«Quando esco di casa mi sento libero»: il viaggio di Gabriele verso l’autonomia 

Non un salto nel buio, ma un cammino fatto di tappe, prove, notti fuori casa e sogni da mettere a fuoco. È così che le persone con disabilità sono accompagnate da Solidarietà e Servizi verso l’autonomia, rendendo il “Dopo di Noi” un percorso costruito su bisogni e desideri 

Gabriele Cataldi in un momento di vacanza al mare

Quando il lunedì mattina Gabriele chiude la porta di casa, dove ha sempre vissuto con i suoi genitori, succede qualcosa. «Mi sento una persona diversa, libera», racconta. Ha 45 anni, frequenta Solidarietà e Servizi dal 2003 e da gennaio 2026 ha iniziato a trascorrere due notti alla settimana nella Comunità di Bergoro.  

Fino all’altro ieri viveva con mamma Cristina, papà Gigi e il fratello Marco. Di giorno frequenta part time il Centro Socio Educativo (CSE) Il Parco, a Samarate.  Una disabilità che, negli anni, l’ha portato a essere in carrozzina. Un temperamento forte, però, quello di Gabriele. Un’indole curiosa e tenace che l’ha portato a mettersi alla prova in diverse esperienze: piscina, cavallo, perfino la Stramilano. «Non mi sono mai arreso. La cosa peggiore è tirarsi indietro». dice con orgoglio. A un certo punto, però, è maturato un desiderio chiaro: «Ho detto basta, posso cavarmela con le mie forze. Sto a vedere dove mi portano le gambe». 

Quel desiderio ha incontrato un percorso. Non un trasferimento improvviso, ma un avvicinamento graduale alla residenzialità, sostenuto anche dalla Legge 112 del 2016, la normativa nazionale sul “Dopo di Noi”, che promuove progetti di vita autonoma per le persone con disabilità. Un percorso articolato in tre fasi, pensato per durare fino a sei anni, a partire dalla maggiore età. 

LA PRIMA TAPPA: LA PALESTRA DELL’AUTONOMIA

«La voglia di Gabriele di lasciare il nido materno era fortissima», racconta il suo educatore Paolo Martari. «Quando gli abbiamo proposto di dormire qualche giorno in comunità, ha risposto: “Finalmente provo a essere autonomo, faccio quello che fanno gli altri ragazzi”». 

La prima fase  di questi percorsi è una vera e propria palestra di autonomia. Il luogo privilegiato è un appartamento di via XX Settembre a Busto Arsizio, dove piccoli gruppi si alternano per sperimentare la quotidianità: fare la spesa, cucinare, usare la lavastoviglie, apparecchiare e sparecchiare, gestire piccole somme di denaro. Ma anche scegliere un film al cinema e comprare il biglietto. «Sono momenti fuori dall’orario del servizio» spiega Tatiana Ciola, assistente sociale e prima promotrice dei percorsi del “Dopo di Noi” «in cui si mettono alla prova competenze che a casa spesso non emergono». 
Anche Gabriele ha iniziato così: uscite serali, pizza e film, le prime cene fuori. «Mi piace mettermi in gioco, conoscere nuove persone. Sono uno che fa amicizia facilmente», dice. E aggiunge: «La cosa più bella è non avere papà e mamma attaccati alle scapole.» dice ridendo. «È gustare autonomia.» 

 

LA SECONDA TAPPA: LE NOTTI FUORI CASA

Poi arrivano i pernotti. Prima sporadici, poi più strutturati. Gabriele oggi trascorre due notti a settimana in Comunità. «La fatica c’è – ammette – il compagno di stanza che russa, i tempi stretti al mattino: sveglia, colazione, doccia, alle 9 c’è il pullmino e devi essere pronto». Ma sorride: «Sto imparando». 

La seconda fase prevede proprio questo: aggiungere alla palestra dell’autonomia la dimensione della convivenza, in una Comunità già abitata  «dove si sperimenta il rispetto degli altri, si impara a organizzarsi» – racconta Serena Bottigelli, coordinatrice del CSE Il Parco, frequentato da Gabriele. 

Accoglienze temporanee in coabitazioni, anche nei weekend, sono parti integranti di questo cammino. «Possono nascere da una fatica familiare, ma sono soprattutto occasioni di crescita», sottolinea Elisa Colletto, coordinatrice degli Appartamenti Tanzi, spesso sede delle “prime notti fuori casa”. «Per i genitori è un’operazione delicata: affidare il proprio figlio ad altri. Per i ragazzi è la scoperta di nuove capacità e competenze». 

LA TERZA TAPPA: UNA CASA CHE DIVENTA PROPRIA

Arriva poi un ultimo passaggio fondamentale: quello del trasferimento in una soluzione abitativa stabile, autonoma o semi-autonoma. È un obiettivo all’orizzonte che ha tempi diversi per ciascuno. «Crediamo che la residenzialità vada preparata – afferma Giacomo Borghi, responsabile Area Residenziali e Domotica – non è giusto arrivarci in emergenza, quando i genitori non ce la fanno più. La prima esperienza di coabitazione in Solidarietà e Servizi è nata già nel 2004, molto prima della legge del 2016». 

Oggi sono 48 le persone che vivono nelle residenze e negli appartamenti della cooperativa. «Ma la cosa più importante – aggiunge – è che il progetto di vita sia cucito sulla persona. Se non riusciamo a rispondere da soli, lavoriamo in rete con altre realtà del territorio». 

È quello che accade, per esempio, quando alcuni ragazzi vengono invitati a cena in appartamenti gestiti da altre cooperative. «Per noi è lavoro di rete – spiega Paolo Palumbo, dal 2025 responsabile dei percorsi del Dopo di Noi – per loro è il valore di invitare o essere invitati a casa di amici».

«PROVIAMOCI»

Il percorso non è lineare: «A volte c’è il posto, ma mancano i fondi; altre volte i fondi ci sono, ma il ragazzo non è pronto», ammettono gli operatori. «È una sfida continua». 

Gabriele intanto guarda avanti. Sogna una stanza tutta sua, magari nella nuova casa che sarà pronta a Caronno Pertusella a fine 2026. «Provare a farcela con le mie forze», ripete. E mentre racconta delle sue passioni – i film, il laboratorio del legno quando è al CSE Il Parco… – torna su quell’immagine iniziale: «Quando sono fuori dalla porta di casa mi sento libero». 

Il “Dopo di Noi”, per lui, non è un punto d’arrivo. È un cammino iniziato molto prima. Un “durante noi” fatto di piccoli passi, cadute e ripartenze. «Proviamoci», dice. E in quella parola c’è già tutta la strada. 


Un lavoro “vero” che genera valore

Università Vita-Salute San Raffaele e Solidarietà e Servizi insieme. Storia di una partnership che unisce qualità e lavoro per le persone con disabilità 

Stefano al lavoro nella postproduzione delle videolezioni del corso di laurea di medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele

C’è un lavoro silenzioso che ogni giorno sostiene la formazione dei futuri medici. È il lavoro di chi elabora, ottimizza e archivia le videolezioni universitarie, affinché siano disponibili agli studenti entro poche ore. Un’attività tecnica, precisa, scandita da tempi rigorosi. Ed è proprio su questo servizio che si è costruita la collaborazione tra l’Università Vita-Salute San Raffaele e la cooperativa Solidarietà e Servizi. 

«Questo lavoro mi fa sentire utile a qualcuno che ha scelto un percorso di carriera estremamente difficoltoso e lungo». Per Stefano, una persona con disabilità che da un anno lavora sulla commessa, il senso del proprio lavoro parte da qui: avere la consapevolezza di essere parte di un progetto più grande. 

LA PRIMA COMMESSA AFFIDATA A UNA COOPERATIVA 

Quella avviata all’inizio del 2025  è stata la prima esperienza per l’Università Vita-Salute San Raffaele di affidamento di una commessa di lavoro a una cooperativa sociale, utilizzando lo strumento dell’articolo 14, quello cioè, che permette alle aziende a partire da 15 dipendenti di adempiere all’obbligo di assunzione di persona con disabilità, stipulando convenzioni con cooperative sociali di tipo B. «Abbiamo utilizzato per la prima volta questo strumento proprio con Solidarietà e Servizi», spiega Luca Pollastri, direttore dell’Area Direzione Amministrazione e Finanza dell’Università Vita-Salute San Raffaele. 

«Tra le politiche di sostenibilità, l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità è un tema importante nelle politiche di Ateneo, a cui teniamo molto» – continua Pollastri. «Per questo abbiamo deciso di affidarci a professionisti esperti nella presa in carico e nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità, in grado di collocare la persona giusta nel ruolo giusto.» Una scelta consapevole, dunque, non solo per adempiere a un obbligo normativo, ma per estendere il proprio impegno in modo strutturato, affidandosi a competenze specifiche e trasformando un’esigenza organizzativa in un’opportunità di responsabilità sociale.  

VALORE PER GLI STUDENTI, BENEFICIO PER L’ORGANIZZAZIONE 

Il servizio riguarda in particolare il corso di laurea in Medicina, fiore all’occhiello dell’Ateneo. «Registriamo tutte le lezioni», racconta Lorenzo Cibrario, direttore dell’Area Sistemi Informativi. «Le elaborazioni devono essere completate entro tempi precisi, perché gli studenti utilizzano le registrazioni per recuperare eventuali assenze o per rivedere passaggi complessi». L’obiettivo è duplice: «Fornire un servizio ad alto valore per lo studente e, allo stesso tempo, sgravare risorse interne» continua Cibrario. 

UN “BRACCIO OPERATIVO” INTEGRATO CON L’ATENEO 

Prima svolta internamente, questa particolare attività è stata progressivamente esternalizzata: «Con Solidarietà e Servizi lavoriamo come se fosse un nostro ufficio» spiega Pollastri «è un unico flusso, c’è continuità rispetto a quello che viene fatto internamente: l’Università realizza le registrazioni, la cooperativa cura la post-produzione e poi i video vengono rimandati per la pubblicazione sulla nostra piattaforma. È come avere un ulteriore braccio operativo». 

UNA SCELTA DI FIDUCIA E DI VALORI 

La decisione di collaborare con Solidarietà e Servizi è maturata rapidamente. «Siamo convinti che i servizi li facciano le persone» continua Pollastri. «Gli incontri  preliminari che abbiamo avuto con il personale di Solidarietà e Servizi sono stati rassicuranti, di stimolo e capaci di trasmettere il valore autentico del lavoro. Se una persona crede in ciò che fa, è in grado di svolgere al meglio il proprio compito e questo l’ho percepito da subito.» 
Un’impressione confermata dai fatti. «Dopo un anno di lavoro posso dire che il bilancio è tutto positivo. Abbiamo sperimentato, nella pratica, che inclusione e qualità possono andare di pari passo». «Questo progetto ne è la dimostrazione: lavori fatti bene, nel rispetto dei tempi e con precisione. È una dinamica win-win».  E, a gennaio 2026, l’Università ha deciso di rinnovare la commessa per altri 18 mesi, fino a giugno 2027. 

CRESCITA PROFESSIONALE E RESPONSABILITÀ 

Dopo un anno di lavoro, a parlare è proprio Stefano. Si sente cambiato. «Ho migliorato la mia velocità nel lavoro, perché le lezioni vanno terminate entro la giornata», racconta. «E ho sviluppato una maggiore capacità di adattamento: ogni docente ha un metodo diverso e questo cambia il modo in cui interveniamo sulle registrazioni». 
C’è stato anche un momento di consapevolezza: «Mi sono sentito orgoglioso quando ho capito che mi stavano affidando una responsabilità importante. Significava che stavano riconoscendo il mio lavoro». 

UNO SGUARDO AL FUTURO 

La collaborazione è entrata nel suo secondo anno con basi solide. «I tempi sono maturi per valutare anche altre opportunità», conclude Pollastri. «Vista la nostra esperienza positiva, mi sento di invitare anche alti enti a confrontarsi con Solidarietà e Servizi. Nuovi approcci organizzativi possono diventare una soluzione pragmatica e valoriale al tempo stesso». 


«Il mio posto del cuore»: lo stile e la leadership di Annalisa in Solidarietà e Servizi 

Vent’anni nella stessa cooperativa, otto come coordinatrice alla guida di un servizio complesso: la storia di un’educatrice professionale che ha trasformato entusiasmo e impulsività in ascolto, mediazione e visione

Annalisa Dabraio, coordinatrice del Centro Diurno Solidarietà di Marnate, in occasione dei compleanni di Francesca e Valentina

Annalisa ha 40 anni e lavora in Solidarietà e Servizi dal 2004. «Avevo 20 anni, era il mio primo lavoro», racconta. «Sono entrata con l’entusiasmo di una ventenne». 

All’inizio non è stato semplice. «La mia voglia di fare cozzava con un impianto storico, con operatrici che lavoravano lì da tanti anni». Quell’energia, a tratti esuberante, aveva bisogno di essere modellata. «Ho dovuto lavorare sulla mia impulsività, imparare ad adattarmi, osservare di più, ascoltare». 

È stato il primo grande passaggio della sua crescita: trasformare l’entusiasmo in competenza. «Nel tempo ho affinato la capacità di ascolto, ho imparato a prendere le misure». Oggi quel luogo è casa. «Adesso ho una maturità maggiore. Questo posto è diventato parte di me». 

E una cosa non è mai cambiata: fare l’educatrice è sempre stato il lavoro della sua vita, non ha mai avuto dubbi. 

UNA VOCAZIONE NATA PRESTO

La scintilla si accende da bambina. «Avevo 9 o 10 anni, in colonia estiva ho conosciuto un signore con disabilità. Mi sono avvicinata subito a lui». Poi l’oratorio, una bambina da seguire, la scelta delle superiori in scienze psicopedagogiche. «Non era solo il desiderio di fare l’educatrice. Era proprio la disabilità ad affascinarmi». 

Cosa la colpisce ancora oggi? «Il loro senso di libertà», dice. «Nonostante le fatiche, hanno una capacità incredibile di vivere la felicità. E poi hanno una sensibilità emotiva straordinaria, un sesto senso».


CRESCERE SUL CAMPO 

Dopo la laurea triennale inizia subito a lavorare. «Mi sono messa a disposizione, facevo quello che c’era da fare, anche per i trasporti». Poi la laurea specialistica, mentre continua il servizio. E, ogni estate, l’immancabile appuntamento con le vacanze degli ospiti: dodici soggiorni estivi tra mare e montagna. «Stare 24 ore su 24 con ospiti e colleghi è un’esperienza che ti cambia. È un terreno formativo potentissimo». 

LA SFIDA DEL COORDINAMENTO

Nel 2018 arriva la proposta del suo coordinatore: guidare il Centro Diurno Disabili di Marnate. «L’ho vissuta come un’opportunità di crescita personale e professionale». 

Oggi coordina un servizio complesso: 30 ospiti, 30 famiglie, 15 operatori tra educatori e ASA/OSS. Il passaggio da educatrice a coordinatrice non è stato scontato. «Coordinare dove sei sempre stata educatrice è una sfida. I colleghi ti hanno sempre vista in un altro ruolo». 

LE COMPETENZE DI UNA COORDINATRICE

Per Annalisa fare la coordinatrice non significa semplicemente organizzare turni o gestire scadenze. È un lavoro molto più profondo, che parte prima di tutto da se stessa. «Ho capito che per guidare un servizio devo essere consapevole dei miei pregiudizi, dei miei stati d’animo», spiega. «Se non li riconosco, rischio di leggere le situazioni con la pancia e non con lucidità». 

Negli anni ha imparato a fermarsi un passo indietro, a osservare e con maggiore oggettività. «Prima ero dentro le dinamiche, molto coinvolta. Oggi riesco ad avere uno sguardo più ampio, d’insieme». Questo le permette di valutare le situazioni e i professionisti per il ruolo che ricoprono, senza lasciarsi influenzare dal rapporto personale. 

Una delle competenze che sente più sue è la capacità di cogliere in anticipo i segnali di difficoltà. «Conosco bene la mia équipe. Se qualcosa non va, se percepisco una fatica personale che può riflettersi sul lavoro, intervengo subito». Per lei la prevenzione è fondamentale: «Il benessere degli operatori è una priorità, perché solo un’équipe che sta bene può far stare bene i ragazzi». 

Un altro aspetto centrale del suo lavoro è la mediazione. «Il coordinatore sta in mezzo», racconta. «Tra la direzione della cooperativa e il livello operativo, tra le famiglie e gli educatori». È un equilibrio continuo tra visione strategica e quotidianità, tra decisioni organizzative e sensibilità umana. «Devi saper parlare linguaggi diversi e tenere insieme più piani contemporaneamente». 

Osservazione, ascolto e curiosità completano il quadro. «Non puoi smettere di farti domande», dice. «Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da capire». E, con il tempo, arriva anche il riconoscimento. «Quando i colleghi sentono che li ascolti davvero e che sei presente, iniziano a fidarsi. E quella fiducia è la base di tutto».  

Annalisa con alcuni ospiti ed operatori a Bologna, in occasione della laurea della vicecoordinatrice Sonia Ceriani

IL SUO STILE: SQUADRA E RESPONSABILITÀ 

Annalisa si definisce una coordinatrice che crede profondamente nel lavoro di squadra. Per lei l’équipe non è solo un gruppo di professionisti che condividono uno spazio, ma un organismo vivo, che va curato ogni giorno. «Mi batto perché il clima sia sereno», racconta. «Le tensioni non vanno ignorate, vanno affrontate». Quando percepisce “sfilacciature”, piccoli gruppi che iniziano a mormorare senza dirsi le cose apertamente, interviene con uno stile molto diretto ma rispettoso: invita i colleghi a confrontarsi faccia a faccia, spesso nel suo ufficio, e resta presente in silenzio. «Le coalizioni sgretolano l’équipe. I problemi si risolvono alla base». 

Nel suo modo di lavorare c’è anche una forte componente di autocritica. «Nel nostro lavoro è fondamentale sapersi mettere in gioco». Se qualcosa non funziona, la prima a interrogarsi è lei. «Mi chiedo sempre cosa avrei potuto fare di diverso». È attenta al modo in cui comunica, convinta che tono e parole possano valorizzare oppure ferire. 
Allo stesso tempo, distribuisce responsabilità precise: manutenzione, cassa, qualità, sicurezza. «Ognuno deve sentirsi parte attiva». Valorizza i punti di forza di ciascuno e ha scelto un vice con uno stile diverso dal suo, perché «nelle differenze ci si completa».  

IL CUORE DI TUTTO

Alla fine, però, al di là di ruoli, sfide e riconoscimenti, ciò che la tiene lì da vent’anni è la passione. «Di base sono innamorata del mio lavoro. Mi sento nel ruolo giusto». E il desiderio di costruire relazioni. «È un day by day, sempre in costruzione. Cambia, evolve, ti mette in crisi, ti arricchisce».

Dopo vent’anni Annalisa riesce ancora a sorprendersi. «Il mio obiettivo è che stiano bene i miei operatori e i miei ragazzi. Se loro stanno bene, sto bene anch’io». E forse è proprio questo il segreto della sua leadership: una guida che nasce dall’ascolto, cresce nella responsabilità e resta, sempre, profondamente umana. 

Pollicino cresce: da servizio sperimentale a Centro Socio Educativo per minori

Dopo 14 anni di sperimentazione sull’autismo e i disturbi del neurosviluppo, il Centro Pollicino di Solidarietà e Servizi diventa CSE: più continuità, più ore di presa in carico e un’attenzione sempre più ampia al progetto di vita dei ragazzi e delle loro famiglie

Alcuni dei bambini di Pollicino e del progetto Avanti Tutta in gita a Leolandia

All’inizio della settimana è stata una scuola di Gallarate a chiamare le educatrici di “Pollicino”, lo storico centro sperimentale per minori con autismo e disturbi del neurosviluppo di Solidarietà e Servizi che oggi è diventato Centro Socio Educativo.  
La richiesta riguardava un ragazzo già seguito dal centro: aumentare la sua frequenza pomeridiana, per dare continuità a un’esperienza che stava funzionando. Un episodio concreto, quotidiano, che racconta meglio di molte parole il senso di questo passaggio: poter garantire maggiore stabilità quando il contesto educativo è riconosciuto come positivo. 

Da gennaio 2026, infatti, Pollicino non cambia nome, ma cambia passo, diventando ufficialmente un CSE riconosciuto da Regione Lombardia. Una trasformazione che non rappresenta solo un cambio di forma, ma l’esito di un lavoro educativo lungo e coerente, orientato a costruire risposte sempre più stabili ai bisogni dei ragazzi e delle loro famiglie. 

Un passaggio che viene letto positivamente anche dalle istituzioni locali. «Credo che per una realtà come Pollicino passare da sperimentazione regionale sull’autismo a Centro Socio Educativo sia un po’ come diventare grandi», commenta Chiara Allai, assessore ai Servizi sociali del Comune di Gallarate. «Ampliare l’offerta sul territorio gallaratese può essere solo un lustro per la nostra città. È un’attività che rappresenta un fiore all’occhiello non solo per i nostri piccoli cittadini, ma anche per quelli dei Comuni limitrofi, perché Pollicino è da sempre un punto di riferimento per tutto il territorio». 

UNA STORIA DI CRESCITA

Dal 2012 Pollicino è stato un servizio sperimentale, nato grazie a un bando di Regione Lombardia. «Per noi era la prima esperienza strutturata sull’autismo, un vero apripista», spiega Laura Puricelli, responsabile dell’Area Autismo e Autonomia di Solidarietà e Servizi. «In questi anni siamo cresciuti molto, aprendo nuovi servizi, come il centro Viganò e il centro AliBlu e costruendo competenze specifiche. Dopo 14 anni, la Regione ha chiesto agli enti di strutturarsi e noi abbiamo scelto consapevolmente la forma del CSE». 

Un’evoluzione che rafforza l’identità del servizio anche agli occhi della comunità professionale. «Questo è un cambiamento importante per la comunità», sottolinea Simona Loucas, psicologa clinica con esperienza nelle neurodivergenze. «Famiglie, scuole e servizi possono fare affidamento su una realtà che garantisce professionalità, costanza e presenza, mettendo al centro il progetto di vita del bambino e dell’adolescente nell’ottica della qualità della vita e del benessere personale, familiare e sociale». 

Alcuni ragazzi di Pollicino e del progetto Avanti Tutta presso il Palaghiaccio di Varese “Acinque Ice Arena”, in occasione della partita dei Mastini HCMV Varese Hockey dello scorso 20 dicembre

SEMPRE PIÙ STABILITÀ NELLA PRESA IN CARICO DEL MINORE 

Il nuovo CSE Pollicino rappresenta infatti una stabilizzazione del servizio come unità di offerta, rafforzando il dialogo con ATS, Neuropsichiatria infantile, Unità operative per l’autismo e servizi sociali dei Comuni.

La novità più concreta riguarda la presa in carico. Se in passato l’accesso era spesso limitato a due giornate settimanali, oggi il CSE consente di costruire percorsi educativi fino a cinque giorni su cinque, modulabili in base ai bisogni. «Non significa aumentare automaticamente le ore per tutti – precisa Puricelli – ma avere la possibilità di farlo quando serve davvero, offrendo stabilità a chi ne ha più bisogno. Un percorso cucito sul progetto di vita di ciascun minore». 

IL GRUPPO COME METODO DI LAVORO 

Il cuore del servizio resta invariato: la sede di Gallarate, presso l’Aloisianum, l’équipe educativa – oggi composta da sette educatrici – e un forte investimento sul lavoro di gruppo. «Il gruppo è da sempre la cifra di Pollicino», spiega  Francesca Moraca, la coordinatrice del servizio. «Lavoriamo con gruppi omogenei per età, competenze e abilità sociali. Con il CSE possiamo dare più continuità a queste dinamiche e accompagnare meglio i ragazzi nella quotidianità». 

UNA FLESSIBILITÀ CHE VALORIZZA IL LAVORO DI RETE 

Attualmente sono circa 45 i minori coinvolti: 33 frequentano Pollicino e 12 partecipano al progetto “Avanti tutta” dedicato agli adolescenti. L’orario sarà dalle 9 alle 17, dal lunedì al venerdì, con una forte flessibilità. «La scuola resta un riferimento importante» chiarisce Moraca. «Quando possibile viene valorizzata, prevedendo inserimenti pomeridiani o alternanze scuola-CSE. Per alcuni ragazzi, invece, il CSE rappresenta un’alternativa educativa più sostenibile rispetto al “tempo scuola”». 

La maggiore continuità permette di lavorare meglio su autonomie, rigidità, dimensione sensoriale e routine, a partire dal momento del pasto. «Condividere il pranzo più giorni alla settimana ci consente di intervenire sulla selettività alimentare e sulle routine»  racconta Moraca.  «Cinque giorni fanno davvero la differenza». 

UN’ATTENZIONE SPECIALE AL SISTEMA FAMIGLIA 

Ma il cambiamento riguarda anche chi sta intorno ai ragazzi. «Il CSE ci permette di allargare lo sguardo all’intero sistema famiglia, anche in collaborazione con il nostro servizio “Il Cortile” che dedica alla cura della famiglia un’attenzione particolare», evidenzia Puricelli. «Non solo il minore, ma anche la coppia genitoriale, i fratelli e le sorelle: pensiamo a interventi di consulenza, sostegno e accompagnamento, anche a domicilio, perché il benessere del ragazzo passa dal benessere della sua famiglia». 

Uno sguardo che si proietta nel tempo. «Il CSE Pollicino – conclude Puricelli – vuole essere un ponte verso il futuro: accompagniamo i ragazzi e le famiglie in un percorso di crescita e continuità, preparando con cura i passaggi verso i servizi dell’età adulta. Pollicino cresce insieme a loro, passo dopo passo».  


«Dare voce a chi non ha voce»: il percorso di crescita di Paolo, educatore professionale in Solidarietà e Servizi

Dal volontariato ai progetti del Dopo di Noi, passando per presepi, verde pubblico e progetto orienteering: la storia di un educatore professionale che ha fatto della relazione e della rete il suo modo di stare nel mondo

Paolo Palumbo, educatore professionale in Solidarietà e Servizi dal 2012

Paolo ha 33 anni ed è in Solidarietà e Servizi dal 2012. Il suo racconto non inizia con una vocazione chiara, ma con un percorso che prende forma passo dopo passo, fatto di tentativi, ascolto e tanta disponibilità a mettersi in gioco. «Alle superiori ho fatto l’istituto alberghiero, ma già dal primo anno avevo capito che non faceva per me», racconta. «È stato fonte di più dispute familiari, ma alla fine ho preso la maturità». 

«PERCHÈ NON TI ISCRIVI A SCIENZE DELL’EDUCAZIONE?» 

Dopo un anno di lavoro arriva la svolta, quasi per caso. «Una vicina di casa, per me come una seconda mamma, assistente sociale, mi disse: “Perché non fai Scienze dell’Educazione? Già alle medie ti veniva naturale affiancare i ragazzi con disabilità”». Paolo la ascolta e si iscrive in Bicocca. Ma, prima ancora di finire l’università, decide di sporcarsi le mani sul campo. 

IL VOLONTARIO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI DURANTE GLI ANNI UNIVERSITARI 

«Dopo il primo anno ho chiesto un colloquio al presidente di Solidarietà e Servizi», ricorda. «Gli ho chiesto se potevo fare qualche ora per imparare il mestiere». Entra come volontario al Centro Socio Educativo (CSE) di Busto Arsizio, che allora aveva sede in via Milazzo. «Stavo con gli ospiti, facevo i trasporti con il pullmino, mi mettevo a disposizione. Poi al pomeriggio prendevo il treno e andavo a lezione in università». È lì che impara il lavoro, osservando gli altri educatori. «L’alberghiero, alla fine, mi ha lasciato qualcosa: “ruba il mestiere con lo sguardo”, “sii disponibile”, “mettiti sempre in gioco”. Io ho fatto proprio così». 

«LA COOPERATIVA MI HA CRESCIUTO PROFESSIONALMENTE» 

Nel 2015 si laurea, di venerdì. «Il lunedì dopo ho iniziato a lavorare al CSE “Il Parco” di Samarate. Erano aumentati gli ospiti e c’era necessità di nuovi educatori». Da allora sono passati dieci anni. «Sono stato formato dalla cooperativa, mi ha cresciuto professionalmente», dice senza esitazioni. Dieci anni nello stesso servizio non sono un limite, per lui. «Ho visto passare tanti ospiti e colleghi, ho imparato da tutti. Ho sempre cercato di prendere il meglio da ogni persona». 

UN EDUCATORE PROFESSIONALE CHE DESIDERA ESSERE LA “VOCE DI CHI NON HA VOCE” 

Oggi al CSE Il Parco ci sono 29 ospiti, 6 educatori e un coordinatore. Paolo parla del suo lavoro partendo da una frase che lo accompagna da sempre. «Da bambino sognavo di fare wrestling», sorride. «Un lottatore diceva: “Sono la voce di chi non ha voce”. Questa frase mi è rimasta dentro». Per lui essere educatore significa questo: «Permettere alle persone di esprimersi, essere considerate, non subire sempre lo sguardo del “poverino” o le decisioni prese da altri». 

La fatica non manca. «C’è la stanchezza fisica e mentale» e poi c’è quello che per Paolo è il momento più duro: «Quando un ospite non trova più risposta nei nostri servizi e deve andare altrove. O quando un collega lascia il servizio. Ci si affeziona: salutare tocca corde profonde. E poi lo stipendio» – sorride – «non si fa l’educatore per il guadagno, ma per passione, anche se in Solidarietà e Servizi c’è un’attenzione particolare anche rispetto a questo, con iniziative di sostegno economico e di welfare aziendale.  La soddisfazione del costruire relazioni è impagabile e compensa tutto il resto.»  

CRESCITA PROFESSIONALE E NUOVE RESPONSABILITÀ  

Negli anni Paolo cresce anche in responsabilità. «Da aprile 2025 sono referente dei progetti del Dopo di Noi in cooperativa». Un percorso strutturato, che accompagna le persone con disabilità verso una maggiore autonomia: «Si parte dalle attività ludico-risocializzanti, poi uscite in appartamento per imparare la gestione della cucina e della casa, fino a sperimentarsi qualche notte fuori casa. È un percorso lento e graduale, finalizzato ad un inserimento in una casa vera e propria». «Non è solo una risposta ai bisogni dei genitori che, ormai anziani, fanno fatica a prendersi cura del proprio figlio/a», sottolinea  «ma anche – e soprattutto –  al desiderio della persona di vivere la propria vita adulta in autonomia». 

TANTI PROGETTI PER APRIRSI AL TERRITORIO, CREARE RETE E CONNESSIONI 

Accanto a questo ruolo, Paolo è impegnato in molti progetti che hanno trasformato il “suo”  CSE “Il Parco” in un luogo aperto al territorio: l’orto e la manutenzione del verde, la falegnameria, l’economia circolare legata ai presepi (cfr “Il Presepe che fa rete”), fino al progetto orienteering (uscite sul territorio per conoscere le attività limitrofe e farsi conoscere). «Lo faccio per i miei ragazzi, tutto nasce dalla relazione con loro», spiega. «E dal desiderio di creare rete e connessioni con la comunità locale.» 

«Aprirsi al territorio significa portare i ragazzi fuori e portare il territorio dentro», dice Paolo. Bar, panifici, pasticcerie, Comune, Aziende: «Ogni incontro è un’occasione per sentirsi parte della comunità».  

Le sue parole chiave sono chiare: apertura e rete. «Io sogno molto», ammette. «E cerco di trasformare i sogni in realtà, un passo alla volta». Guardando il suo percorso, è evidente che per Paolo educare non è solo un lavoro: è un modo di costruire legami, dare voce e immaginare futuro, insieme. 


13 nuove aziende scelgono Solidarietà e Servizi nel 2025

Nel 2025 crescono le partnership tra profit e non profit: nuove commesse, nuove assunzioni e un impatto concreto sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità

Lavoratori di Solidarietà e Servizi nel reparto Business Process Outsourcing (BPO)

Non è solo una questione di numeri, ma di storie, competenze e fiducia. Nel 2025, 13 nuove aziende hanno scelto di affidare una commessa di lavoro a Solidarietà e Servizi, rendendo possibile l’assunzione di 13 persone con disabilità. Un passo che porta oggi a 78 persone con disabilità assunte con regolare contratto, su un totale di 114 lavoratori impiegati nei reparti produttivi e di servizi della cooperativa. 

Sono persone coinvolte in attività vere, con tempi, standard qualitativi e responsabilità reali. Un lavoro sempre più riconosciuto e qualificato, grazie a commesse attive che oggi coinvolgono 54 aziende partner. 

UN LAVORO CHE FA CRESCERE, DENTRO E FUORI DALL’AZIENDA

Per chi viene inserito, il lavoro è molto più di un contratto. «La cosa che mi piace di più è la possibilità di mettermi in gioco su più attività all’interno della stessa commessa», testimonia Luigi (nome di fantasia), un dipendente neoassunto del reparto Business Process Outsourcing di Solidarietà e Servizi. «Il lavoro così è più stimolante e mi sta rendendo sempre più autonomo, non solo sul lavoro, ma anche nella vita».

DIETRO OGNI COMMESSA, UN LAVORO DI SQUADRA

«Questo sviluppo è il risultato di un lavoro di squadra che coinvolge sia il team commerciale sia l’intera cooperativa» racconta Gabriele Scampini, responsabile commerciale di Solidarietà e Servizi. 

«Da un lato siamo costantemente impegnati nella ricerca di nuovi clienti, utilizzando canali digitali e social network, ma senza rinunciare al contatto diretto, agli eventi, al rapporto umano, “con la valigetta in mano”». 

Un impegno che si intreccia con la qualità del servizio, garantito dai team operativi: «La forte personalizzazione delle soluzioni e l’attenzione agli standard qualitativi generano soddisfazione nei clienti, che diventano i nostri primi ambasciatori. È così che nasce il passaparola e si aprono nuove collaborazioni». 

UN CAMBIAMENTO CULTURALE NELLE IMPRESE

Secondo Scampini, però, c’è qualcosa di ancora più profondo: «Incontro sempre più aziende consapevoli, desiderose di creare un impatto positivo. Vogliono costruire partnership autenticamente win-win con il mondo non profit. È un’evoluzione che considero estremamente positiva e che, paradossalmente, sta accelerando anche la crescita imprenditoriale delle cooperative sociali». 

Un movimento virtuoso che unisce efficienza, responsabilità sociale e valore condiviso, capace di generare benefici non solo per le persone inserite, ma per l’intero sistema economico e sociale. 

LA VOCE DI CHI SCEGLIE SOLIDARIETÀ E SERVIZI

Per Mebra Plastik Italia SpA (azienda di Busto Arsizio che produce tubi e profili in materiali plastici per applicazioni industriali), la scelta è stata concreta e pragmatica. «La scintilla che ci ha convinti è stata la possibilità di esternalizzare alcune lavorazioni contando su un partner affidabile, organizzato e attento alle esigenze del cliente», racconta Francesco Campagnolo, Responsabile Acquisti. 

«Collaborare con una realtà che offre opportunità di lavoro a persone con disabilità significa dare valore a lavorazioni che diventano occupazione reale, senza rinunciare a qualità, precisione e continuità del servizio». 

Anche per Vilebrequin (sede di Milano del marchio di moda francese, noto soprattutto per i suoi costumi da bagno e abbigliamento estivo di alta qualità), l’impatto sociale è parte integrante della scelta: «Cercavamo un partner affidabile per l’outsourcing, ma volevamo che il nostro investimento avesse anche un impatto positivo», spiega Matteo Caja, Retail & Operations Manager Italy. «Questa collaborazione dà concretezza alla nostra Responsabilità Sociale d’Impresa. Non è solo una fornitura, è una partnership di valore».


«Qui mi sento a casa». Lavorare come educatrice professionale a Busto Arsizio: la storia di Lisa presso Solidarietà e Servizi

Una giovane educatrice professionale riscopre la propria strada tra sfide personali e la gioia di veder crescere i ragazzi.  Sei mesi in Solidarietà e Servizi che le hanno cambiato la vita.

Lisa il giorno della sua laurea, insieme ai colleghi e alle persone con disabilità del Servizio Formazione all’Autonomia

Lisa C. ha 29 anni e da sei mesi lavora come educatrice professionale a Solidarietà e Servizi. La sua storia è fatta di deviazioni, di scelte dettate da fatica e da coraggio, di piccoli trionfi quotidiani. «Fin da piccola avevo il desiderio di occuparmi degli altri» racconta Lisa «e dopo le medie ho indirizzato il mio percorso formativo in questo senso, anche se non è stato sempre lineare».

Alle superiori ha frequentato l’Istituto Professionale Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale al Barbara Melzi a Legnano, poi «mi sono iscritta alla facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università Cattolica di Milano. Ho fatto solo un anno e poi ho lasciato. Avevo 19 anni, ero poco motivata e facevo tanta fatica nello studio. Ho qualche difficoltà legata all’apprendimento» confessa. Poi il corso per diventare operatore socio sanitario: «Il percorso è stato difficile, non mi è piaciuto, ma l’ho finito perché l’avevo fortemente voluto…». I genitori speravano che trovasse lavoro come OSS, «ma non era il mio».

L’ESPERIENZA NELL’EDUCATIVA SCOLASTICA

Nel 2017 un incontro ha cambiato le carte in tavola: «Un’assistente sociale, amica di famiglia, mi ha detto: “Lisa, ho trovato un lavoro che fa per te. Stanno cercando una figura di sostegno per l’educativa scolastica”». Lisa accetta, comincia con il “servizio prescuola” a Solbiate Olona, poi sostituzioni in varie scuole del territorio. «Più lavoravo nel settore e più capivo che, se volevo continuare come educatrice, dovevo riprendere a studiare», spiega. Trova l’università telematica, lavora e studia, e dopo tre anni prende la laurea triennale: «Ho fatto sette anni come educatrice scolastica… ma a un certo punto non mi bastava più».

LA LAUREA MAGISTRALE E IL CURRICULUM IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI

La svolta arriva con la laurea specialistica in “Pedagogista della marginalità e della disabilità”: «Con la magistrale speravo di avere più opportunità». Vuole sperimentare altro, ampliare gli orizzonti. Invia il curriculum a Solidarietà e Servizi per una posizione aperta come educatore professionale al Centro Diurno Disabili di Samarate: «Per questo servizio non avevo alcuna esperienza, avrei dovuto imparare tutto» ricorda. «Giorgia, la selezionatrice, mi disse: “Vorrei tenerti perché hai un buon curriculum, stiamo cercando anche per lo SFA di Busto Arsizio, il Servizio di Formazione all’Autonomia”».

LA PROPOSTA: EDUCATRICE AL SERVIZIO DI FORMAZIONE ALL’AUTONOMIA

«Mentre Giorgia mi spiegava il lavoro allo SFA, mi si sono illuminati gli occhi», confessa Lisa. «Ho accettato la proposta e dal 16 giugno sono qui in Solidarietà e Servizi e sono la persona più felice del mondo». Da allora le mattine hanno un sapore diverso: «Mi sveglio e sono contenta di andare al lavoro, non vedo l’ora».

Al centro del racconto ci sono le persone di cui si prende cura. «La cosa più bella del mio lavoro? Le persone con disabilità del mio servizio che mi aspettano e mi vogliono bene. Lo so perché me lo dimostrano». E c’è lo stupore di chi ha trovato un’équipe che sostiene, «qui ho trovato un’équipe bellissima, meravigliosa: Oscar, Dino, Lucrezia. Siamo in quattro e ci occupiamo di 24 ragazzi e ragazze che si sperimentano in autonomia». Le attività sono concrete, quotidiane: tirocini, progetti con aziende come Tigros, giochi di gestione economica, attività all’appartamento di via XX Settembre a Busto Arsizio per imparare la gestione domestica e la cucina e poi attività sportive (piscina, yoga) e uscite socializzanti sul territorio, come serate al bowling, al cinema o a mangiare una pizza insieme.  «L’obiettivo è formarli all’autonomia», sottolinea.

«HO TROVATO IL MIO POSTO, DESIDERO RIMANERCI»

Non manca la lucidità: «L’educativa scolastica va bene se sei all’università, poi basta…» dice, spiegando perché cercava stabilità e crescita. «Il mio obiettivo per il futuro? Vorrei avere il tempo indeterminato perché tengo a questo posto e desidero rimanerci». E aggiunge, con un sorriso: «A volte mi sento più a casa qui che a casa mia».

La sua è una storia di resilienza, di scelte che hanno attraversato difficoltà personali e accettazione, fino alla certezza di aver trovato «il mio posto». «Mi piace fare l’educatrice perché è nelle mie corde, sono una persona empatica», ripete Lisa e chi l’ascolta capisce che il suo lavoro è molto di più di un mestiere: è una vocazione quotidiana, fatta di piccoli passi, di sguardi ricambiati, di giorni in cui, semplicemente, ci si sente a casa.

“Mai più soli… Insieme ci riusciamo”


«Questa è una lettera di ringraziamento per ognuno di voi…»

Durante la cena con le famiglie del Centro Diurno di Capiago Intimiano, il ricordo di Domenico attraverso le parole di ringraziamento che la sua famiglia ha dedicato a Solidarietà e Servizi

Domenico (il primo a destra) con due amici del Centro Diurno Disabili di Capiago Intimiano

Pubblichiamo con profonda emozione la lettera che i familiari di Domenico hanno voluto dedicare alla cooperativa Solidarietà e Servizi e al Centro Diurno Disabili di Capiago Intimiano, come segno di ringraziamento per il percorso vissuto insieme.

La lettera è stata letta dalla sorella e dalla nipote di Domenico in occasione del pranzo di Natale con le famiglie, lo scorso 1° dicembre, una data particolarmente significativa perché coincidente con il compleanno di Domenico.

Domenico era entrato al Centro Diurno Disabili alla fine del 2023. Originario di un piccolo paese della Basilicata, aveva sempre vissuto con la sua anziana madre e non si era mai allontanato dal contesto familiare e dal suo paese d’origine. Il trasferimento a Cantù, presso la sorella, e l’inserimento, durante le ore del giorno, nel centro di Solidarietà e Servizi hanno rappresentato per lui un cambiamento importante, affrontato con grande apertura e curiosità.

Sordomuto e ipovedente, Domenico non aveva mai avuto reali occasioni di socializzazione, ma fin dall’inizio ha trovato nel CDD un ambiente accogliente e stimolante, che ha saputo riconoscere e valorizzare il suo entusiasmo genuino. Ha partecipato con gioia a tutte le attività, mostrando un particolare amore per la pet-therapy, che lo rendeva particolarmente felice. Avrebbe voluto frequentare il CDD ogni giorno, anche nei festivi, e spesso raccontava con orgoglio del suo paese, immaginando di poterlo un giorno condividere con tutti gli operatori e gli amici del Centro.

Nel tempo trascorso insieme, prima della sua improvvisa scomparsa nell’ottobre 2024 a seguito di un incidente automobilistico, Domenico ha lasciato un segno profondo in operatori, educatori e compagni di percorso. Anche dopo la sua morte, il legame con la famiglia è rimasto vivo, attraverso visite e gesti di affetto che continuano a testimoniare una relazione autentica e reciproca.


Lettera dei familiari di Domenico

Ciao a tutti,

questa è una lettera di ringraziamento per ognuno di voi…

Quando è iniziato il nuovo percorso per Domenico a scuola – come la chiamava lui – era emozionatissimo, voi probabilmente un po’ preoccupati perché era una situazione nuova con una persona da conoscere e tante cose da insegnargli e cercare di comunicare con lui, ma avete trovato il modo di farlo sentire accolto e mai escluso con il vostro impegno costante. Come ognuno di noi abbiamo il nostro carattere, anche lui lo aveva, ma siete sempre stati comprensivi nei suoi confronti. Gli avete fatto passare delle giornate a scuola con tutte le vostre meravigliose attività piene di allegria. Ci avete sempre resi partecipi delle loro giornate con video e foto e di questo vi dobbiamo ringraziare perché per noi tutto si è fermato quella sera. I ricordi più belli li avete lasciati voi a noi, soprattutto nell’ultima gita, quando era sulla macchinina: quanto ridere che abbiamo fatto, sembrava un bambino felice nella sua spensieratezza, grazie di cuore.

Non abbiamo mai avuto occasione di ringraziare tutti i compagni di classe di Domenico e le famiglie personalmente e oggi è arrivato il momento di farlo, il giorno del suo compleanno, una coincidenza non si sa… Ma nulla accade per caso….
Voi nonostante tutto siete ancora presenti nella nostra vita e di questo siamo contentissimi perché non è nulla scontato. Oggi per noi è un momento difficile da affrontare, ma allo stesso tempo felice perché sappiamo che questa giornata è per riunire le famiglie e i ragazzi e per noi un pezzo di cuore non c’è, ma siamo presenti per lui.

Grazie di cuore da parte della mamma Rosina e i fratelli Vincenzo, Mario, Caterina, Carmela, Giorgio e tutti i nipoti Maria Giuseppa, Rossella, Giuseppe, Gianluca, Rossana e Giovanni

Buon Natale!


Un regalo che “diventa casa”: il Natale solidale di Eurojersey

Da un ricettario come dono di Natale al sostegno di un progetto di autonomia abitativa: la scelta dei dipendenti di Eurojersey racconta un modo concreto di restituire valore al territorio, insieme a Solidarietà e Servizi

I dipendenti e le dipendenti di Eurojersey che hanno aderito ai regali solidali di Solidarietà e Servizi

Tutto è iniziato da un gesto semplice. Un regalo di Natale diverso dal solito. Una scelta condivisa, capace di trasformarsi in qualcosa di molto più grande. «Da qualche anno, tra colleghe, abbiamo deciso di non farci i tradizionali regali a Natale», racconta Luigina Caccia, responsabile Risorse Umane di Eurojersey, azienda di eccellenza del tessile italiano, dal 1960 a Caronno Pertusella. «Raccogliamo invece il valore di quel pensiero e lo doniamo a una realtà diversa ogni volta. Quando ho ricevuto la proposta dei regali solidali di Solidarietà e Servizi, con il ricettario che raccoglie i “piatti del cuore” cucinati dalle persone con disabilità nelle case della cooperativa, ho sentito subito che poteva essere la scelta giusta per quest’anno». 

Un ricettario che è molto di più di una raccolta di ricette. È diventato – in questo Natale – il simbolo del progetto “Casa, Insieme”, una nuova realtà abitativa, a Caronno Pertusella, che permetterà a 10 persone con disabilità di vivere in autonomia, accompagnate da un percorso di crescita e inclusione. 

«Ne avevo già sentito parlare», prosegue Caccia. «In ottobre ho partecipato alla festa di inaugurazione del cantiere e sono rimasta molto colpita.  È un progetto che nasce qui, sul nostro territorio. Quando ho proposto l’idea alle colleghe, l’entusiasmo è stato immediato.» 

RESTITUIRE AL TERRITORIO CIÒ CHE IL TERRITORIO DONA OGNI GIORNO 

La decisione di sostenere “Casa, Insieme” non è stata casuale. «Eurojersey è a Caronno Pertusella da oltre sessant’anni», spiega Caccia. «Ogni giorno utilizziamo risorse, competenze, capitale umano che provengono da questo territorio. Per noi è naturale sentire la responsabilità di restituire una parte del valore che generiamo.» 

Un concetto che va oltre la filantropia. «Non si tratta solo di donare», chiarisce. «Si tratta di creare impatto sociale, di sostenere progetti che migliorano concretamente la qualità della vita delle persone e della comunità che ci ospita. Questo dà senso anche al nostro lavoro quotidiano. È un orgoglio poter contribuire alla nascita di una casa che permetterà a dieci persone di vivere in autonomia…». «Ogni volta che passo davanti al cantiere, mi fermo a guardare», confida. «Mi sento parte di questo percorso, è qualcosa che ci tocca da vicino». 

La proposta è stata condivisa con la direzione aziendale, che ha accolto positivamente l’iniziativa. «Ora stiamo ragionando anche su come fare rete con altre aziende del territorio», aggiunge. «L’idea è quella di trovare modalità strutturate per sostenere il progetto anche in futuro». 

UNA COLLABORAZIONE CHE NASCE DAL LAVORO 

Il sostegno a “Casa, Insieme” si inserisce in una relazione già consolidata tra Eurojersey e Solidarietà e Servizi, iniziata nel 2018. «La collaborazione è nata da un’esigenza concreta», racconta Caccia. «Avevamo bisogno di digitalizzare l’archivio commerciale e, allo stesso tempo, facevamo fatica ad inserire direttamente persone con disabilità in alcuni reparti produttivi particolarmente complessi». 

Da qui l’avvio della digitalizzazione dei documenti e, negli anni, l’affidamento di una seconda commessa strategica: l’assemblaggio delle cartelle colore utilizzate per le collezioni di Sensitive® Fabrics, il marchio brevettato dell’azienda caronnese, sinonimo di tessuto tecnico indemagliabile, composto da microfibra di poliammide ed elastomero. «Sono materiali che presentiamo ai clienti di tutto il mondo», sottolinea. «Un lavoro centrale per il nostro core business». 

Eppure, non c’è mai stato spazio per compromessi sulla qualità. «Non esiste differenza tra il lavoro svolto internamente e quello affidato a Solidarietà e Servizi», afferma Caccia. «Competenza, precisione, puntualità: il risultato è esattamente quello che ci aspettiamo. Non c’è alcuna indulgenza perché a svolgerlo sono persone fragili». 

Anche oggi, pur avendo raggiunto la copertura degli obblighi di legge, Eurojersey ha scelto di continuare la collaborazione. «È una scelta valoriale», spiega. «Crediamo nel social procurement: usare il nostro potere d’acquisto per generare valore condiviso, non solo economico». 

UNO SGUARDO AL FUTURO 

Guardando al futuro, il desiderio è chiaro: «Spero che la collaborazione con Solidarietà e Servizi possa continuare e crescere. Anche nei momenti più complessi, mantenere uno sguardo attento all’umano è ciò che rende un’azienda solida».  

E il messaggio alle altre imprese è diretto: «La tecnologia è fondamentale, ma senza persone non si costruisce nulla. Prendersi cura delle persone, dentro e fuori l’azienda, è un investimento che genera valore vero». 

Una storia che dimostra come impresa, responsabilità sociale e territorio possano davvero crescere insieme.