«Oltre la logica degli appalti, verso una co-progettazione e co-programmazione». Intervista al Segretario Generale di AVSI

Portare veramente le persone al centro: il terzo settore è responsabile del bene comune al pari delle amministrazioni pubbliche

Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI

Voltare pagina, cambiare approccio e iniziare a superare la logica degli appalti per arrivare a programmare e progettare insieme. Il tutto per il bene delle persone, per una adeguata ed efficace risposta ai loro bisogni, per una responsabilità sociale condivisa. Questo è un aspetto che sta molto a cuore alla Solidarietà e Servizi e attraverso il quale è possibile realizzare una vera e concreta sussidiarietà nella solidarietà.

Abbiamo pertanto rivolto alcune domande a Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI, (Organizzazione Non Governativa presente in tutto il mondo con progetti che promuovono lo sviluppo e la tutela di ogni persona) il quale ci ha confermato che il terzo settore non deve più essere un mero esecutore, ma deve rivendicare un ruolo da protagonista, soprattutto in virtù della sua capacità di dare risposte ai bisogni.

Dottor Silvestri, AVSI opera mettendo al centro le persone, quale fulcro di sviluppo per se stesse e per la loro comunità. Quale il ruolo del terzo settore in questo ambito?

Le organizzazioni del terzo settore sono espressione delle persone; sono persone che si mettono insieme per rispondere a dei bisogni. Quindi, per queste organizzazioni, il rapporto con le persone – e di conseguenza con i bisogni – è un rapporto diretto. È naturale che al centro delle organizzazioni del terzo settore ci siamo persone. Ma, pur essendo espressione di quella società civile oggi tanto esaltata dai media come il nuovo cuore pulsante del Paese e dai politici a parole, il terzo settore non viene coinvolto quando si tratta di prendere decisioni. Viene considerato solamente sotto il profilo operativo.  Eppure, il terzo settore si basa sulle persone e sui loro bisogni. È fatto da persone che si mettono insieme per dare risposte. Senza le persone non esisterebbero le organizzazioni del terzo settore.

Quando si parla di sociale, le risposte sono talvolta o anche spesso demandate allo Stato con le sue istituzioni. Come favorire il coinvolgimento del terzo settore?

È questo un ambito dove ci sono novità. In un’ottica statalista che è abbastanza diffusa, quando c’è un bisogno sociale o un’emergenza la prima reazione è: “cosa può fare lo stato?” Pur ritenendo che il ruolo dello stato sia importante, anche Corte Costituzionale, nella sentenza 131 del 2020, ha però detto che lo stato non è l’unico detentore dell’interesse pubblico, non è l’unico soggetto che rappresenta i bisogni della società. Il terzo settore viene così posto allo stesso livello delle amministrazioni pubbliche nel capire i bisogni e definire le politiche adeguate per rispondere a questi bisogni. Viene superata la vecchia logica dell’appalto dove lo stato definiva le politiche di intervento e poi chiamava il terzo settore ad attuarle. Ora il terzo settore rappresenta il bene pubblico allo stesso livello di un’amministrazione pubblica.

Quale il valore aggiunto di un intervento basato sulla co-progettazione e sulla co-programmazione?

Se ben attuate, la co-programmazione e la co-progettazione portano al tavolo di discussione gli interessi delle persone. Gli enti del terzo settore portano i bisogni delle persone e possono presentarli senza alcuna mediazione. È un notevole valore aggiunto che parte proprio dalle persone.

Quali ulteriori passaggi concreti è necessario fare per poter affermare che terzo settore e amministrazioni pubbliche sono parimenti costruttori del bene comune?

È questo un tema molto ampio e importante, anche perché abbiamo davanti a noi una pagina bianca da scrivere. Occorre individuare le modalità di operare nella realizzazione della co-programmazione e della co-progettazione; bisogna trovare le modalità migliori. E lo si fa sperimentando, studiando, andando a vedere gli esempi all’estero e in Italia e verificare quanto possano diventare dei modelli. Nel fare questo però, sono necessarie la disponibilità delle amministrazioni pubbliche e una buona intelligenza da parte dei politici. Il Pnrr è buona opportunità: nella missione 5, in alcuni bandi è titolo preferenziale per le amministrazioni pubbliche locali coinvolgere le organizzazioni del terzo settore nella co-programmazione e nella co-progettazione. Non ci sono ideologie preconcette, bisogna sperimentare. Si tratta di una nuova modalità di intervento che non ha al momento delle soluzioni predefinite. C’è un lavoro da fare: terzo settore, amministrazioni pubbliche e politici insieme.  

Una web radio racconterà la vita nei Centri Diurni Disabili

Il CDD di Cermenate gestito da Solidarietà e Servizi è pronto a sbarcare on-air. Il progetto approvato dall’Azienda Speciale Consortile Galliano di Cantù

«Evviva! Così posso far sentire la mia voce alla radio e far ascoltare la mia musica a tutti», dice Guido candidandosi a provetto dj. «Con la radio posso parlare alle persone lontane e posso usare il mixer», gli fa eco Luca che punta a stare in regia. Tra gli ospiti del Centro Diurno Disabili – CDD – di Cermenate è già molta l’attesa. È ormai partito il conto alla rovescia: il CCD gestito da Solidarietà e Servizi, si appresta a sbarcare on-air. Il progetto della Web Radio proposto dalla cooperativa sociale è stato infatti apprezzato e approvato dall’Azienda Speciale Consortile Galliano di Cantù, committente del servizio che Solidarietà e Servizi gestisce in appalto,

La Web Radio è un progetto dagli obiettivi chiari: «Parliamo di promozione dell’inclusione sociale con la partecipazione e il coinvolgimento diretto degli ospiti per far emergere capacità inespresse», spiega Marco Lo Passo, educatore del CDD di Cermenate che ha avuto l’idea e sta seguendo l’intero progetto. «Vogliamo anche sostenere un percorso di apertura al mondo esterno tramite l’utilizzo dei media con l’opportunità di conquistare maggiore visibilità e ampliare la rete di contatti e conoscenze. La radio è uno strumento che, nella sua semplicità, offre tantissimo: stimola l’immaginazione, la creatività, le potenzialità narrative e il confronto con altri punti di vista e con altre diversità».

Dall’Azienda Speciale Consortile Galliano è arrivata l’approvazione  «con il desiderio di proporre un’attività a forte tenore di innovazione, particolarmente sentito dopo due anni caratterizzati dalla pandemia che hanno determinato un parziale ristagno delle iniziative e una relativa limitazione dell’offerta per gli ospiti», afferma il direttore dell’Azienda Galliano, Giampaolo Folcio. «Le motivazioni  a sostegno del progetto si possono riassumere nell’opportunità di coinvolgere ospiti con differente grado di disabilità, attraverso ruoli differenti giocati nell’organizzazione e programmazione dei contenuti radiofonici; sotto questo aspetto la musica, linguaggio universale ed accessibile a molti livelli di fruizione, permette di estendere agli  ospiti i vantaggi della nuova attività; nella possibilità, per alcuni dei nostri ospiti, di esprimere appieno le proprie potenzialità ricoprendo ruoli specifici (tecnico, intervistatore, deejay, regista) che li facciano sentire protagonisti durante il tempo trascorso in struttura; nel potenziamento della comunicazione in esterno, prendendo contatto con altre realtà e rendendosi visibili al di là del contesto “ovattato”  alle volte poco conosciuto dei CDD e nella possibilità di veicolare un’immagine differente della persona disabile, non più limitata allo stereotipo del portatore di bisogni e problemi, ma ripensabile come soggetto attivo in grado di ideare, proporre, scegliere, creare». 

Sono tutti obiettivi profondamente condivisi da Solidarietà e Servizi. Come spiega Silvio Pagliaro, coordinatore del CDD di Cermenate: «Con la web radio vogliamo dare voce alle persone disabili di cui ci prendiamo cura offrendo occasioni di sviluppo dell’autonomia. Vogliamo fare tutto questo raccontando quello che avviene nel CDD di Cermenate e in tutti gli altri 12 CDD gestiti dalla cooperativa. Il mondo della disabilità viene spesso posto ai margini; interessa solamente alle persone che vi operano e quanti entrano in contatto diretto. Aprire le porte, condividere informazioni, vita vissuta, progetti e iniziative attraverso uno strumento libero è la strada più facile per parlare e far parlare di disabilità, non recludendo questo mondo e tutte le persone coinvolte in uno stanzino isolato».

Una stanza però c’è ed è quella individuata all’interno del CDD di Cermenate per ospitare la redazione della web radio, dove saranno posizionati microfoni, mixer, casse e computer e da cui saranno trasmessi i vari programmi. «Sono in corso i lavori di sistemazione e allestimento degli spazi: saremo pronti per il prossimo 24 ottobre», annuncia Roberto Albè, responsabile area Information e Communication Technologies di Solidarietà e Servizi. «Stiamo provvedendo all’acquisto dell’attrezzatura necessaria, sia hardware sia software, insonorizzando l’ambiente e dando tutti gli strumenti necessari affinché le postazioni possano essere fruibili anche dalle persone che frequentano il CDD». La scelta di trasmettere su internet non è stata casuale. «Abbiamo optato per la soluzione più accessibile da attuare; soluzione che ha potenzialità infinite in quanto, avendo una connessione, può raggiungere ogni parte del mondo e permette alle persone disabili di interfacciarsi con una parte tecnologica, acquisendo così competenze e maggiore conoscenza e consapevolezza dei media».

Sul palinsesto ci si sta lavorando. «Stiamo costituendo il comitato di redazione che sarà composto da educatori e ospiti. L’intenzione è dare spazio alla creatività offrendo momenti di musica ma anche di racconto di vita quotidiana all’interno del CDD. Vorremmo aprire a collaborazioni con altri Centri per dare sempre voce alle persone disabili», anticipa Marco Lo Passo.

Il nome della web radio è ancora top secret. Ogni aggiornamento sarà disponibile sulle pagine facebook e linkedin di Solidarietà e Servizi.

Coltivare l’autonomia con i percorsi del Dopo Di Noi

L’esperienza estiva del servizio promosso da Solidarietà e Servizi per creare occasioni di crescita per le persone con disabilità

L’autonomia va coltivata, fatta crescere e soprattutto accompagnata, anche divertendosi. L’esperienza dei percorsi del Dopo Di Noi, che Solidarietà e Servizi ha avviato sul territorio di Busto Arsizio, ha trovato nell’ultimo periodo estivo un momento particolare: la diversificazione delle proposte, oltre a dare continuità al progetto di sviluppo dell’autonomia per le persone con disabilità che frequentano i centri diurni, ha rappresentato un momento di sollievo per le famiglie, offrendo occasioni di svago in linea con il periodo vacanziero.

«I percorsi del Dopo Di Noi che abbiamo attivato e che hanno coinvolto 11 persone con disabilità rappresentano una specie di palestra dove andare a coltivare e sviluppare l’autonomia nelle persone disabili», spiega Laura Puricelli, responsabile Area Autismo e Autonomie di Solidarietà e Servizi. «Proponendo attività specifiche, l’obbiettivo è accrescere alcune competenze per migliorare il livello di autonomia. Anche se è stato costruito pensando come supporto a quello che sarà il Dopo Di Noi, quindi il momento in cui il supporto familiare non potrà più essere garantito, per queste persone l’andare a fare la spesa, il condividere uno spazio abitativo o anche il fare una gita tutti insieme rappresenta un’occasione per lo sviluppo di abilità, quindi di crescita. Si tratta di percorsi che integrano l’offerta socio-educativa che ciascun partecipante vive nei servizi diurni e che si inseriscono in quello che è il pensiero generale sul “progetto di vita”, avviando l’accompagnamento alla vita adulta».

Nello specifico, i percorsi del Dopo Di Noi hanno interessato due gruppi di ragazzi con disabilità che frequentano normalmente i Centri Socio Educativi – CSE -, con interventi il mercoledì e il sabato. «Approfittando dei mesi di vacanza, quest’anno sono state previste delle esperienze un po’ diverse come per esempio alcune visite nei parchi e l’uscita a cena, pur garantendo gli aspetti più legati alla “vita comune” quali il fare la spesa, il preparare da mangiare e il riassetto della casa», aggiunge Tatiana Ciola, coordinatrice dei percorsi del Dopo Di Noi. Tra luglio e le prime settimane di settembre, sono state fatte passeggiate nel parco Altomilanese e al parco Castello di Legnano, c’è stata la gita al lido della Schiranna a Varese, ma anche l’uscita in piadineria e in pizzeria. Il riscontro è decisamente positivo. «Le famiglie, oltre ad avere un sollievo, sono contente per la felicità che i ragazzi dimostrano al rientro, ma sono coinvolte anche nel percorso di crescita verso l’autonomia che ciascuno di loro sta facendo». Il risultato è triplice: da una parte, alla gioia dei ragazzi coinvolti corrisponde la soddisfazione delle famiglie. Dall’altra c’è la crescita attraverso lo sviluppo delle autonomie. «”Se andate in piadineria fate in modo che sia nostro figlio a pagare direttamente, così impara anche a gestire i soldi”, è quanto ci hanno detto alcuni genitori», riferisce Silvia, educatrice di Solidarietà e Servizi. Non ultimo, «il fatto di fare gruppo: stare assieme crea legami, amicizie, rapporti».

Solidarietà e Servizi e LIUC: un assegno di ricerca per sviluppare l’autonomia delle persone con disabilità con nuove soluzioni tecnologiche

Dalla cooperativa sociale e LIUC – Università Cattaneo un bando per sostenere la ricerca di nuove applicazioni per aiutare le persone con disabilità a essere più autonome in casa e sul lavoro. Domande da presentare entro il 30 settembre

Solidarietà e Servizi e LIUC – Università Cattaneo di Castellanza insieme per trovare nuove soluzioni tecnologiche allo sviluppo dell’autonomia delle persone con disabilità. È stato pubblicato il bando per un assegno di ricerca destinato allo sviluppo e al test di nuove soluzioni domotiche e tecnologiche per una casa dove vivono persone con disabilità. Avviato grazie a Confcooperative Insubria, il progetto è partito dalla collaborazione tra l’ateneo e la cooperativa sociale impegnata nello sviluppo delle autonomie delle persone con disabilità e si inserisce nel percorso educativo che caratterizza Solidarietà e Servizi promuovendo progettualità individuali per le persone più fragili.

«Abbiamo deciso di investire per individuare nuove soluzioni tecnologiche che possano favorire i processi di autonomia delle persone con disabilità», spiega Domenico Pietrantonio, presidente del Consiglio di gestione di Solidarietà e Servizi. «Con questo progetto infatti vogliamo incentivare la ricerca e l’innovazione a favore delle persone disabili affinché la tecnologia come strumento possa contribuire ad affermare la centralità della persona e valorizzare tutte le sue possibili capacità e i suoi talenti».

Aggiunge Giacomo Borghi, responsabile Area Diurni e Residenziali di Solidarietà e Servizi: «La domotica rappresenta già da anni una peculiarità delle nostre case dove vivono persone con disabilità. Gestione automatica della temperatura, delle aperture e delle scorte nel frigorifero sono solamente alcuni esempi di applicazione in una quotidianità che, all’interno di un progetto di vita personalizzato, promuove l’autonomia e la realizzazione della persona, anche in direzione del “Dopo e Durante noi”».

Il progetto vede coinvolta la Scuola di Ingegneria Industriale della LIUC e l’i-FAB dell’università Cattaneo, ovvero la fabbrica modello Lean e Industry 4.0 creata all’interno dell’ateneo castellanzese per sviluppare e sperimentare diverse tecnologie e toccare con mano i diversi pilastri dell’attuale quarta rivoluzione industriale. L’assegno di ricerca messo a disposizione è di circa 25 mila euro e gli obiettivi sono quelli di identificare le principali problematiche che le persone disabili incontrano in ambienti domestici e di lavoro, effettuare scouting di tecnologie e applicazioni che possano essere installate in sicurezza e, non ultimo, testare le soluzioni trovate all’interno dell’i-FAB per poi introdurle in un contesto abitativo.

«Aiutare persone con disabilità a essere più autonome nella loro vita quotidiana, a casa come al lavoro, tramite l’utilizzo delle tecnologie del paradigma industry 4.0, è una grande e importante sfida – spiega Tommaso Rossi, Professore Ordinario di Impianti Industriali Meccanici della LIUC – Università Cattaneo e referente dell’iniziativa – Come Università, poter contribuire tramite un assegno di ricerca all’impegno di Solidarietà e Servizi su questi temi è dunque motivo di soddisfazione. In particolare, pensiamo di poter dare un valore aggiunto a questo progetto con il nostro i-FAB, la fabbrica simulata 4.0 allestita in università e da tempo utilizzata per sessioni formative rivolte sia a studenti che a manager, cosi come per attività di ricerca».

Aggiunge Giovanni Pirovano, lecturer della Scuola di Ingegneria Industriale della LIUC che guiderà lo studio: «L’i-FAB, insieme ad un altro ambiente individuato dalla Cooperativa, sarà una realtà di sperimentazione particolarmente efficace per testare le diverse tecnologie con un’ottica inclusiva. Inoltre, con questo assegno di ricerca aggiungiamo un importante tassello agli sforzi dell’ateneo per creare nuove opportunità per i nostri laureati che scelgono la carriera accademica».

Per accedere al bando è necessario essere in possesso del diploma di laurea o di laurea specialistica / magistrale. La domanda di ammissione deve essere inviata tramite pec all’indirizzo ufficio.concorsi@pec.liuc.it entro il prossimo 30 settembre. Il modulo e il regolamento del bando di selezione sono disponibili qui: https://www.liuc.it/ufficio-concorsi/selezione-assegnisti-di-ricerca/

Il Dopo Di Noi nella Casa di via dei Liguri a Pavia: una best practice riconosciuta da Regione Lombardia 

L’Housing per persone con disabilità gravissime realizzato nel 2018 da Solidarietà e Servizi e Associazione Un Nuovo Dono scelto da Regione per la propria campagna di comunicazione per il Dopo Di Noi

La Casa di via dei Liguri è diventata testimone del Dopo Di Noi. Regione Lombardia, all’interno del progetto “Lombardia Facile”, il servizio di informazione che affronta a 360 gradi tutti gli aspetti della vita quotidiana e le esigenze delle persone con disabilità, ha indicato come best practice l’housing di Pavia coprogettato dalla cooperativa sociale Solidarietà e Servizi e dall’Associazione Un Nuovo Dono. Alla Casa, dove vivono cinque persone con disabilità grave dal 2018, ATS Pavia ha dedicato il video “Dopo Di Noi – insieme verso il futuro: tra privato e privacy” dove viene presentata l’esperienza dell’housing, dalla sua nascita, quale opportunità innovativa e diversa rispetto ai servizi residenziali tradizionali, alla sfida vinta: «È possibile vivere a casa propria anche con disabilità intellettiva e motoria complessa», dice nel video Massimo Zanotti, presidente dell’Associazione di genitori Un Nuovo Dono.

La Casa di via dei Liguri è un progetto abitativo che sostiene le scelte di vita adulta di chi vi abita, dà una risposta a chi l’ha voluta, ovvero i genitori delle cinque persone residenti, e soprattutto è un nuovo modo di pensare il Dopo Di Noi. «I cinque ragazzi con disabilità grave stanno già costruendo, in questo “durante noi”, un “dopo di noi” sereno e consolidato», prosegue Zanotti.

«Non siamo “Ente gestore” e la Casa non è “un servizio”», puntualizza Giacomo Borghi, responsabile d’Area di Solidarietà e Servizi. «Quella che agli occhi di un profano potrebbe apparire come una sottigliezza tecnica, è invece un elemento fondamentale: famigliari e operatori insieme sono corresponsabili del buon andamento della vita quotidiana. Se, ad esempio, pensiamo a tutte le problematiche nella gestione dell’emergenza sanitaria nelle strutture residenziali, si può capire cosa abbia potuto significare che gli ingressi nella Casa fossero decisi insieme dai genitori con gli operatori, all’interno del quadro normativo valido per ciascun cittadino con o senza disabilità».

I risultati dei primi quatto anni sono estremamente positivi. I Progetti di Vita delle cinque persone vengono verificati periodicamente attraverso interviste agli interessati e ai care givers utilizzando la Scala San Martin, cioè il primo strumento riconosciuto a livello internazionale per la valutazione della qualità di vita delle persone con grave disabilità. «I dati che abbiamo ottenuto sono tutti molto positivi», spiega Simona De Alberti, referente per Solidarietà e Servizi dei Centri Diurni Disabili di Pavia. «La valutazione viene effettuata considerando sette dimensioni: l’autodeterminazione, il benessere emotivo, il benessere materiale, i diritti, lo sviluppo personale, l’inclusione sociale e le relazioni interpersonali. I miglioramenti registrati nella qualità di vita hanno interessato sia le due persone che provenivano da un’esperienza in casa con in genitori, ma soprattutto le tre che arrivavano da strutture socio sanitarie. Le ultime rilevazioni sfiorano il massimo del punteggio previsto: questo significa che il progetto della Casa di via dei Liguri, nonostante le difficoltà degli ultimi anni dettate dall’emergenza sanitaria, permette realmente di migliorare la qualità di vita delle persone disabili. Permette loro di scegliere, di gestirsi e di costruire il loro futuro all’interno del progetto di vita personalizzato, rispettando quella riservatezza che una vita adulta richiede». Fabio, uno dei cinque residenti, infatti racconta quanto sia importante per lui avere una camera tutta sua, «dove poter ascoltare la musica ad alto volume, ma anche confidarmi con gli operatori». Ma anche dove rifugiarsi nei momenti difficili: «Siamo in cinque in casa e quando sono un po’ arrabbiato chiudo la porta e mi isolo». E dove coltivare le sue grandi passioni: «La musica, mi piace il trap, e l’hockey su carrozzina» di cui conserva i premi vinti nelle competizioni.

Per guardare il video della Casa di via dei Liguri: https://www.youtube.com/watch?v=lpq1QCT8dfM

Benessere, sostenibilità e arricchimento personale: questo l’impatto sociale di Solidarietà e Servizi

Sono i primi elementi evidenziati dal team dell’Università Cattolica nel processo di valutazione di impatto sociale avviato dalla cooperativa

Sostenibilità, benessere, arricchimento personale e miglioramento della rilevazione del bisogno. Sono i primi feedback avuti dal percorso di valutazione di impatto sociale avviato da Solidarietà e Servizi. La cooperativa sociale ha infatti dato il via all’inizio dell’anno al processo per la valutazione di impatto sociale affidandosi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano attraverso il CESEN – Centro studi sugli Enti ecclesiastici e sugli altri enti senza fini di lucro – e ALTIS, Alta Scuola Impresa e Società. Un percorso che, in questo 2022, è concentrato sull’analisi dell’Area Inserimento lavorativo; il prossimo anno invece sarà valutata l’Area Autismo, Servizi diurni e residenziali.

«Si tratta di un percorso innovativo che, più che fare leva su elementi quantitativi, cerca di porre in evidenza gli elementi qualitativi caratterizzanti l’attività svolta dalla cooperativa sociale. E, attraverso questi, andare a definire l’impatto che ha Solidarietà e Servizi sui propri stakeholder, ovvero sui soggetti portatori di interesse che operano o semplicemente entrano in contatto con la cooperativa», spiega Fabrizio Carturan, alla guida del gruppo di lavoro di Solidarietà e Servizi che affianca CESEN e ALTIS.

Il primo step è stata l’individuazione proprio delle tipologie di stakeholder per le quali il cambiamento, riconducibile ai servizi erogati dalla cooperativa, è più evidente. «Insieme con il team dell’Università Cattolica siamo andati a definire la tipologia di soggetti che entrano in contatto con la nostra cooperativa. Un primo passo che ha permesso di andare a selezionare un campione ritenuto rappresentativo di enti, realtà e persone sui quali Solidarietà e Servizi ha un impatto».

Tra le tipologie di stakeholder individuate, ne citiamo quattro: aziende e imprenditori, amministrazioni pubbliche, personale dipendente e coordinatori e responsabili delle attività. «Alcuni di loro sono stati riuniti in focus group per verificare e approfondire quali siano le “dimensioni di impatto” definite come importanti e derivanti dal loro collaborare – ciascuno per la propria esperienza – con la cooperativa», prosegue Carturan. Il risultato è stato sorprendente. «Secondo quanto ci ha restituito il team della Cattolica, gli imprenditori coinvolti hanno usato parole come sostenibilità sociale ed economica, hanno parlato di ripercussioni sugli obiettivi strategici delle loro realtà e hanno sottolineato l’impatto sulla loro reputazione sia interna, sia esterna. Dagli enti pubblici sono arrivate osservazioni in merito al proprio rapporto con il territorio, ma anche alla possibilità di migliorare sia la rilevazione del bisogno sia l’organizzazione del lavoro al loro interno. I dipendenti hanno parlato di integrazione, inclusione, sviluppo personale, benessere: tutte dimensioni che sono state oggetto di cambiamento da quando è stata avviata la loro collaborazione con la cooperativa. Da ultimi, i coordinatori hanno sottolineato l’arricchimento personale, il coinvolgimento nella mission della cooperativa e, soprattutto, l’importanza sociale del loro lavoro. Tutti hanno comunque fornito elementi positivi. Di fatto – prosegue Carturan – in questa prima fase c’è stata una grande disponibilità da parte dei soggetti e delle persone coinvolte: alla curiosità per il processo che è stato avviato e che rappresenta un unicum, si è associato l’interesse nel volersi soffermare a riflettere sugli elementi di valore che scaturiscono dalla collaborazione con Solidarietà e Servizi».

Come prossimo passo, l’esito dei focus group sarà la base per redigere i questionari che a loro volta saranno somministrati a una platea più ampia di stakeholder al fine di ottenere un quadro il più possibile completo e oggettivo dell’impatto sociale generato dalle attività, dai servizi e dai progetti di Solidarietà e Servizi.

“Mai più soli”: più di una parola, una promessa. L’articolo di Maurizio Vitali pubblicato su Tracce

L’incontro tra il giornalista del mensile e la cooperativa sociale in un racconto che coglie il valore del pay-off che accompagna Solidarietà e Servizi da oltre 40 anni

Qualche settimana fa Maurizio Vitali, giornalista della rivista Tracce, è venuto in Solidarietà e Servizi. Ha visitato alcuni servizi, incontrato le persone e vissuto insieme con loro alcuni momenti della giornata riuscendo a cogliere il significato di quel “mai più soli” che guida Solidarietà e Servizi da oltre 40 anni. Questo il suo articolo che è stato pubblicato sul numero di luglio 2022 del mensile Tracce.

«Mai più soli»

di Maurizio Vitali

«Lavorando qui ho avuto la possibilità di pensare che la vita non è chiusa in un confine, ma gode di un oltre». Parola di Salvatore, uno delle migliaia di volti accolti dalla Cooperativa sociale Solidarietà e Servizi, che cura, educa, dà lavoro a  persone fragili. «Mai più soli» è il pay-off della Cooperativa sociale Solidarietà e Servizi, il motto che la contrassegna. Ma anche molto di più: è parola detta a ciascuna delle 6.113 persone fragili e disabili “prese in carico”, è promessa fatta a ognuno in una relazione da persona a persona da parte dei 502 operatori quotidianamente impegnati ad adempierla.

La Cooperativa, nata nel 1979, ha il quartier generale a Busto Arsizio ed è attiva in sei province (Varese, Milano, Como, Lecco, Monza e Brianza, Pavia) con un’ampia gamma di servizi di carattere socio-sanitario, formativo, educativo, di inserimento lavorativo. Domenico Pietrantonio e Paolo Fumagalli sono i due uomini al vertice: del Consiglio di gestione il primo, del Consiglio di sorveglianza il secondo. Qui ha sede anche il Centro socio-educativo per disabili (non troppo gravi). In uno spazio un po’ soggiorno di casa un po’ laboratorio artigianale, gli ospiti sono impegnati a gruppetti in varie attività (ci sono scansie colme di oggetti costruiti da loro) o in conversazioni con le educatrici (tema: la gita fatta a Cremona). Laura, coordinatrice, spiega quello che sta lì sotto i nostri occhi: che l’approccio non è per nulla assistenziale, che ciascuno è guardato come persona unica, con una sua prospettiva e un suo destino. In una relazione personale, l’educatore riconosce e valorizza i talenti di ognuno. Alessandro, con altri disabili, tiene in ordine la grande aiuola della pizzeria che dà sulla piazza, e ne è molto orgoglioso: «Togliamo le cartacce e le cacche dei cani, bagniamo l’erba, così abbiamo lo sconto sulla pizza». È un esempio di esperienza di autonomia, possibile e fruttuosa solo se la persona si sente voluta e in compagnia. «Io con il Paolo», ci tiene a comunicare un altro, «e con la Francy vado a fare la spesa. A volte cuciniamo noi, e non andiamo a mangiare in mensa». Mario, 54 anni, non ha più l’uso della parola: digita su un sintetizzatore che traduce in voce: «Mi piace stare qui perché mi vogliono bene e mi aiutano a star bene». Stesse parole vengono su dal cuore di Maria, che di anni ne ha 69. Esperienze, pensieri, problemi vengono affrontati e discussi insieme per prenderne coscienza, imparare, farne tesoro: cartelloni scritti a pennarello appesi alle pareti raccolgono il succo delle scoperte e delle condivisioni, sotto grandi titoli come “tristezza”, “noia”, “gioia”, “alimentazione”.

A Cassano Magnago il Centro diurno disabili ”Il veliero” accoglie persone, anche minori, con handicap gravi e molto gravi. Nettamente in maggioranza quelli in carrozzina. Come una specie di piccolo drive-in domestico, quattro o cinque di questi “veicoli” sono sistemati in semicerchi o di fronte a uno schermo: guardano i cartoni animati. Altri, in carrozzina o a letto, hanno bisogno di una presenza costante di qualcuno che li accudisca in tutto. Prendersi cura di loro è un affare che non ti dà mai tregua. «In effetti un lavoro così», dice Lucia, coordinatrice del Centro, «va scelto, non subìto magari come ripiego. Per me è stata come la scoperta di una vocazione, nata quando frequentavo ragioneria e ho iniziato a fare caritativa: stare con quelle persone bisognose con una compagnia di amici tesi a cogliere il senso vero di quanto facevamo, a imparare che la vita è gratuità… cavoli! Mi rendeva felice». In una carrozzina che ci passa accanto, c’è una ragazzina minuscola per la sua età – ha 18 anni – gracile, le parti del corpicino sproporzionate, come afflosciata e mezzo accartocciata. «E noi», riflette Lucia «che cosa siamo qui a fare? Noi chi siamo per loro? E loro chi sono veramente per noi, per me? Se mi chiedo solo cosa posso fare e lascio che s’infiltri la pretesa, è un disastro. Occorre semplicemente stare con lei, come un segno, una presenza totalmente gratuita. Anche lei può sentirsi amata, se io stessa mi sento amata». Ma una, da sola, fosse anche una su mille, ce la fa? «No! Non bisogna mai stancarsi di chiedere aiuto … di chiedere. C’è un senso di carità tra i miei colleghi che ci aiuta a prenderci cura di noi stessi e degli altri».

A Gallarate vi è un Centro diurno per minori (una cinquantina fra i 4 e i 18 anni) con disturbo generalizzato dello sviluppo, cioè autistici. Si chiama “Pollicino”, e come nella fiaba offre la traccia per un cammino, in raccordo e a integrazione della frequenza scolastica, di crescita personale. Qui, sotto la guida della coordinatrice, Mariolina, tutto è predisposto con cura. Gli spazi organizzati e ben strutturati, non angusti, ma nemmeno troppo ampi; le cose in ordine, materassini per il relax, strumenti per l’attività motoria, scatole e antine degli armadietti ben etichettati per indicare il contenuto, agenda con la scansione della giornata. Accorgimenti cruciali per una reale attenzione alla persona con disturbi dello spettro autistico, la quale resterebbe dolorosamente disorientata, se non traumatizzata, se non fossero messi in atto. Non solo. Seguire un ragazzo significa non solo dedicare tempo e attenzione a lui, ma anche alla famiglia, che deve portare un enorme carico di fatica fisica e psicologica. Qui raccolgono le lacrime di padri che confidano: «Io da solo tutto questo dolore non ce la faccio a reggerlo», o le angosce di madri avanti negli anni per il futuro dei loro figli: «Chi gli vorrà bene quando non ci sarò più?». Ecco, sempre la percezione acuta, netta, che da soli non ce la si fa. L’unica speranza è in una compagnia che arrivi fino all’amicizia.

Ultima tappa del nostro viaggio, il “Capannone” di Busto, che fornisce lo sbocco lavorativo in diversi reparti: meccanica, assemblaggio, rigenesi di apparecchi di telecomunicazione, gestione documentale e de-materializzazione, call-center e back-office. Si va dalle operazioni più semplici a quelle più complesse e di alto livello. Dovunque, a vederli lavorare, non distingui chi è disabile (circa il 60-65%) e chi no: stesso impegno, stessa cura, stesso piacere del lavoro ben fatto. I disabili seguono un percorso graduale: preparazione al lavoro; tirocinio, con contratto di formazione, per valutare le sue capacità; infine l’assunzione come dipendente a pieno titolo. «Noi crediamo nel lavoro inteso come realizzazione della persona», tiene a sottolineare il presidente Pietrantonio: «Che sia un lavoro degno, utile, remunerato. Perciò accettiamo la sfida del mercato: soddisfare clienti che sono aziende importanti e di prestigio, giustamente esigenti sul rispetto dei tempie sugli standard di qualità. I nostri lavoratori ne sono consapevoli, corresponsabili e orgogliosi». Su una parete è dipinto un grande albero. Rami e radici corrispondono a parole importanti, raccolte dalle esperienze e dai pensieri dei lavoratori. Una è “orizzonte”. L’orizzonte intravisto da Salvatore, cardiopatico, i medici avevano previsto che non sarebbe arrivato a 14 anni, è morto a 33, grato perché «lavorando qui ho avuto la possibilità di pensare che la vita non è chiusa in un confine, ma gode di un oltre». Un’altra è “realizzazione”: «Passavo sempre per incapace, invece ho imparato a riconoscere il mio valore». Poi la parola “onestà”: viene da un lavoratore ex tossicodipendente, abituato a mentire e imbrogliare: «Mi sono sentito guardato e accettato per quello che sono, non mi serve mentire, è naturale essere onesto». Le radici affondano nella parola “dignità”. Fatima, immigrata di 21 anni, una vita a raccogliere patate nei campi per due soldi e neanche uno sguardo da umani: «Qui ho capito che anch’io valgo qualcosa». Davide, un ragazzone di 36 anni, schizofrenico: «Ho fallito tutti i tentativi, solo e lasciato a me stesso non riuscivo neanche a tenere il posto che mi davano». Ora è orgoglioso di «andare a comprare il pane con i soldi che guadagno». «Noi capi e coordinatori», interviene Pippo, «siamo fortunati: vedere come queste persone fragili vivono il lavoro è un dono prezioso da custodire. Ci mostra che il senso del lavoro nasce dall’obbedienza alla realtà, e che si è utili e motivati se si serve qualcosa di più grande. Nel concetto di obbedienza alla realtà si riconosce pienamente anche chi credente non è: semplicemente compartecipa alla stessa esperienza dell’umano, allo stesso cammino di redenzione». Una signora oggi cinquantenne, la vita segnata delle violenze subite dal padre: «Io non ho un Dio, ma grazie a quanto mi dicono e mi fanno vedere i nostri capi, io oggi odio meno mio padre». Una sua collega: «Sono cresciuta in una famiglia credente, poi nella vita mi sono trovata sola e piena di rabbia. Qui sto facendo un grande lavoro su me stessa. Provo invidia per quelli che si convertono, perché li vedo gioiosi». Amanda lavora alla gestione documentale: «Sono passata dalla voglia di morire alla voglia di vivere». Sara ha 28anni, la sindrome di Asperger, una memoria pazzesca, una laurea in Economia, e la perfetta consapevolezza delle sue limitazioni: «Cercavo di camuffarmi per nascondere la mia diversità, qui ho imparato ad accettare la mia condizione, a lavorare sulla mia fragilità. E a pregare».

«Incontro e accoglienza: qui ho vissuto il vero valore del nostro Insieme ci riusciamo»

Memoria storica di Solidarietà e Servizi, Massimo Sangalli va in pensione dopo 38 anni vissuti in ascolto dei bisogni, ma soprattutto dei desideri delle persone di cui si è preso cura

Cambiare prospettiva. Mettersi dall’altra parte per guardare ai bisogni di una persona. Non importa se davanti a noi ci sono persone fragili, con disabilità fisiche o psichiche, leggere oppure particolarmente complesse: l’importante è saper camminare insieme. E “insieme” è il grande insegnamento che Massimo Sangalli ha fatto suo nei 38 anni di attività in Solidarietà e Servizi. Assunto nel 1986, a luglio ha lasciato il coordinamento del Centro Diurno Disabili (CDD) di Marnate ad Annalisa Dabraio per la meritata pensione.

Quell’ “insieme ci riusciamo” che muove Solidarietà e Servizi da 43 anni è diventato per Massimo approccio globale alla persona, visione del lavoro come luogo educativo e attenzione ai bisogni ma soprattutto ai desideri delle persone. «La mia esperienza in Solidarietà e Servizi ha avuto inizio nel 1984 con gli 11 mesi di servizio civile», ricorda Massimo. «Da allora è stato un cammino fatto insieme, fatto di servizi, di persone, di formazione, di responsabilità ma soprattutto di crescita insieme. Quando ho iniziato, con me c’erano ragazzi miei coetanei. Paolo, che oggi è al CSE – Centro Socio Educativo – di via Isonzo, ma anche Marco, Pier, Maurizio, Tullio, Alberto, Stefano e Mario: siamo diventati grandi insieme. Tanti giovani uomini che in quel periodo provavano a mettere le mani sulla realtà per farla diventare un pochino più interessante».

Memoria storica della cooperativa, che ha seguito passo passo l’ampliamento delle strutture e dei servizi, Massimo ha assistito alla nascita del primo SFA – Servizio di Formazione all’Autonomia – di Solidarietà e Servizi, «anche se ai tempi il servizio aveva una valenza molto più rivolta verso l’assistenza. Quell’assistenza che permette di avere momenti privilegiati con i ragazzi attraverso i quali conoscersi, fidarsi, far emergere le cose più belle ma anche quelle più dolorose». Il lavoro insieme alle persone con disabilità è stato al centro della sua attività iniziale. «Negli anni Novanta iniziavano a esserci le convenzioni lavorative attraverso le quali alcuni nostri ospiti potevano entrare nel mondo del lavoro: imparavano non solamente a lavorare, ma soprattutto la passione per il lavoro. Perché si possono imparare tutte le operazioni da fare, ma se non si impara la passione si perde la realtà».

Seguendo l’evoluzione normativa dell’ambito socio-sanitario, Massimo è diventato dapprima responsabile della qualità e dei trasporti per Solidarietà e Servizi, per poi essere nominato coordinatore del CDD – Centro Diurno Disabili – di Marnate, servizio storico nonché centrale per la cooperativa sociale. «Una grande responsabilità e una bella sfida che ho accettato ciecamente, fidandomi di chi mi aveva affidato l’incarico», ricorda. «Ho fatto mio il principio della responsabilità, sentendomi responsabile verso gli ospiti, le loro famiglie, i colleghi e la cooperativa stessa». In questa visione globale si inserisce la presa in carico totale della persona. «I rapporti che ho tentato di creare con le persone delle quali ci prendiamo cura sono sempre stati caratterizzati dalla volontà di collaborazione, amicizia quando possibile e dialogo serrato, sempre con lo scopo da una parte di accogliere il bisogno e dell’altra di tentare di scoprire quale fosse il vero desiderio dell’ospite ma anche dei suoi familiari. Così mi è capitato di scoprire delle cose eccezionali: ricordo Alberto i cui genitori erano un po’ troppo protettivi. La mamma, una donna straordinaria, non lo lasciava mai solo. Ma un giorno Alberto ha detto quello che voleva: “I miei genitori mi trattano come un epilettico”. È stato il punto di svolta del nostro percorso educativo. Aveva un desiderio di adultità».

È nell’ascolto, nel rapportarsi che si cresce insieme. «È il lavoro fatto a Marnate: aprire il servizio al territorio e alla comunità perché, come spesso ci è stato riferito, le persone che sono venute a trovarci ne sono uscite arricchite. Come ha detto il professor Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà: “Il nostro metodo di conoscenza è l’incontro”. E ho sempre desiderato incontrare le persone: non c’è modo diverso per conoscere la realtà, se non incontrarla. E incontrare è non avere pregiudiziali».

Dall’incontro nasce la pienezza. «Quando ero responsabile del servizio trasporto, ricordo cosa mi disse un volontario. Era un ingegnere informatico che pur di venire da noi aveva rinunciato a fare delle consulenze retribuite. Gli chiesi il perché. Disarmante, ma vera la risposta: “Qui mi sento pieno”, mi disse. È quanto capita quando ci avviciniamo agli altri, li ascoltiamo e li accogliamo. È una sensazione impagabile».

Persona, fiducia e comunità: la speranza elemento chiave nel lavoro sociale ed educativo

L’incontro “Tessitori di speranza” con Trevisi e Mariani, promosso da Solidarietà e Servizi Fondazione e dalla cooperativa sociale Solidarietà e Servizi, ha dato un nuovo slancio al ruolo dell’operatore sociale

Chiamati a essere “tessitori di speranza”. Gli educatori, gli assistenti sociali e tutti coloro che lavorano in ambito sociale ed educativo devono essere costruttori di un nuovo approccio, dove la persona – e non l’individuo – è al centro di tutto e dove la speranza è quell’elemento capace di creare fiducia, dare vita a nuove progettualità e costruire il cambiamento. La cooperativa sociale Solidarietà e Servizi e Solidarietà e Servizi Fondazione, in collaborazione con l’agenzia Mete No Profit che ha finalità culturali, scientifiche e metodologiche nel campo del servizio sociale, hanno promosso sabato 18 giugno l’incontro dal titolo “Tessitori di speranza”; un appuntamento molto partecipato (più di 100 le persone che lo hanno seguito in presenza dalla sede di Solidarietà e Servizi e in streaming) che ha voluto riflettere sul ruolo, oggi, del lavoro sociale ed educativo. In cattedra due autorevoli relatori: Giuseppe Trevisi, assistente sociale e pedagogista, docente dell’Università degli Studi di Milano e Vittore Mariani, pedagogista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

«L’operatore sociale è oggi stretto tra due fronti: ci sono procedure e standard cui rispondere, ma sente l’esigenza di accompagnare le persone di cui si prende cura. Come operatori ci viene  quindi chiesto di essere tessitori, tessitori di speranza», ha introdotto Laura Puricelli responsabile area Autismo e Autonomie della cooperativa sociale Solidarietà e Servizi e membro del Consiglio di Amministrazione dell’omonima Fondazione.

Ma cos’è la speranza? «La speranza motiva ad aver fiducia e non cedere: se cedo, ne va del mio umano e dell’umanità che incontro», ha detto Trevisi. «Speranza non è l’andrà tutto bene che leggevamo durante il lockdown. Se una persona ha speranza dice: io sono certo che andrà tutto bene. Perché ho in me una certezza, un senso che regge l’urto della realtà, anche l’urto della pandemia. La speranza è quindi un punto di partenza e non un’opzione perché si spera in un bene più grande. E qui, ognuno fa i conti con se stesso». Un operatore sociale – dice ancora Trevisi – è chiamato a raccogliere gesti di speranza: «In quella che chiamo ”disponibilità a tutta prova” e che significa “io ci sono”, la costruzione di progetti permette di intercettare la speranza, ovvero il desiderio, la richiesta della persona. Ci vuole coraggio per sperare perché la realtà che impatta è molto dura».

Proprio partendo dalla speranza, Mariani ha indotto la necessità di operare per un cambiamento, un cambio di prospettiva che vada oltre stereotipi, catalogazioni e pregiudizi. «La speranza è universalmente definita come fiducia nella possibilità di realizzazione di un futuro positivo. E per un futuro positivo usiamo la parola “bene”. Ma qual è il bene per l’essere umano?», si è chiesto. Innanzitutto, allora, serve definire l’essere umano. «Dal punto di vista pedagogico riconosciamo l’essere umano nella sua intrinseca umanità; riconoscere la sua originalità. Da qui, riconosciamo subordinatamente le sue potenzialità. Attraverso il linguaggio e il contatto corporeo entriamo in contatto con persone che si trovano in una situazione di difficoltà; ma il problema non è loro: è nostro. Riconoscendo l’originalità della persona possiamo personalizzare il nostro intervento: la chiave quindi della speranza è la personalizzazione. Noi lavoriamo sul potenziale umano, e non sui problemi, mettendo in campo una grande audacia educativa».

All’interno di questo quadro, anche la relazione educativa assume una nuova dimensione. Tre le accezioni individuate da Mariani: «Una progettualità accogliente comunitaria, cioè il creare un contesto affinché la persona si possa sentire accolta, dove è la comunità a progettare l’accoglienza e fare educazione. La relazione educativa è quindi sviluppo del potenziale umano e vera inclusione. Educare significa permettere alla persona di essere dinamicamente se stessa, destabilizzando continuamente il contesto. Qui la parola chiave è “destabilizzare”: siamo noi che ci dobbiamo destabilizzare; siamo noi che dobbiamo cambiare».

Partendo da questi «fondamentali», la speranza diventa «il coltivare la libertà. Così, davanti a una persona disabile, la libertà è dare continuamente delle possibilità». Come realizzare tutto questo? «Attraverso un progetto educativo personalizzato; attraverso gli strumenti comunitari che devono coinvolgere anche le famiglie e una cultura del cambiamento». Ha concluso: «La situazione è difficile, dobbiamo affrontarla con lucidità progettuale, nella consapevolezza che i risultati potranno non essere immediati».

«Solidarietà e Servizi, realtà che si distingue per responsabilità sociale». I vertici di ISVI – Istituto per i Valori di Impresa – in visita all’Area Inserimento Lavorativo

Per la cooperativa sociale è stata un’occasione importante per farsi conoscere all’interno di una rete che condivide valori e un certo modo di fare impresa

La sensibilità comune diventa piattaforma di dialogo. Responsabilità d’impresa, visione sociale, attenzione alla persona ed etica del lavoro sono alla radice dell’incontro tra ISVI – Istituto per i Valori d’Impresa – e Solidarietà e Servizi. Il presidente di ISVI Arabnia Ali Reza e il direttore Stefania Bertolini lo scorso 5 maggio hanno visitato gli spazi di viale Toscana a Busto Arsizio (VA) dove sono concentrate le attività lavorative con i reparti di BPO – Business Process Outsourcing -, Documentale, Rigenesi e Assemblaggio della cooperativa sociale. Ad accoglierli il presidente del Consiglio di Gestione Domenico Pietrantonio e il responsabile dell’Area Inserimento Lavorativo Filippo Oldrini. Una visita per “toccare con mano” l’attività di Solidarietà e Servizi e per dare concretezza ai principi guida di ISVI attorno ai quali si sono raccolti importanti nomi dell’industria italiana.

«Domenico Pietrantonio più volte mi aveva illustrato l’attività della cooperativa ma non era riuscito a trasmettermi la passione e la soddisfazione che ho visto chiaramente negli occhi di quanti ho incontrato nel corso della mia visita», dice Stefania Bertolini, direttore di ISVI. «Ambienti molto professionali, con attrezzature all’avanguardia, popolati da persone contente di starci. Era palpabile la serenità delle persone e la cura e l’attenzione profusa per svolgere i compiti assegnati». Aggiunge: «Ritengo che in questo senso Solidarietà e Servizi, con la sua attività, appartenga alle organizzazioni citate nella brochure dell’Istituto per i Valori d’Impresa che si distinguono per il senso di responsabilità nei confronti di tutti gli interlocutori e la capacità di intraprendere strade nuove per lo sviluppo. Una realtà chiaramente contraddistinta da una forte e sana base valoriale comune a tutti gli operatori. Valori che definiscono la missione produttiva della cooperativa sociale, la concezione del suo modo di essere e di funzionare e la qualità delle relazioni da essa instaurate con tutti gli interlocutori».

Per Solidarietà e Servizi, che è socia di ISVI, si è trattato di una significativa occasione per ribadire i propri valori all’interno di una rete nazionale che ha fatto dell’imprenditoria responsabile il punto fermo del proprio essere. «In ISVI troviamo realtà decisamente importanti che condividono un certo modo di fare impresa. E il fatto che tra di loro ci sia anche la nostra cooperativa sociale è per noi un riconoscimento decisamente rilevante», osserva Domenico Pietrantonio, presidente del Consiglio di Gestione di Solidarietà e Servizi. «Aderire e condividere l’approccio di responsabilità sociale di ISVI è per noi un fatto naturale che si ritrova nella natura stessa della cooperativa e nella sua mission».

Dopo la visita di alcuni anni fa di Vittorio Coda, professore dell’Università Bocconi e presidente del Comitato scientifico di ISVI, questo nuovo contatto con i vertici di ISVI diventa «non solamente  un’importante occasione per approfondire la conoscenza reciproca, ma soprattutto rappresenta per Solidarietà e Servizi la possibilità di essere conosciuta nella rete di ISVI e sviluppare collaborazioni a partire dai servizi che offriamo alle aziende e che permettono anche di assolvere all’obbligo relativo all’inserimento di persone disabili in azienda. Presentando le nostre finalità e la natura della cooperativa sociale, si possono aprire collaborazioni nuove proprio partendo da una base comune fatta di responsabilità sociale, attenzione alla persona, allo sviluppo e all’innovazione».