. «In Solidarietà e Servizi abbiamo trovato un livello di professionalità davvero elevato», aggiunge Marra. «Parliamo la stessa lingua. Hanno investito in persone, processi e tecnologie. È una fortuna avere sul territorio una realtà così competente.» 

UN LAVORO VERO CHE RESTITUISCE DIGNITÀ 

Dietro ogni documento digitalizzato ci sono due persone con disabilità assunte grazie al progetto, che ogni giorno svolgono un lavoro qualificato all’interno del reparto Gestione Documentale di Solidarietà e Servizi. Non si tratta di un’attività assistenziale, ma di un lavoro vero, con responsabilità, competenze e prospettive di crescita. 

È proprio questo il valore che Tenova ha deciso di sostenere.  «Per noi la responsabilità sociale non è un’iniziativa occasionale», raccontano Maura Bossi e Giorgia Zaghi, HR Business Partner di Tenova. «Vogliamo costruire un ecosistema in cui impresa, territorio e terzo settore crescano insieme. Questi progetti permettono alle persone con disabilità di entrare concretamente nel mondo del lavoro e, nello stesso tempo, restituiscono valore alla comunità.» 

La collaborazione con Solidarietà e Servizi è iniziata alcuni anni fa proprio attraverso altri progetti di digitalizzazione culturale. 

«Abbiamo trovato un partner capace di accompagnarci passo dopo passo nello sviluppo della nostra idea di responsabilità sociale d’impresa. Il nostro obiettivo è creare una cultura aziendale sempre più attenta all’inclusione e al territorio. Vorremmo che questo fosse solo l’inizio di un percorso sempre più ampio. E con Solidarietà e Servizi ci stiamo muovendo proprio in questa direzione.» 

QUANDO IMPRESE, INCLUSIONE E CULTURA LAVORANO INSIEME 

HystoryLab rappresenta uno degli esempi più concreti del progetto “Sociale al Quadrato”, nato come evoluzione delle convenzioni previste dall’articolo 14 della Legge Biagi (D.Lgs. 276/2003). 

Attraverso questo strumento le aziende possono adempiere agli obblighi previsti dalla Legge 68/99 affidando commesse a cooperative sociali che impiegano persone con disabilità. “Sociale al Quadrato” aggiunge un elemento ulteriore: trasforma quell’obbligo in un investimento capace di produrre un beneficio concreto per tutto il territorio. 

«Si crea un circolo virtuoso», spiega Gabriele Scampini, referente commerciale di Solidarietà e Servizi. «L’azienda realizza i propri obiettivi di inclusione lavorativa, le persone con disabilità acquisiscono un lavoro stabile e qualificato e la comunità vede valorizzato un patrimonio culturale che altrimenti rischierebbe di restare nascosto o andare disperso.» 

UN MODELLO CHE PUÒ FARE SCUOLA 

Quella del Palio di Legnano non è un’esperienza isolata. Solidarietà e Servizi ha già sviluppato progetti di “Sociale al Quadrato” per la Biblioteca Capitolare di Busto Arsizio, la Biblioteca Popolare di Rho e la Biblioteca del Collegio dei Padri Oblati Missionari di Rho, (anche quest’ultimo progetto sostenuto dall’azienda Tenova). 

Accanto a questi, la cooperativa realizza da anni importanti attività di digitalizzazione attraverso convenzioni ex articolo 14 per clienti importanti come l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con il carteggio di padre Agostino Gemelli, e aziende come Mondadori, Dolce&Gabbana e Lati. 

È la dimostrazione che questo modello può essere replicato ovunque esista un archivio da digitalizzare o un patrimonio da conservare e un’impresa disposta a guardare oltre il semplice adempimento normativo. 

«Chi cucina con me questa sera?» La crescita di Nicholas, educatore professionale che ha trovato nella relazione il punto di partenza  

Entrato in Solidarietà e Servizi quasi un anno fa, Nicholas ha trovato un percorso di onboarding fatto di affiancamento, fiducia e responsabilità crescenti. Una storia che racconta come la cooperativa investa sulle persone, valorizzandone competenze, soft skills e desiderio di crescere 

Nicholas (il secondo da sinistra) con Massimo, Angela, Giovanni e Mattia degli Appartamenti Tanzi in una foto ricordo con Cristina D’Avena

Una sera come tante agli appartamenti Tanzi di Cassano Magnago. Nell’appartamento degli uomini la televisione è accesa sui Mondiali, si stanno preparando a scendere in campo le squadre Canada e Bosnia. Al momento degli inni nazionali, all’improvviso Matteo, uno dei ragazzi della casa, si mette a cantare… in bosniaco. 

Nicholas, il nuovo educatore, resta sorpreso.  «Non me l’aspettavo. È stato uno di quei momenti in cui capisci quanto una persona abbia dentro molto più di quello che immagini. Se non ti prendi il tempo di conoscerla, certe cose non le scoprirai mai.» 

È questo il filo rosso che guida il suo lavoro negli appartamenti per l’autonomia di Cassano Magnago. Per lui ogni progetto educativo parte dalla relazione.  «Quando sono arrivato avevo il desiderio di conoscere gli ospiti, ma non mi bastava leggere le loro cartelle» – racconta. «Volevo conoscere la persona. Così ho iniziato a trascorrere del tempo con loro, con gesti semplici: “Chi cucina con me questa sera?”, “Chi mi aiuta a rinvasare una pianta?”, “Chi vuole sistemare una serratura?”. Da quei momenti sono nate conversazioni spontanee. Ho scoperto passioni, interessi, abilità, ma anche aspetti della loro storia personale. È così che capisci davvero chi hai davanti e come accompagnarlo nel suo percorso.» 

UNA CASA DOVE SI COSTRUISCE AUTONOMIA 

Gli appartamenti  “Isa Tanzi” a Cassano Magnago sono una casa un po’ particolare. In un’unica palazzina vivono dieci persone con disabilità: cinque uomini in un appartamento e cinque donne nell’altro. L’obiettivo è accompagnare ciascuno nel suo percorso di autonomia, attraverso una quotidianità analoga a quella di ogni famiglia. 

La giornata inizia con la sveglia, l’igiene personale e la colazione. Poi la casa si svuota. Ognuno esce per andare ai propri impegni: c’è chi frequenta un servizio diurno di Solidarietà e Servizi, chi quello di un’altra cooperativa, chi svolge un tirocinio risocializzante e chi lavora. Dietro questa normalità c’è una macchina organizzativa complessa, fatta di educatori, équipe, trasporti, tempi e coordinamento.  

Intorno alle quattro del pomeriggio la casa torna a riempirsi. È il momento della merenda, del riposo, delle passioni personali e delle attività condivise. C’è chi prepara la cena, chi sistema il giardino, chi propone un gioco, chi racconta la propria giornata. «Sono proprio questi i momenti più importanti. Preparare un piatto insieme o fare un piccolo lavoro domestico non serve solo a imparare un’attività pratica. È il momento in cui nasce la relazione, emergono capacità che magari non conoscevi e si costruisce fiducia.» 

DALLA SENSIBILITÀ PERSONALE ALLA PROFESSIONALITÀ 

Quella capacità di ascolto affonda le radici nella storia di Nicholas. Fin da bambino è cresciuto accanto al fratello Alessio, che presenta un ritardo psicomotorio con disturbo dello spettro autistico. «Mi sono sempre preso cura di lui con naturalezza. Più che un fratello, a volte mi sono sentito quasi un secondo padre. Questa esperienza mi ha fatto sviluppare una sensibilità che mi porto dentro da sempre.» 

Prima di diventare educatore, però, il suo percorso è stato tutt’altro che lineare: studi di lingue, il lavoro come magazziniere, operaio e receptionist in un hotel. Poi la scelta di cambiare strada, iscriversi a Scienze dell’Educazione e lasciare un posto a tempo indeterminato. «Avevo bisogno di un lavoro che mi desse stimoli e che fosse utile agli altri. È stata una scelta impegnativa, ma oggi posso dire di aver trovato quello che cercavo.» 

Dopo una prima esperienza con i minori stranieri non accompagnati arriva il colloquio in Solidarietà e Servizi. «Avevo curiosità, ma anche il desiderio di capire se sarei riuscito a trasformare quella mia sensibilità personale in una competenza professionale.» 

UN ONBOARDING CHE FA CRESCERE LE PERSONE 

L’ingresso in cooperativa avviene inizialmente tra il progetto “Avanti Tutta” per l’autonomia di adolescenti con autismo di livello 1 e alcuni turni nei weekend agli appartamenti “Isa Tanzi”. È qui che Nicholas sperimenta un onboarding costruito passo dopo passo. «All’inizio non mi è stato chiesto di sapere già fare tutto. Mi è stato chiesto di osservare, ascoltare e imparare. Le colleghe mi hanno affiancato nella relazione educativa ma anche in tutto quello che c’è dietro: la documentazione, l’organizzazione delle attività, i rapporti con gli altri servizi, le riunioni d’équipe.» 

«Quando arriva una persona nuova – racconta Elisa Colletto, coordinatrice degli Appartamenti Tanzi – lavoriamo insieme, condividiamo il metodo, la coinvolgiamo nelle riunioni, nelle mail, negli incontri con la rete. La prima volta osserva, quella dopo sperimenta insieme a noi e, quando è pronta, lo fa in autonomia. È così che si costruisce un professionista.» 

Con Nicholas questo percorso è stato particolarmente rapido. «Ho visto subito una persona curiosa, propositiva e con una sensibilità autentica. Le competenze tecniche si apprendono, ma ascolto, capacità relazionale e voglia di crescere (le cosiddette soft skills) fanno la differenza. Per questo abbiamo deciso di investire su di lui.» 

Da gennaio a Nicholas è stato proposto di lavorare a tempo pieno agli appartamenti di Cassano e da qualche tempo gli è stato affidato il ruolo di vicecoordinatore.  Coordina alcune riunioni d’équipe, predispone ed è responsabile di parte della documentazione educativa, organizza gli accompagnamenti e mantiene i rapporti con i servizi frequentati dagli ospiti. 

«Sapere che la cooperativa crede in me mi dà ancora più motivazione» – sottolinea Nicholas. «Ogni responsabilità nuova è un’occasione per imparare.» 

Poi sorride e torna al punto da cui tutto è iniziato. «La parte più bella del mio lavoro rimane lo stare con loro. Anche nelle giornate difficili. Se costruisci una relazione autentica, tutto il resto arriva di conseguenza. È da lì che nasce ogni percorso di crescita, il loro e anche il mio.» 

Quando un’azienda sceglie l’inclusione: un anno di incontri che ha creato legami 

Da una richiesta di McDonald’s è nato in Solidarietà e Servizi un percorso che ha coinvolto dipendenti, educatori e persone con disabilità in quattro appuntamenti durante l’anno. Un’esperienza di team building, cittadinanza attiva e inclusione che ha lasciato relazioni destinate a continuare. 

Alcuni ragazzi con disabilità dei CSE di Solidarietà e Servizi con i dipendenti McDonald’s durante una giornata di giochi presso la sede del ristorante di Gallarate nel mese di marzo

Non tutte le collaborazioni tra profit e non profit nascono allo stesso modo. Spesso è il Terzo Settore a cercare aziende disponibili a sostenere progetti di inclusione o volontariato. Questa volta è successo il contrario. È stata McDonald’s a rivolgersi a Solidarietà e Servizi con un obiettivo preciso: offrire ai propri dipendenti un’esperienza di team building diversa dal solito, capace di creare relazioni autentiche attraverso l’incontro con le persone che frequentano i Centri Socio Educativi della cooperativa. 

Da questo desiderio è nato un percorso durato quasi un anno, che ha coinvolto i dipendenti dei ristoranti McDonald’s di Castano Primo, Gallarate e Somma Lombardo insieme agli educatori e agli ospiti di quattro CSE della cooperativa: il CSE “Oltre”, il CSE “La Bussola”, il CSE “Polaris” e il CSE “Il Parco”. Non un singolo evento, ma quattro appuntamenti pensati per conoscersi, divertirsi e costruire relazioni nel tempo. 

«La cosa più bella è stata sapere che ci saremmo rivisti», raccontano le persone con disabilità che hanno partecipato al progetto. «Alla fine di ogni giornata vissuta insieme ci salutavamo con un: “ci vediamo la prossima volta”». Per Celeste il ricordo più bello è la grande tela dipinta insieme; Thomas sorride pensando ai giochi con le mollette; Asia ricorda con entusiasmo i giochi d’acqua dell’ultimo incontro. Piccoli ricordi che raccontano qualcosa di molto più grande.  

UN ANNO DI ESPERIENZE CONDIVISE 

ll percorso è iniziato a novembre con “Insieme a te per l’ambiente”, una giornata di cittadinanza attiva a Busto Arsizio, dedicata alla cura dei parchi cittadini, in collaborazione con i ristoranti Mc Donald’s di Busto Arsizio e Olgiate Olona. Poi sono arrivati due momenti ludici, presso la sede del Mc Donald’s di Gallarate a marzo e maggio, tra laboratori creativi e giochi di squadra. L’appuntamento conclusivo a luglio, nel parco di Villa Montevecchio, a Samarate, con giochi d’acqua, sorrisi e un pranzo condiviso. A chiudere simbolicamente il progetto una grande tela bianca sulla quale ciascuno ha scritto il proprio nome. Un gesto semplice ma potente: una firma per dire “Io c’ero”, perché ogni persona ha contribuito a costruire qualcosa di più grande della singola giornata. 

OLTRE LA DIAGNOSI, OLTRE L’ETÀ 

Ma il valore del progetto non si misura soltanto negli incontri organizzati. Si legge nelle immagini di Olaf, 20 anni, e Giovanni, 55 anni, che giocano insieme senza che l’età rappresenti una barriera. Si vede nei gruppi composti da persone con storie, età e disabilità differenti: ragazzi con autismo, sindrome di Down, disabilità cognitive e psichiatriche coinvolti nelle stesse attività, insieme ai dipendenti Mc Donald’s, senza percorsi separati o giochi “pensati per una diagnosi”. Il filo conduttore è stato uno solo: divertirsi insieme, conoscere persone e fare esperienze nuove. Un modo concreto per andare oltre le etichette e mettere al centro la persona. 

«Siamo orgogliosi di aver costruito questa collaborazione tra i nostri ristoranti e la Solidarietà e Servizi, con i loro collaboratori e i loro ragazzi» – testimonia Eleonora Gennari, licenziataria dei McDonald’s di Castano Primo, Gallarate e Somma Lombardo. «Un bel progetto che favorisce inclusione, condivisione e crescita reciproca attraverso momenti di incontro e socializzazione. Questa esperienza conferma il nostro impegno nel sostenere la comunità locale e nel rafforzare i nostri valori.»  

UNA RETE CHE CRESCE ANCHE DENTRO LA COOPERATIVA 

Il progetto ha prodotto effetti importanti anche all’interno di Solidarietà e Servizi. Lavorare insieme ha permesso agli educatori dei diversi Centri Socio Educativi di conoscersi meglio, confrontarsi e costruire relazioni professionali nuove. 

«Negli ultimi anni stiamo investendo molto sull’apertura al territorio», spiega Serena Bottigelli, coordinatrice del CSE Il Parco e responsabile del progetto con Mc Donald’s. «Vogliamo essere una realtà che crea valore insieme alla comunità. Ma questa esperienza ha avuto un impatto anche all’interno della cooperativa. Oggi conosciamo meglio gli altri Centri Socio Educativi, gli educatori e gli ospiti. Se la prossima settimana dovrò chiedere a un collega una sostituzione, sarò più tranquilla:  conosco già le persone, so come lavorano e questo rende la collaborazione molto più naturale.» 

Un pensiero condiviso anche da Ilaria Cannizzaro, coordinatrice del CSE La Bussola: «L’esperienza con McDonald’s ci ha fatto sentire parte di qualcosa di più grande di noi. Essere accolti da una realtà importante e vivere tutto questo insieme agli altri Centri della cooperativa ha rafforzato il nostro senso di appartenenza e ci ha permesso di creare nuovi legami.» 

QUANDO FARE RETE GENERA VALORE 

Il progetto con McDonald’s si inserisce in un percorso più ampio che Solidarietà e Servizi sta portando avanti da alcuni anni per favorire l’incontro tra i propri Centri Socio Educativi e il territorio. Dai progetti negli oratori al rugby, dal coro Camicie Aperte ai mercatini solidali, l’obiettivo è condividere esperienze che funzionano, mettere in rete competenze e creare occasioni di partecipazione autentica. 

Questa collaborazione rappresenta però qualcosa di speciale perché dimostra che sempre più aziende scelgono di avvicinarsi spontaneamente al mondo del sociale, riconoscendone il valore educativo e umano. Per McDonald’s è stata un’opportunità di volontariato, inclusione e crescita per i propri dipendenti; per Solidarietà e Servizi l’occasione di offrire ai propri ospiti nuove esperienze e di consolidare una rete di relazioni che continua ben oltre la durata di un progetto. 

Quando la natura si prende cura delle persone 

Da una serra per le persone con Alzheimer a un giardino multisensoriale per le persone con disabilità: a Origgio, all’interno del garden del Centro del Verde Toppi, il confronto tra ricerca scientifica, cooperazione sociale e territorio per scoprire come la natura possa diventare uno strumento di benessere, inclusione e qualità della vita  

I relatori e i partecipanti al convegno “Coltivare Benessere” dello scorso 6 giugno

Può la natura diventare uno strumento di benessere per le persone più fragili? 

È da questa domanda che è nato il convegno “Coltivare Benessere”, promosso dalle cooperative sociali Solidarietà e Servizi di Busto Arsizio e la Meridiana di Monza e ospitato sabato 6 giugno all’interno di una suggestiva serra del Centro del Verde Toppi di Origgio. Una mattinata di altissimo livello, che ha riunito ricercatori universitari, professionisti, operatori sociali, amministratori pubblici e cittadini attorno a un tema tanto affascinante quanto concreto: il rapporto tra natura, multisensorialità e qualità della vita. 

UNA CURIOSITÀ CHE HA FATTO NASCERE UNA RETE

 «Tutto è nato da una parola semplice: curiosità», racconta Giacomo Borghi, consigliere delegato di Solidarietà e Servizi. «Quando abbiamo iniziato a progettare ANABÍŌSCO, il giardino multisensoriale che sorgerà nella nuova casa per persone con disabilità di Caronno Pertusella, ci siamo posti alcune domande: qualcuno ha già intrapreso questo percorso? Quali risultati ha ottenuto? Esistono evidenze scientifiche che dimostrano i benefici della natura sulle persone fragili? E soprattutto, cosa possiamo imparare da queste esperienze?». 

La ricerca di interlocutori autorevoli ha portato a incontrare la Cooperativa La Meridiana di Monza e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, partner del progetto “La natura che cura”, che prevede la realizzazione di una serra sensoriale all’interno del Paese Ritrovato, il primo villaggio Alzheimer d’Italia.  

DUE ESPERIENZE DIVERSE, UNA STESSA VISIONE 

È nato così un dialogo tra due storiche realtà del Terzo Settore lombardo. Da una parte Solidarietà e Servizi, impegnata da oltre quarantacinque anni a costruire percorsi di autonomia, inclusione e qualità della vita per le persone con disabilità. Dall’altra La Meridiana, da cinquant’anni punto di riferimento nella cura degli anziani e delle persone con Alzheimer. 

Entrambe hanno scelto di guardare alla natura non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante dei percorsi di cura e di benessere. E proprio da quel confronto di esperienze è nato anche il desiderio di dar vita e condividere un momento pubblico di approfondimento e condivisione. 

QUANDO LA SCIENZA INCONTRA LA CURA 

Uno degli aspetti più significativi del convegno è stato il contributo dei ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, coinvolti nel progetto “La natura che cura”. 

Il botanico Rodolfo Gentili, responsabile del team di ricerca e il medico Paolo Mazzola hanno illustrato le evidenze scientifiche che dimostrano come il contatto con la natura e gli ambienti multisensoriali possa produrre benefici concreti sul piano psicologico, cognitivo e fisico.  Riduzione dello stress e dell’ansia, miglioramento dell’umore, maggiore capacità di orientamento, incremento delle relazioni sociali e della partecipazione alle attività quotidiane sono solo alcuni degli effetti documentati dalla letteratura scientifica. 

Marco Fumagalli, vicepresidente della Cooperativa La Meridiana,  ha raccontato il percorso che ha portato alla nascita della serra sensoriale destinata alle persone con malattia di Alzheimer all’interno del “Paese Ritrovato”. 

I CINQUE SENSI COME STRUMENTO DI BENESSERE 


Se la ricerca conferma i benefici della natura, la pratica quotidiana nei servizi mostra come questi principi possano tradursi in esperienze concrete. Durante il convegno si è parlato di multisensorialità come strumento educativo, relazionale e terapeutico. Un approccio che passa attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi: vista, udito, olfatto, tatto e gusto. 

Cristina Ridolfi, responsabile dei Centri Diurni di Solidarietà e Servizi, ha raccontato l’esperienza maturata in questo settore attraverso strumenti come le stanze Snoezelen.  

ANABÍŌSCO: UN GIARDINO PER L’AUTONOMIA E LA QUALITÀ DELLA VITA 


A Caronno Pertusella questa visione prenderà forma concreta nel progetto ANABÍŌSCO, il giardino multisensoriale progettato dall’architetto Magalì Roig Liverato, che durante il convegno ha ha illustrato come i principi della neuroarchitettura possano guidare la progettazione di spazi capaci di favorire il benessere delle persone.  
Il giardino sorgerà all’interno del polo che ospiterà diversi servizi per le persone con disabilità: il Centro Diurno Disabili “Il Girasole”, il Centro Sperimentale “Fabio Viganò” per minori con disturbi del neurosviluppo e le nuove 2 case dedicate all’autonomia abitativa, che saranno pronte ad accogliere 10 persone con disabilità entro il mese di dicembre, realizzate in coprogettazione con il Comune di Caronno Pertusella e grazie al sostegno di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo. 

ANABÍŌSCO è un progetto reso possibile anche grazie al contributo di Fondazione BPM e alla collaborazione di partner che hanno scelto di condividere non solo un obiettivo, ma una visione comune del benessere. 

Tra questi il Centro del Verde Toppi, che ha ospitato il convegno all’interno delle proprie serre, offrendo una cornice particolarmente significativa per i temi affrontati. 

«Siamo stati molto felici di ospitare il convegno perché condividiamo pienamente i principi che stanno alla base di questi progetti», commenta Beatrice Toppi. «Come voi, anche noi siamo fermamente convinti del potere curativo della natura e siamo entusiasti all’idea di poter contribuire alla sensibilizzazione e alla diffusione di questa consapevolezza». 

È forse questo il messaggio più importante emerso da “Coltivare Benessere”: prendersi cura delle persone significa guardare anche a ciò che spesso viene considerato un dettaglio. La qualità degli spazi, la bellezza, la natura, le relazioni. 

Significa avere il coraggio di costruire alleanze e mettere insieme competenze diverse per trasformare una buona idea in un’opportunità concreta per la vita delle persone.  «Per noi la collaborazione non è soltanto una parola», conclude Borghi. «Il nostro motto è “Insieme ci riusciamo” e cerchiamo ogni giorno di renderlo concreto. Crediamo che i progetti migliori nascano quando ricerca scientifica, cooperazione sociale, istituzioni, cittadini e imprese si incontrano e costruiscono qualcosa insieme».  


Dalle annotazioni di San Carlo Borromeo al lavoro che genera dignità: così la digitalizzazione diventa un bene per tutti 

Grazie a un progetto sostenuto da imprese del territorio e realizzato da lavoratori di  Solidarietà e Servizi, il patrimonio storico della biblioteca dei Padri Oblati Missionari di Rho diventa accessibile a un pubblico sempre più ampio. Un’iniziativa che unisce tutela della cultura, inclusione lavorativa e innovazione sociale  

Da sinistra: Marcello, Stefano, Emma, Luca, Federica, Davide insieme a Padre Gianfranco Barbieri

Per oltre quarant’anni padre Gianfranco Barbieri, responsabile dell’archivio e della biblioteca del Collegio dei Padri Oblati Missionari di Rho, si è posto la stessa domanda: come rendere accessibile un patrimonio immenso senza metterne a rischio la conservazione? 

Oggi quella risposta prende forma tra scaffali colmi di volumi antichi, manoscritti secolari e tecnologie all’avanguardia. Grazie a loro. Un team di 5 persone (di cui 4 con disabilità) del reparto Gestione Documentale di Solidarietà e Servizi, impegnato nella digitalizzazione di opere custodite nella biblioteca degli Oblati, un vero e proprio patrimonio che racconta la storia della congregazione, del Santuario di Rho, del territorio e delle sue prime missioni popolari. 

Tra i documenti più preziosi spicca la Bibbia appartenuta a San Carlo Borromeo, fitta di annotazioni, sottolineature e commenti autografi, che molto dicono del background biblico e teologico del grande Santo ambrosiano. Un documento unico che, grazie alla digitalizzazione, potrà essere studiato in modo approfondito senza sottoporre l’originale a continui rischi di deterioramento. 

«Abbiamo più di duecento cinquecentine, numerosi manoscritti e documenti rarissimi.» racconta padre Barbieri. Quando uno studioso arriva in biblioteca non sempre me la sento di affidargli certi volumi: sono fragili e in passato non sono mancati furti e danneggiamenti. Con la digitalizzazione possiamo conservare gli originali e mettere a disposizione di tutti i contenuti in totale sicurezza». 

DIETRO OGNI PAGINA DIGITALIZZATA C’È UNA PERSONA CHE CRESCE 

E così dall’8 giugno Emma, Luca, Marcello, Stefano e Davide  sono presso il Collegio dei Padri Oblati a svolgere il lavoro. Utilizzano uno scanner planetario professionale (un macchinario sofisticato dedicato alla scansione di beni culturali archivistici e librari, che consente di digitalizzarli senza contatto), effettuano controlli qualitativi e quantitativi sulle immagini e si avvalgono di software di photoediting basilari per la correzione di piccole imperfezioni. 

«La digitalizzazione è un’attività altamente qualificata», spiega Federica Madoi, team leader del reparto documentale  di Solidarietà e Servizi. «Gli operatori sviluppano competenze tecniche specifiche nella gestione dei beni culturali, imparano a utilizzare strumenti avanzati e a lavorare con grande precisione.» 

Ma il cuore del progetto non è soltanto tecnologico. 

«Trattandosi di un cantiere esterno, crescono anche in autonomia, capacità di problem solving e gestione delle responsabilità. Sono esperienze che valorizzano le persone e ne accrescono le opportunità professionali». 

Lo raccontano bene anche le parole di chi vive questa esperienza ogni giorno. 

«La sorpresa più grande è stata sentirmi degna di maneggiare testi storici così importanti», racconta Emma, una delle lavoratrici che sono su questa commessa. «La prima volta che ho avuto tra le mani la Bibbia di San Carlo Borromeo ho provato un’emozione indescrivibile. La mia prima preoccupazione era di avere le mani ben pulite prima di poterla sfogliare. Di solito questi volumi si vedono solo al museo dentro una teca. Qui invece ci viene affidata una responsabilità importante e questo mi rende orgogliosa del lavoro che stiamo svolgendo». 

Per Davide, un altro lavoratore,  il progetto rappresenta anche una conquista personale: «Ripenso agli inizi della mia malattia e a come stavo allora. Oggi mi trovo a lavorare su documenti preziosi utilizzando tecnologie avanzate. Sono contento e stupito della strada che ha preso la mia vita lavorativa». 

DALLA CULTURA ALLA DIGNITÀ: UN BENEFICIO PER TUTTA LA COMUNITÀ 

Per padre Barbieri il valore più profondo del progetto va oltre la tutela dei documenti. 

«Seguendo anche altre esperienze presenti sul territorio italiano, ho scoperto un modo nuovo di dare dignità alle persone più fragili. Non si tratta di assisterle o di compatirle, ma di riconoscerne il valore attraverso il lavoro. Questi ragazzi si guadagnano da vivere, si sentono utili, crescono professionalmente e umanamente. È un bene per loro, per le famiglie e per tutta la società». 

Il religioso richiama anche le parole di Papa Francesco, che invitava a superare la logica delle “persone di scarto”, e vede in iniziative come questa una concreta applicazione del messaggio rilanciato recentemente da Papa Leone XIV nella riflessione sulla “Magnifica Humanitas”. 

«Valorizzare le persone che spesso vengono considerate marginali significa far crescere l’intera comunità. Questi ragazzi non pesano sulla società: ne diventano una risorsa. E nello stesso tempo si salva un patrimonio culturale che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Se possiamo fare entrambe le cose insieme, allora abbiamo trovato una strada che merita di essere percorsa da molte altre realtà. Tante altre aziende possono ispirarsi a questo modello virtuoso».


Mariolina, una vita per imparare: dai primi sogni da maestra all’autismo, accompagnando ogni età della crescita 

In Solidarietà e Servizi come Coordinatrice del Centro Socio Educativo Oltre e del centro per minori con autismo AliBlu, Mariolina Caputo racconta un percorso professionale costruito su studio, formazione continua, lavoro di équipe e una convinzione profonda: nessuna persona può essere compresa fuori dal proprio sistema di relazioni   

Mariolina Caputo, pedagogista e coordinatrice del CSE Oltre e di Aliblu

Se c’è un filo rosso che attraversa tutta la vita professionale di Mariolina Caputo è la curiosità. La voglia di imparare, di rimettersi in discussione, di cercare nuove chiavi di lettura per comprendere le persone e accompagnarle nella crescita. 

La sua passione è nata molto presto. «Da bambina mettevo le bambole in fila sul letto e facevo la maestra», racconta sorridendo. Un sogno che la porta prima alle magistrali e poi all’Università Cattolica, dove sceglie Pedagogia a indirizzo psicologico, in anni in cui la facoltà di Psicologia a Milano non esisteva ancora. Nel frattempo lavora sempre con bambini e ragazzi: doposcuola, colonie estive, attività educative. «Anche nelle situazioni più impegnative mi divertivo. Stare con i bambini mi è sempre sembrata la cosa più naturale del mondo». 

DALLA DISABILITÀ ALLE NEUROSCIENZE: LA FORMAZIONE COME BUSSOLA 

La svolta arriva all’inizio degli anni Novanta, quando viene chiamata dall’allora USL di Legnano come pedagogista all’interno dei consultori, con progetti nelle scuole. È qui che incontra per la prima volta il mondo della disabilità e del lavoro multidisciplinare. «Erano gli anni in cui si iniziava a parlare di équipe. Psicologi, assistenti sociali e pedagogisti imparavano a lavorare insieme. Per me è stata una palestra straordinaria. Ho imparato che nessuno può leggere da solo la complessità di una persona. Servono sguardi diversi che si confrontano e crescono insieme». 

Da quel momento lo studio diventa una costante della sua vita professionale. Master in Pedagogia Clinica, formazione in psicomotricità, approfondimenti sulle neuroscienze, ricerca sulle neurodivergenze e successivamente un master in counselling sistemico-costruzionista. «Ogni volta che pensavo di aver raggiunto un punto di arrivo, scoprivo una nuova domanda. Si apriva un mondo nuovo. E io sentivo il bisogno di entrarci. È la curiosità che mi ha sempre guidata». 

Quando i servizi pedagogici delle ASL vengono progressivamente dismessi, contribuisce a fondare una cooperativa. Un’esperienza che la porta a confrontarsi con il terzo settore, la progettazione, i bandi e il coordinamento di servizi complessi. «Ho imparato che educare non basta: bisogna anche costruire contesti, opportunità e reti». 

Con i ragazzi del CSE Oltre al Museum of Senses di Milano

L’APPRODO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI E L’INCONTRO CON L’AUTISMO 

L’arrivo in Solidarietà e Servizi nel 2020 segna una svolta decisiva. Dopo una prima esperienza nell’ufficio gare, nel 2021 assume il coordinamento di Pollicino, servizio dedicato ai minori con autismo. 

«Quando sono entrata nel mondo dell’autismo ho sentito il bisogno di riprendere in mano i libri. Dovevo capire chi avevo davanti: i bambini, le famiglie, gli operatori». Da lì nasce un percorso che la porterà a contribuire alla crescita di Pollicino, alla nascita di Avanti Tutta per gli adolescenti e successivamente al coordinamento del Centro Socio Educativo Oltre per giovani adulti e adulti. 

«Ho avuto il privilegio di vedere tutte le fasi dell’autismo. I piccoli di Pollicino (e poi di AliBlu), gli adolescenti di Avanti Tutta, gli adulti del CSE Oltre. È come osservare un’unica storia che si sviluppa nel tempo». 

Questa visione complessiva rappresenta oggi uno dei suoi maggiori patrimoni professionali. «Lavorare contemporaneamente con bambini e adulti mi permette di vedere la partenza e lo sviluppo. Quello che accade all’inizio della vita aiuta a comprendere meglio tutto il percorso successivo». 

ALIBLU, LA MULTISENSORIALITÀ E IL DESIDERIO DI CONTINUARE A IMPARARE 

Nel 2024 nasce AliBlu, il centro per minori con autismo di Marnate, di cui oggi Mariolina è coordinatrice. Un progetto nato per rispondere alle lunghe liste d’attesa e diventato rapidamente un punto di riferimento per il territorio. 

Tra gli elementi più innovativi c’è l’introduzione della stanza Snoezelen, uno spazio multisensoriale progettato per sostenere il benessere e la regolazione sensoriale dei bambini. «Oggi sappiamo che ogni persona ha un proprio profilo sensoriale. Non basta proporre stimoli: bisogna conoscere come ciascuno percepisce il mondo». 

La multisensorialità rappresenta uno degli esempi più evidenti di quanto siano cambiate negli anni le conoscenze sull’autismo. «Quando ho iniziato a lavorare queste cose non esistevano. Oggi abbiamo strumenti, evidenze scientifiche e metodologie molto più raffinate. Questo però significa studiare continuamente». La formazione specifica degli operatori e l’utilizzo consapevole della stanza Snoezelen consentono di costruire percorsi personalizzati, calibrati sui bisogni di ciascun bambino. 

«Dietro ogni attività deve esserci una base scientifica rigorosa. L’autismo ci insegna che non esistono soluzioni standard, ma persone diverse da comprendere e accompagnare». 

ÉQUIPE, RETE E GENERATIVITÀ: LO SGUARDO SUL FUTURO 

Se le si chiede quale sia l’aspetto più bello del suo lavoro, Mariolina non ha dubbi. «Le mie équipe». Perché nessun progetto educativo, spiega, può esistere senza una squadra capace di condividere responsabilità, competenze e fatiche. 

«Puoi essere il massimo esperto di autismo, ma se non sai lavorare in équipe non puoi fare questo mestiere». Per questo cerca di essere una coordinatrice presente, accanto agli operatori e alle famiglie. «Non mi piace stare chiusa in ufficio. Ho bisogno di conoscere i bambini, di stare con loro, di condividere i momenti quotidiani». 

Accanto all’équipe c’è poi la rete. Scuole, servizi, famiglie, territorio. «La persona non esiste mai da sola. È sempre inserita in un sistema di relazioni». Da qui nasce anche uno dei suoi sogni: creare occasioni di incontro tra le famiglie dei bambini più piccoli e quelle degli adulti con autismo, affinché possano sostenersi reciprocamente attraverso esperienze e competenze maturate nel tempo. 

«La parola che amo di più è generatività. Mi piace quando dall’incontro tra persone, servizi e famiglie nasce qualcosa di nuovo». È la stessa idea che continua a guidarla dopo oltre quarant’anni di professione: imparare, condividere e creare opportunità perché altri possano crescere. 

Non isole, ma relazioni: quando i ragazzi dei Centri Socio Educativi diventano protagonisti della comunità  

Dagli oratori di Busto Arsizio a quelli di Samarate: i Centri Socio Educativi di Solidarietà e Servizi costruiscono alleanze con il territorio per promuovere autonomia, cittadinanza attiva e inclusione 

Olaf, un ragazzo del CSE Oltre, in un momento di servizio all’oratorio estivo Paolo VI del quartiere Beata Giuliana di Busto Arsizio

«Mi è piaciuto tanto. Ho giocato a basket, pallavolo, calcio, ho conosciuto amici nuovi e ho ritrovato quelli dell’anno scorso». Alex, 19 anni, racconta così le sue mattine all’oratorio Paolo VI del quartiere Beata Giuliana di Busto Arsizio. Accanto a lui ci sono Giacomo, che sorride ricordando le partite di pallavolo, Olaf, orgoglioso del suo ruolo di arbitro, e Paolo, che conserva il ricordo di una partita a Uno e di un pranzo condiviso con i coetanei. 

Sono frammenti semplici, ma raccontano qualcosa di prezioso: la possibilità di sentirsi parte di un gruppo, di essere accolti e riconosciuti. Un’esperienza che, come sottolinea Mariolina Caputo, coordinatrice del CSE Oltre, «raramente i nostri ragazzi vivono con questa intensità». Lo scorso anno, infatti, dai laboratori e dalle attività estive sono nate amicizie che sono proseguite anche oltre l’oratorio, fino a coinvolgere i ragazzi in serate tra adolescenti, tornei e momenti di socialità. «Per una sera sembrava che le differenze non esistessero più. I nostri ragazzi hanno sperimentato una grandissima accoglienza». 

FARE RETE PER CRESCERE INSIEME 

L’esperienza del CSE Oltre è una delle tappe di un progetto più ampio che vede i Centri Socio Educativi di Solidarietà e Servizi collaborare con gli oratori del territorio attraverso relazioni costruite nel tempo e convenzioni dedicate. 

All’oratorio Paolo VI, i ragazzi del CSE partecipano alle attività sportive come aiuto animatori, collaborano con volontari e animatori nel servizio mensa e condividono la quotidianità con bambini e adolescenti. Un’esperienza che nasce da legami concreti tra persone e che si è rafforzata anche grazie alla collaborazione con la Federazione Oratori Milanesi, grazie alla quale i CSE propongono  laboratori creativi, letture animate e momenti di sensibilizzazione sull’inclusione. 

«L’obiettivo è fare rete, aprirsi al territorio, creare occasioni di incontro autentico tra pari», spiega Mariolina.  «Per i ragazzi significa mettersi alla prova in contesti reali e sviluppare competenze che difficilmente emergono in ambienti più protetti». 

CONOSCERE E FARSI CONOSCERE 

La stessa filosofia anima il progetto del CSE Il Parco di Samarate. Due volte alla settimana, durante l’oratorio estivo cittadino (Oratorio San Carlo), i ragazzi propongono laboratori artistici e di falegnameria ai bambini, utilizzando spesso materiali di recupero. Non sono semplici partecipanti: diventano protagonisti e conducono attività pensate per gli altri. 

«Negli ultimi mesi stiamo spingendo molto sull’apertura al territorio», racconta Serena Bottigelli, coordinatrice del servizio. «Vogliamo conoscere e farci conoscere. Non siamo una realtà che ha solo bisogno di ricevere: possiamo anche offrire risorse e valore alla comunità». 

Per Solidarietà e Servizi questo rappresenta un principio educativo fondamentale che accompagna costantemente l’organizzazione dei servizi e i progetti riferiti agli ospiti: l’apertura al territorio non è soltanto una strategia organizzativa: è una visione della persona. La persona cresce quando può sperimentarsi, assumere un ruolo attivo, essere riconosciuta per ciò che sa fare. Dalla manutenzione del verde alle collaborazioni con Caritas, con il Centro di Aiuto alla Vita, scuole e oratori, il messaggio è sempre lo stesso: ogni persona può contribuire al bene comune. 

DALLA PARTE DI CHI DÀ UNA MANO 

Anche al CSE La Bussola di Busto Arsizio il progetto segue questa direzione. Ogni venerdì un piccolo gruppo di ragazzi raggiunge l’oratorio San Filippo Neri per collaborare alle attività estive. Negli scorsi mesi hanno aiutato nel riordino degli spazi; oggi affiancano animatori e volontari durante il “giocone”, supportando i bambini negli stand e contribuendo all’organizzazione della mattinata. 

«Per i nostri ragazzi è una doppia occasione di crescita», spiega la coordinatrice Ilaria Cannizzaro. «Da una parte incontrano i bambini, dall’altra si confrontano con gli animatori, che spesso sono loro coetanei. Sono chiamati a essere un esempio e questo richiede uno sforzo importante di autoregolazione emotiva e di responsabilità». 

È proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’esperienza: passare dalla posizione di chi riceve aiuto a quella di chi può offrire un contributo. Una sfida che rafforza autonomia, senso di responsabilità e percezione della propria efficacia. 

UNA COOPERATIVA CHE CONDIVIDE BUONE PRATICHE 

I progetti negli oratori si inseriscono in un percorso più ampio che coinvolge tutti i CSE della cooperativa. Dal coro Camicie Aperte ai progetti di rugby e calcetto, dalle attività con i dipendenti di McDonald’s ai mercatini presso il Bennet di Vanzaghello, fino alle collaborazioni con gli oratori, l’obiettivo è valorizzare le esperienze che funzionano e condividerle tra servizi diversi. Pur mantenendo ciascuno la propria identità e il proprio radicamento territoriale, i Centri Socio Educativi scelgono di lavorare come una rete: non realtà isolate, ma luoghi che dialogano, si contaminano e mettono in comune le buone pratiche. 

In fondo, il traguardo è tutto qui. Non soltanto partecipare a un laboratorio o a un’attività estiva, ma costruire relazioni capaci di continuare nel tempo. Come il sogno coltivato dal CSE Il Parco: vedere la prossima estate alcuni ospiti del servizio partire per la vacanza dell’oratorio in montagna, insieme al don e ai loro coetanei.
Perché il vero successo di questi progetti non è l’inclusione per qualche ora, ma la possibilità di sentirsi parte della stessa comunità, mettersi alla prova, scoprire le proprie capacità e sperimentare che ciascuno ha qualcosa da offrire agli altri.