«Dare voce a chi non ha voce»: il percorso di crescita di Paolo, educatore professionale in Solidarietà e Servizi
Dal volontariato ai progetti del Dopo di Noi, passando per presepi, verde pubblico e progetto orienteering: la storia di un educatore professionale che ha fatto della relazione e della rete il suo modo di stare nel mondo

Paolo ha 33 anni ed è in Solidarietà e Servizi dal 2012. Il suo racconto non inizia con una vocazione chiara, ma con un percorso che prende forma passo dopo passo, fatto di tentativi, ascolto e tanta disponibilità a mettersi in gioco. «Alle superiori ho fatto l’istituto alberghiero, ma già dal primo anno avevo capito che non faceva per me», racconta. «È stato fonte di più dispute familiari, ma alla fine ho preso la maturità».
«PERCHÈ NON TI ISCRIVI A SCIENZE DELL’EDUCAZIONE?»
Dopo un anno di lavoro arriva la svolta, quasi per caso. «Una vicina di casa, per me come una seconda mamma, assistente sociale, mi disse: “Perché non fai Scienze dell’Educazione? Già alle medie ti veniva naturale affiancare i ragazzi con disabilità”». Paolo la ascolta e si iscrive in Bicocca. Ma, prima ancora di finire l’università, decide di sporcarsi le mani sul campo.
IL VOLONTARIO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI DURANTE GLI ANNI UNIVERSITARI
«Dopo il primo anno ho chiesto un colloquio al presidente di Solidarietà e Servizi», ricorda. «Gli ho chiesto se potevo fare qualche ora per imparare il mestiere». Entra come volontario al Centro Socio Educativo (CSE) di Busto Arsizio, che allora aveva sede in via Milazzo. «Stavo con gli ospiti, facevo i trasporti con il pullmino, mi mettevo a disposizione. Poi al pomeriggio prendevo il treno e andavo a lezione in università». È lì che impara il lavoro, osservando gli altri educatori. «L’alberghiero, alla fine, mi ha lasciato qualcosa: “ruba il mestiere con lo sguardo”, “sii disponibile”, “mettiti sempre in gioco”. Io ho fatto proprio così».
«LA COOPERATIVA MI HA CRESCIUTO PROFESSIONALMENTE»
Nel 2015 si laurea, di venerdì. «Il lunedì dopo ho iniziato a lavorare al CSE “Il Parco” di Samarate. Erano aumentati gli ospiti e c’era necessità di nuovi educatori». Da allora sono passati dieci anni. «Sono stato formato dalla cooperativa, mi ha cresciuto professionalmente», dice senza esitazioni. Dieci anni nello stesso servizio non sono un limite, per lui. «Ho visto passare tanti ospiti e colleghi, ho imparato da tutti. Ho sempre cercato di prendere il meglio da ogni persona».
UN EDUCATORE PROFESSIONALE CHE DESIDERA ESSERE LA “VOCE DI CHI NON HA VOCE”
Oggi al CSE Il Parco ci sono 29 ospiti, 6 educatori e un coordinatore. Paolo parla del suo lavoro partendo da una frase che lo accompagna da sempre. «Da bambino sognavo di fare wrestling», sorride. «Un lottatore diceva: “Sono la voce di chi non ha voce”. Questa frase mi è rimasta dentro». Per lui essere educatore significa questo: «Permettere alle persone di esprimersi, essere considerate, non subire sempre lo sguardo del “poverino” o le decisioni prese da altri».
La fatica non manca. «C’è la stanchezza fisica e mentale» e poi c’è quello che per Paolo è il momento più duro: «Quando un ospite non trova più risposta nei nostri servizi e deve andare altrove. O quando un collega lascia il servizio. Ci si affeziona: salutare tocca corde profonde. E poi lo stipendio» – sorride – «non si fa l’educatore per il guadagno, ma per passione, anche se in Solidarietà e Servizi c’è un’attenzione particolare anche rispetto a questo, con iniziative di sostegno economico e di welfare aziendale. La soddisfazione del costruire relazioni è impagabile e compensa tutto il resto.»
CRESCITA PROFESSIONALE E NUOVE RESPONSABILITÀ
Negli anni Paolo cresce anche in responsabilità. «Da aprile 2025 sono referente dei progetti del Dopo di Noi in cooperativa». Un percorso strutturato, che accompagna le persone con disabilità verso una maggiore autonomia: «Si parte dalle attività ludico-risocializzanti, poi uscite in appartamento per imparare la gestione della cucina e della casa, fino a sperimentarsi qualche notte fuori casa. È un percorso lento e graduale, finalizzato ad un inserimento in una casa vera e propria». «Non è solo una risposta ai bisogni dei genitori che, ormai anziani, fanno fatica a prendersi cura del proprio figlio/a», sottolinea «ma anche – e soprattutto – al desiderio della persona di vivere la propria vita adulta in autonomia».
TANTI PROGETTI PER APRIRSI AL TERRITORIO, CREARE RETE E CONNESSIONI
Accanto a questo ruolo, Paolo è impegnato in molti progetti che hanno trasformato il “suo” CSE “Il Parco” in un luogo aperto al territorio: l’orto e la manutenzione del verde, la falegnameria, l’economia circolare legata ai presepi (cfr “Il Presepe che fa rete”), fino al progetto orienteering (uscite sul territorio per conoscere le attività limitrofe e farsi conoscere). «Lo faccio per i miei ragazzi, tutto nasce dalla relazione con loro», spiega. «E dal desiderio di creare rete e connessioni con la comunità locale.»
«Aprirsi al territorio significa portare i ragazzi fuori e portare il territorio dentro», dice Paolo. Bar, panifici, pasticcerie, Comune, Aziende: «Ogni incontro è un’occasione per sentirsi parte della comunità».
Le sue parole chiave sono chiare: apertura e rete. «Io sogno molto», ammette. «E cerco di trasformare i sogni in realtà, un passo alla volta». Guardando il suo percorso, è evidente che per Paolo educare non è solo un lavoro: è un modo di costruire legami, dare voce e immaginare futuro, insieme.


