«Quando esco di casa mi sento libero»: il viaggio di Gabriele verso l’autonomia 

Non un salto nel buio, ma un cammino fatto di tappe, prove, notti fuori casa e sogni da mettere a fuoco. È così che le persone con disabilità sono accompagnate da Solidarietà e Servizi verso l’autonomia, rendendo il “Dopo di Noi” un percorso costruito su bisogni e desideri 

Gabriele Cataldi in un momento di vacanza al mare

Quando il lunedì mattina Gabriele chiude la porta di casa, dove ha sempre vissuto con i suoi genitori, succede qualcosa. «Mi sento una persona diversa, libera», racconta. Ha 45 anni, frequenta Solidarietà e Servizi dal 2003 e da gennaio 2026 ha iniziato a trascorrere due notti alla settimana nella Comunità di Bergoro.  

Fino all’altro ieri viveva con mamma Cristina, papà Gigi e il fratello Marco. Di giorno frequenta part time il Centro Socio Educativo (CSE) Il Parco, a Samarate.  Una disabilità che, negli anni, l’ha portato a essere in carrozzina. Un temperamento forte, però, quello di Gabriele. Un’indole curiosa e tenace che l’ha portato a mettersi alla prova in diverse esperienze: piscina, cavallo, perfino la Stramilano. «Non mi sono mai arreso. La cosa peggiore è tirarsi indietro». dice con orgoglio. A un certo punto, però, è maturato un desiderio chiaro: «Ho detto basta, posso cavarmela con le mie forze. Sto a vedere dove mi portano le gambe». 

Quel desiderio ha incontrato un percorso. Non un trasferimento improvviso, ma un avvicinamento graduale alla residenzialità, sostenuto anche dalla Legge 112 del 2016, la normativa nazionale sul “Dopo di Noi”, che promuove progetti di vita autonoma per le persone con disabilità. Un percorso articolato in tre fasi, pensato per durare fino a sei anni, a partire dalla maggiore età. 

LA PRIMA TAPPA: LA PALESTRA DELL’AUTONOMIA

«La voglia di Gabriele di lasciare il nido materno era fortissima», racconta il suo educatore Paolo Martari. «Quando gli abbiamo proposto di dormire qualche giorno in comunità, ha risposto: “Finalmente provo a essere autonomo, faccio quello che fanno gli altri ragazzi”». 

La prima fase  di questi percorsi è una vera e propria palestra di autonomia. Il luogo privilegiato è un appartamento di via XX Settembre a Busto Arsizio, dove piccoli gruppi si alternano per sperimentare la quotidianità: fare la spesa, cucinare, usare la lavastoviglie, apparecchiare e sparecchiare, gestire piccole somme di denaro. Ma anche scegliere un film al cinema e comprare il biglietto. «Sono momenti fuori dall’orario del servizio» spiega Tatiana Ciola, assistente sociale e prima promotrice dei percorsi del “Dopo di Noi” «in cui si mettono alla prova competenze che a casa spesso non emergono». 
Anche Gabriele ha iniziato così: uscite serali, pizza e film, le prime cene fuori. «Mi piace mettermi in gioco, conoscere nuove persone. Sono uno che fa amicizia facilmente», dice. E aggiunge: «La cosa più bella è non avere papà e mamma attaccati alle scapole.» dice ridendo. «È gustare autonomia.» 

 

LA SECONDA TAPPA: LE NOTTI FUORI CASA

Poi arrivano i pernotti. Prima sporadici, poi più strutturati. Gabriele oggi trascorre due notti a settimana in Comunità. «La fatica c’è – ammette – il compagno di stanza che russa, i tempi stretti al mattino: sveglia, colazione, doccia, alle 9 c’è il pullmino e devi essere pronto». Ma sorride: «Sto imparando». 

La seconda fase prevede proprio questo: aggiungere alla palestra dell’autonomia la dimensione della convivenza, in una Comunità già abitata  «dove si sperimenta il rispetto degli altri, si impara a organizzarsi» – racconta Serena Bottigelli, coordinatrice del CSE Il Parco, frequentato da Gabriele. 

Accoglienze temporanee in coabitazioni, anche nei weekend, sono parti integranti di questo cammino. «Possono nascere da una fatica familiare, ma sono soprattutto occasioni di crescita», sottolinea Elisa Colletto, coordinatrice degli Appartamenti Tanzi, spesso sede delle “prime notti fuori casa”. «Per i genitori è un’operazione delicata: affidare il proprio figlio ad altri. Per i ragazzi è la scoperta di nuove capacità e competenze». 

LA TERZA TAPPA: UNA CASA CHE DIVENTA PROPRIA

Arriva poi un ultimo passaggio fondamentale: quello del trasferimento in una soluzione abitativa stabile, autonoma o semi-autonoma. È un obiettivo all’orizzonte che ha tempi diversi per ciascuno. «Crediamo che la residenzialità vada preparata – afferma Giacomo Borghi, responsabile Area Residenziali e Domotica – non è giusto arrivarci in emergenza, quando i genitori non ce la fanno più. La prima esperienza di coabitazione in Solidarietà e Servizi è nata già nel 2004, molto prima della legge del 2016». 

Oggi sono 48 le persone che vivono nelle residenze e negli appartamenti della cooperativa. «Ma la cosa più importante – aggiunge – è che il progetto di vita sia cucito sulla persona. Se non riusciamo a rispondere da soli, lavoriamo in rete con altre realtà del territorio». 

È quello che accade, per esempio, quando alcuni ragazzi vengono invitati a cena in appartamenti gestiti da altre cooperative. «Per noi è lavoro di rete – spiega Paolo Palumbo, dal 2025 responsabile dei percorsi del Dopo di Noi – per loro è il valore di invitare o essere invitati a casa di amici».

«PROVIAMOCI»

Il percorso non è lineare: «A volte c’è il posto, ma mancano i fondi; altre volte i fondi ci sono, ma il ragazzo non è pronto», ammettono gli operatori. «È una sfida continua». 

Gabriele intanto guarda avanti. Sogna una stanza tutta sua, magari nella nuova casa che sarà pronta a Caronno Pertusella a fine 2026. «Provare a farcela con le mie forze», ripete. E mentre racconta delle sue passioni – i film, il laboratorio del legno quando è al CSE Il Parco… – torna su quell’immagine iniziale: «Quando sono fuori dalla porta di casa mi sento libero». 

Il “Dopo di Noi”, per lui, non è un punto d’arrivo. È un cammino iniziato molto prima. Un “durante noi” fatto di piccoli passi, cadute e ripartenze. «Proviamoci», dice. E in quella parola c’è già tutta la strada. 


Un lavoro “vero” che genera valore

Università Vita-Salute San Raffaele e Solidarietà e Servizi insieme. Storia di una partnership che unisce qualità e lavoro per le persone con disabilità 

Stefano al lavoro nella postproduzione delle videolezioni del corso di laurea di medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele

C’è un lavoro silenzioso che ogni giorno sostiene la formazione dei futuri medici. È il lavoro di chi elabora, ottimizza e archivia le videolezioni universitarie, affinché siano disponibili agli studenti entro poche ore. Un’attività tecnica, precisa, scandita da tempi rigorosi. Ed è proprio su questo servizio che si è costruita la collaborazione tra l’Università Vita-Salute San Raffaele e la cooperativa Solidarietà e Servizi. 

«Questo lavoro mi fa sentire utile a qualcuno che ha scelto un percorso di carriera estremamente difficoltoso e lungo». Per Stefano, una persona con disabilità che da un anno lavora sulla commessa, il senso del proprio lavoro parte da qui: avere la consapevolezza di essere parte di un progetto più grande. 

LA PRIMA COMMESSA AFFIDATA A UNA COOPERATIVA 

Quella avviata all’inizio del 2025  è stata la prima esperienza per l’Università Vita-Salute San Raffaele di affidamento di una commessa di lavoro a una cooperativa sociale, utilizzando lo strumento dell’articolo 14, quello cioè, che permette alle aziende a partire da 15 dipendenti di adempiere all’obbligo di assunzione di persona con disabilità, stipulando convenzioni con cooperative sociali di tipo B. «Abbiamo utilizzato per la prima volta questo strumento proprio con Solidarietà e Servizi», spiega Luca Pollastri, direttore dell’Area Direzione Amministrazione e Finanza dell’Università Vita-Salute San Raffaele. 

«Tra le politiche di sostenibilità, l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità è un tema importante nelle politiche di Ateneo, a cui teniamo molto» – continua Pollastri. «Per questo abbiamo deciso di affidarci a professionisti esperti nella presa in carico e nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità, in grado di collocare la persona giusta nel ruolo giusto.» Una scelta consapevole, dunque, non solo per adempiere a un obbligo normativo, ma per estendere il proprio impegno in modo strutturato, affidandosi a competenze specifiche e trasformando un’esigenza organizzativa in un’opportunità di responsabilità sociale.  

VALORE PER GLI STUDENTI, BENEFICIO PER L’ORGANIZZAZIONE 

Il servizio riguarda in particolare il corso di laurea in Medicina, fiore all’occhiello dell’Ateneo. «Registriamo tutte le lezioni», racconta Lorenzo Cibrario, direttore dell’Area Sistemi Informativi. «Le elaborazioni devono essere completate entro tempi precisi, perché gli studenti utilizzano le registrazioni per recuperare eventuali assenze o per rivedere passaggi complessi». L’obiettivo è duplice: «Fornire un servizio ad alto valore per lo studente e, allo stesso tempo, sgravare risorse interne» continua Cibrario. 

UN “BRACCIO OPERATIVO” INTEGRATO CON L’ATENEO 

Prima svolta internamente, questa particolare attività è stata progressivamente esternalizzata: «Con Solidarietà e Servizi lavoriamo come se fosse un nostro ufficio» spiega Pollastri «è un unico flusso, c’è continuità rispetto a quello che viene fatto internamente: l’Università realizza le registrazioni, la cooperativa cura la post-produzione e poi i video vengono rimandati per la pubblicazione sulla nostra piattaforma. È come avere un ulteriore braccio operativo». 

UNA SCELTA DI FIDUCIA E DI VALORI 

La decisione di collaborare con Solidarietà e Servizi è maturata rapidamente. «Siamo convinti che i servizi li facciano le persone» continua Pollastri. «Gli incontri  preliminari che abbiamo avuto con il personale di Solidarietà e Servizi sono stati rassicuranti, di stimolo e capaci di trasmettere il valore autentico del lavoro. Se una persona crede in ciò che fa, è in grado di svolgere al meglio il proprio compito e questo l’ho percepito da subito.» 
Un’impressione confermata dai fatti. «Dopo un anno di lavoro posso dire che il bilancio è tutto positivo. Abbiamo sperimentato, nella pratica, che inclusione e qualità possono andare di pari passo». «Questo progetto ne è la dimostrazione: lavori fatti bene, nel rispetto dei tempi e con precisione. È una dinamica win-win».  E, a gennaio 2026, l’Università ha deciso di rinnovare la commessa per altri 18 mesi, fino a giugno 2027. 

CRESCITA PROFESSIONALE E RESPONSABILITÀ 

Dopo un anno di lavoro, a parlare è proprio Stefano. Si sente cambiato. «Ho migliorato la mia velocità nel lavoro, perché le lezioni vanno terminate entro la giornata», racconta. «E ho sviluppato una maggiore capacità di adattamento: ogni docente ha un metodo diverso e questo cambia il modo in cui interveniamo sulle registrazioni». 
C’è stato anche un momento di consapevolezza: «Mi sono sentito orgoglioso quando ho capito che mi stavano affidando una responsabilità importante. Significava che stavano riconoscendo il mio lavoro». 

UNO SGUARDO AL FUTURO 

La collaborazione è entrata nel suo secondo anno con basi solide. «I tempi sono maturi per valutare anche altre opportunità», conclude Pollastri. «Vista la nostra esperienza positiva, mi sento di invitare anche alti enti a confrontarsi con Solidarietà e Servizi. Nuovi approcci organizzativi possono diventare una soluzione pragmatica e valoriale al tempo stesso». 


«Il mio posto del cuore»: lo stile e la leadership di Annalisa in Solidarietà e Servizi 

Vent’anni nella stessa cooperativa, otto come coordinatrice alla guida di un servizio complesso: la storia di un’educatrice professionale che ha trasformato entusiasmo e impulsività in ascolto, mediazione e visione

Annalisa Dabraio, coordinatrice del Centro Diurno Solidarietà di Marnate, in occasione dei compleanni di Francesca e Valentina

Annalisa ha 40 anni e lavora in Solidarietà e Servizi dal 2004. «Avevo 20 anni, era il mio primo lavoro», racconta. «Sono entrata con l’entusiasmo di una ventenne». 

All’inizio non è stato semplice. «La mia voglia di fare cozzava con un impianto storico, con operatrici che lavoravano lì da tanti anni». Quell’energia, a tratti esuberante, aveva bisogno di essere modellata. «Ho dovuto lavorare sulla mia impulsività, imparare ad adattarmi, osservare di più, ascoltare». 

È stato il primo grande passaggio della sua crescita: trasformare l’entusiasmo in competenza. «Nel tempo ho affinato la capacità di ascolto, ho imparato a prendere le misure». Oggi quel luogo è casa. «Adesso ho una maturità maggiore. Questo posto è diventato parte di me». 

E una cosa non è mai cambiata: fare l’educatrice è sempre stato il lavoro della sua vita, non ha mai avuto dubbi. 

UNA VOCAZIONE NATA PRESTO

La scintilla si accende da bambina. «Avevo 9 o 10 anni, in colonia estiva ho conosciuto un signore con disabilità. Mi sono avvicinata subito a lui». Poi l’oratorio, una bambina da seguire, la scelta delle superiori in scienze psicopedagogiche. «Non era solo il desiderio di fare l’educatrice. Era proprio la disabilità ad affascinarmi». 

Cosa la colpisce ancora oggi? «Il loro senso di libertà», dice. «Nonostante le fatiche, hanno una capacità incredibile di vivere la felicità. E poi hanno una sensibilità emotiva straordinaria, un sesto senso».


CRESCERE SUL CAMPO 

Dopo la laurea triennale inizia subito a lavorare. «Mi sono messa a disposizione, facevo quello che c’era da fare, anche per i trasporti». Poi la laurea specialistica, mentre continua il servizio. E, ogni estate, l’immancabile appuntamento con le vacanze degli ospiti: dodici soggiorni estivi tra mare e montagna. «Stare 24 ore su 24 con ospiti e colleghi è un’esperienza che ti cambia. È un terreno formativo potentissimo». 

LA SFIDA DEL COORDINAMENTO

Nel 2018 arriva la proposta del suo coordinatore: guidare il Centro Diurno Disabili di Marnate. «L’ho vissuta come un’opportunità di crescita personale e professionale». 

Oggi coordina un servizio complesso: 30 ospiti, 30 famiglie, 15 operatori tra educatori e ASA/OSS. Il passaggio da educatrice a coordinatrice non è stato scontato. «Coordinare dove sei sempre stata educatrice è una sfida. I colleghi ti hanno sempre vista in un altro ruolo». 

LE COMPETENZE DI UNA COORDINATRICE

Per Annalisa fare la coordinatrice non significa semplicemente organizzare turni o gestire scadenze. È un lavoro molto più profondo, che parte prima di tutto da se stessa. «Ho capito che per guidare un servizio devo essere consapevole dei miei pregiudizi, dei miei stati d’animo», spiega. «Se non li riconosco, rischio di leggere le situazioni con la pancia e non con lucidità». 

Negli anni ha imparato a fermarsi un passo indietro, a osservare e con maggiore oggettività. «Prima ero dentro le dinamiche, molto coinvolta. Oggi riesco ad avere uno sguardo più ampio, d’insieme». Questo le permette di valutare le situazioni e i professionisti per il ruolo che ricoprono, senza lasciarsi influenzare dal rapporto personale. 

Una delle competenze che sente più sue è la capacità di cogliere in anticipo i segnali di difficoltà. «Conosco bene la mia équipe. Se qualcosa non va, se percepisco una fatica personale che può riflettersi sul lavoro, intervengo subito». Per lei la prevenzione è fondamentale: «Il benessere degli operatori è una priorità, perché solo un’équipe che sta bene può far stare bene i ragazzi». 

Un altro aspetto centrale del suo lavoro è la mediazione. «Il coordinatore sta in mezzo», racconta. «Tra la direzione della cooperativa e il livello operativo, tra le famiglie e gli educatori». È un equilibrio continuo tra visione strategica e quotidianità, tra decisioni organizzative e sensibilità umana. «Devi saper parlare linguaggi diversi e tenere insieme più piani contemporaneamente». 

Osservazione, ascolto e curiosità completano il quadro. «Non puoi smettere di farti domande», dice. «Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da capire». E, con il tempo, arriva anche il riconoscimento. «Quando i colleghi sentono che li ascolti davvero e che sei presente, iniziano a fidarsi. E quella fiducia è la base di tutto».  

Annalisa con alcuni ospiti ed operatori a Bologna, in occasione della laurea della vicecoordinatrice Sonia Ceriani

IL SUO STILE: SQUADRA E RESPONSABILITÀ 

Annalisa si definisce una coordinatrice che crede profondamente nel lavoro di squadra. Per lei l’équipe non è solo un gruppo di professionisti che condividono uno spazio, ma un organismo vivo, che va curato ogni giorno. «Mi batto perché il clima sia sereno», racconta. «Le tensioni non vanno ignorate, vanno affrontate». Quando percepisce “sfilacciature”, piccoli gruppi che iniziano a mormorare senza dirsi le cose apertamente, interviene con uno stile molto diretto ma rispettoso: invita i colleghi a confrontarsi faccia a faccia, spesso nel suo ufficio, e resta presente in silenzio. «Le coalizioni sgretolano l’équipe. I problemi si risolvono alla base». 

Nel suo modo di lavorare c’è anche una forte componente di autocritica. «Nel nostro lavoro è fondamentale sapersi mettere in gioco». Se qualcosa non funziona, la prima a interrogarsi è lei. «Mi chiedo sempre cosa avrei potuto fare di diverso». È attenta al modo in cui comunica, convinta che tono e parole possano valorizzare oppure ferire. 
Allo stesso tempo, distribuisce responsabilità precise: manutenzione, cassa, qualità, sicurezza. «Ognuno deve sentirsi parte attiva». Valorizza i punti di forza di ciascuno e ha scelto un vice con uno stile diverso dal suo, perché «nelle differenze ci si completa».  

IL CUORE DI TUTTO

Alla fine, però, al di là di ruoli, sfide e riconoscimenti, ciò che la tiene lì da vent’anni è la passione. «Di base sono innamorata del mio lavoro. Mi sento nel ruolo giusto». E il desiderio di costruire relazioni. «È un day by day, sempre in costruzione. Cambia, evolve, ti mette in crisi, ti arricchisce».

Dopo vent’anni Annalisa riesce ancora a sorprendersi. «Il mio obiettivo è che stiano bene i miei operatori e i miei ragazzi. Se loro stanno bene, sto bene anch’io». E forse è proprio questo il segreto della sua leadership: una guida che nasce dall’ascolto, cresce nella responsabilità e resta, sempre, profondamente umana.