Un filo che costruisce futuro: 4.265 persone, una alla volta   

185 soci presenti all’Assemblea dei Soci di Solidarietà e Servizi: un’occasione per guardare ai risultati raggiunti, alle sfide di oggi e al nuovo percorso di rebranding che racconta l’identità della cooperativa attraverso la metafora del filo 

La copertina del Bilancio Sociale 2025, approvato dall’Assemblea dei Soci lo scorso 15 maggio

4.265 persone di cui la cooperativa si prende cura. Di queste circa 500, ogni giorno, incontrano educatori, operatori e professionisti nei servizi di Solidarietà e Servizi. 

Non sono numeri. Sono persone, storie, famiglie. Sono autonomie conquistate lentamente, piccoli passi che cambiano la quotidianità, relazioni costruite nel tempo. 

È partendo da questi numeri che si è svolta l’Assemblea dei Soci 2026, lo scorso 15 maggio. Un appuntamento annuale che, in quest’edizione, ha riunito 185 soci, alcuni presenti tramite delega, sui 239 complessivi. Un’occasione per condividere risultati, approvare il bilancio sociale, nominare la nuova governance e raccontare la direzione verso cui la cooperativa sta andando. 

Episodi concreti che raccontano il senso più profondo del lavoro educativo. Come quello riportato dal presidente del Consiglio di Gestione, Domenico Pietrantonio, durante il suo intervento.  

«Ho preso un caffè con i responsabili dei Centri Socio Educativi e alla mia domanda “come sta andando?” mi hanno risposto: «sai che Giuseppe (nome di fantasia) passerà dal Centro Socio Educativo al Servizio di Formazione all’Autonomia? È un ulteriore passo in termini di crescita e autonomia.» Questo è lo scopo della cooperativa, a prescindere dalla gravità in cui versa la persona. Per noi è importante non assistere, ma favorire l’autonomia delle persone, di ogni persona, attraverso un progetto personale, individualizzato e partecipato, come recita la riforma sulla disabilità del 2024.» 

Parole che raccontano una visione precisa: la centralità della persona e del suo progetto di vita. 

UNA COOPERATIVA FATTA DI PERSONE 

Il Bilancio Sociale 2025 ha restituito soprattutto questo: la fotografia di una cooperativa fatta di persone. Oltre alle 4.265 con disabilità di cui si prende cura, anche i 470 lavoratori, di cui 79 con disabilità, che ogni giorno contribuiscono a costruire una realtà sempre più radicata nel territorio e in grado di condividere i bisogni delle persone prima ancora di rispondere con progetti, servizi e attività. 

Una cooperativa che si prende cura delle persone con disabilità attraverso percorsi personalizzati con un progetto di vita per ciascuno, sempre orientato alla reale autonomia e continue opportunità di apertura, incontro e relazione. 

Ma che allo stesso tempo sceglie di prendersi cura anche dei propri lavoratori. 

Nel 2025 sono state erogate oltre 44 mila ore di formazione (+107%), con particolare attenzione ai temi dell’autismo e delle nuove forme che la disabilità assume. A questo si affiancano misure di welfare aziendale, sostegno al reddito e wellbeing organizzativo, con l’obiettivo di accompagnare chi lavora quotidianamente nei servizi. 

«La qualità del lavoro educativo nasce dalle persone», ha sottolineato Domenico Pietrantonio. «Per questo investire nei lavoratori significa investire direttamente nella qualità della vita delle persone che accompagniamo.» 

SOLIDITÀ, PARTECIPAZIONE E FUTURO 

Durante l’assemblea i soci hanno affrontato anche i temi della governance, confermando gli attuali componenti del Consiglio di Sorveglianza e l’attuale presidente del Consiglio di Sorveglianza nella persona del dott. Michele Grampa. Queste le sue parole «Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine per la fiducia che l’assemblea dei soci mi ha accordato riconfermandomi come presidente della Sorveglianza. Questo rinnovato incarico rappresenta per me un onore e una responsabilità che assumo con impegno e dedizione.» 

È stata inoltre approvata una modifica statutaria significativa: la quota associativa passa da 500 euro a 100 euro, equivalenti a 4 azioni da 25 euro. Una scelta che punta a favorire ancora di più partecipazione e accessibilità alla vita della cooperativa sociale. 

Anche i dati economici confermano la solidità della cooperativa, con un fatturato di circa 17,7 milioni di euro e un patrimonio netto di 2,7 milioni di euro. Numeri che raccontano una realtà capace di generare valore sociale ed economico insieme. 

MA L’ASSEMBLEA HA GUARDATO SOPRATTUTTO AVANTI

Tra i progetti presentati: l’introduzione dell’intelligenza artificiale in particolare nell’area inserimento lavorativo a partire dai processi di gestione documentale e del Busines Process Outsourcing, il contratto di rete con altre 3 cooperative sociali d’inserimento lavorativo “Labora.con”, il progetto “Casa, Insieme” a Caronno Pertusella per 10 persone con disabilità e “Il Cortile”, servizio dedicato al sostegno delle famiglie. 

«Innovare per noi non significa rincorrere la tecnologia», ha spiegato ancora Pietrantonio. «Significa trovare strumenti nuovi per prenderci cura meglio delle persone e costruire risposte sempre più adeguate ai nuovi bisogni, favorendo come possibile l’autonomia della persona». 

IL NUOVO LOGO E LA METAFORA DEL FILO 

A chiudere l’assemblea è stato il racconto del nuovo percorso di rebranding della cooperativa. Un cammino iniziato nel 2024, un percorso partecipato che, attraverso incontri, ascolto e confronto, ha portato all’individuazione della metafora del filo. 

Un filo che unisce. Che tesse relazioni. Che ripara. Che crea connessioni.  Che costruisce futuro. 

Da questa immagine è nato il nuovo logo della cooperativa: un segno che prova a raccontare ciò che Solidarietà e Servizi fa ogni giorno nei servizi, nelle relazioni e per/con il territorio. 

«Questo nuovo logo nasce dalle storie e dalla narrazione di ciascuno», ha concluso Pietrantonio. «Perché la cooperativa, prima di tutto, è fatta di persone che insieme costruiscono legami, autonomia e futuro.» 


Martina, assistente sociale tra due mondi: “Qui sto costruendo qualcosa” 

Dall’ente pubblico alla cooperativa, passando per famiglie, fragilità e lavoro di équipe: la storia di Martina, giovane assistente sociale di Solidarietà e Servizi che ha scelto di restare  

Martina, assistente sociale in Solidarietà e Servizi

Quando cambia ufficio, cambia anche “cappello”. Due giorni a Sesto Calende, dentro un servizio in appalto dell’ASST Sette Laghi. Tre giorni nei servizi di Solidarietà e Servizi, tra centri diurni, famiglie e progetti educativi. «A volte mi sveglio e sono l’assistente sociale dell’ente pubblico, altre volte quella della cooperativa», racconta Martina, 26 anni. «Non è sempre semplice, ma mi ha insegnato tantissimo». 

Martina entra in Solidarietà e Servizi nel 2023, subito dopo la laurea in Servizio Sociale all’Università Cattolica. All’inizio è solo uno stage extracurricolare. «Avevo studiato tante cose sui libri, ma volevo vedere cosa significassero davvero nella pratica». Così scrive alla cooperativa, fa un colloquio e viene affiancata a una collega esperta. «Entrare in un ente e iniziare a osservare i servizi è stato come iniziare a ‘masticare’ davvero il lavoro». 

Pochi mesi dopo arriva l’abilitazione da assistente sociale, poi l’assunzione. «A 23 anni avevo già un contratto stabile mentre tanti miei coetanei erano ancora in cerca della loro strada. Mi sono sentita molto fortunata». 

COSTRUIRE PROGETTI DI VITA TRA PUBBLICO E COOPERATIVA 

Oggi Martina lavora su due fronti. Nel Servizio Fragilità dell’ASST (servizio che Solidarietà e Servizi gestisce in appalto) continua ad accompagnare adulti con disabilità e le loro famiglie nella costruzione di un progetto di vita. «Accogliamo le persone, ascoltiamo i bisogni, costruiamo reti con Comuni, medici, servizi territoriali». In pratica, spiega, l’assistente sociale diventa “un ponte tra sanità e territorio”. 

Ci sono colloqui delicati, visite ai servizi, incontri con famiglie spesso stanche e disorientate. «A volte entriamo in aspetti molto intimi della vita delle persone. È una grande responsabilità». 

Poi ci sono le situazioni concrete: il ragazzo che deve terminare la scuola e non sa quale sarà il suo futuro, il caregiver esausto che ha bisogno di sostegno, la famiglia che cerca un centro adatto al figlio adulto con disabilità. «Il nostro lavoro è trovare connessioni e costruire possibilità». 

Nei giorni in cooperativa, invece, Martina segue gli inserimenti nei servizi diurni e residenziali di Solidarietà e Servizi. «Qui vedo i percorsi crescere nel tempo. Le persone cambiano, le famiglie cambiano, e anche i progetti devono cambiare con loro». 

Un esempio? «Quando una persona entra in un servizio residenziale non è mai solo un ‘ingresso’. Dietro c’è un percorso di preparazione, colloqui con la famiglia, valutazioni con psicologi ed educatori, momenti di prova. È un passaggio enorme nella vita di tutti». 

Martina segue anche “Il Cortile”, progetto rivolto alle famiglie di bambini con disabilità o disturbi dello sviluppo. «Spesso arrivano genitori molto spaventati, disorientati dalla diagnosi. A volte hanno semplicemente bisogno di capire da dove partire». 

LA FORZA DELL’ÉQUIPE E DEI PUNTI DI RIFERIMENTO 

La parte più difficile? «Cambiare continuamente prospettiva», ammette. «Cambiano i territori, le reti, gli obiettivi, perfino le strade per arrivare al lavoro. È faticoso, ma anche molto stimolante». 

E poi c’è il peso emotivo. «Lavoriamo a contatto con la fragilità delle persone. Non sempre è facile portarsi dietro certe storie». Per questo, dice, il lavoro di équipe è fondamentale. «In Solidarietà e Servizi ho trovato punti di riferimento veri. Coordinatori, colleghe, persone con più esperienza che diventano quasi maestri». 

Martina parla spesso al plurale. «Quando un progetto funziona non è mai il lavoro di una sola persona». Racconta delle supervisioni, dei focus group, delle formazioni interne. «Qui non ti senti lasciata sola. C’è sempre qualcuno con cui confrontarsi».  

Ed è proprio questo clima che ha pesato nella scelta più importante degli ultimi mesi. 

IL CONCORSO NEL PUBBLICO E LA SCELTA DI RESTARE 

A dicembre 2025 Martina partecipa a un concorso pubblico dell’ASST Valle Olona. Lo supera. A febbraio 2026 arriva la chiamata dall’ospedale per un posto da assistente sociale in ambito sanitario. «Ho fatto il concorso per mettermi in gioco, per capire se fossi in grado». Il posto pubblico, ammette, aveva aspetti interessanti: stipendio più alto, maggiori tutele, prospettive stabili. «Ci ho pensato davvero». 

Poi ha scelto di restare. «In quest’anno qui ho costruito relazioni, equilibrio, competenze. Sento di poter crescere ancora». 

Sorride mentre lo dice, quasi sorpresa della propria scelta. «Credo che il pubblico possa aspettare. Sono giovane, voglio ancora fare esperienza». 

E forse è proprio questo il punto. Martina appartiene a una generazione cresciuta nell’incertezza, senza l’idea del “posto fisso per tutta la vita”. «I miei genitori avevano percorsi lineari. Noi costruiamo un pezzo alla volta». 

Per ora, il suo pezzo di strada continua qui. Tra équipe, famiglie, fragilità e progetti che cambiano forma insieme alle persone. 

“Pagine in Movimento”, quando i libri diventano ponti tra persone, a beneficio della comunità

Dal laboratorio di falegnameria alle scuole del territorio, passando per una libreria condivisa sotto il portico di uno dei centri di Solidarietà e Servizi. “Pagine in Movimento” è il progetto che sta trasformando il Centro Socio Educativo “Il Parco” di Samarate in un luogo sempre più aperto, partecipato e vicino alla comunità 

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Matteo e Michele durante un laboratorio con i bambini della 4elementare della Scuola Primaria Alessandro Manzoni di Samarate

La storia di “Pagine in Movimento” parte da due sorrisi e da un ritorno emozionante. Matteo e Michele, insieme a Alberto, Ilaria e Isabella sono cinque ragazzi e ragazze del Centro Socio Educativo “Il Parco” di Samarate, gestito dalla Cooperativa Sociale Solidarietà e Servizi. Nelle scorse settimane sono entrati nelle classi quarte della primaria Alessandro Manzoni non da studenti, ma da tutor. Davanti a loro bambini curiosi, insegnanti attente e una macchina “Big Shot” pronta a trasformare cartoncini colorati in segnalibri creativi. 

«Prima abbiamo fatto vedere come si usava la macchina, poi i bambini hanno iniziato da soli», raccontano. «Facevano domande, erano interessati e si sono divertiti tantissimo». Per Matteo è stato anche un viaggio nei ricordi: «Sono tornato nella scuola che frequentavo da bambino e la maestra mi ha riconosciuto». Un’emozione condivisa anche dagli insegnanti, che ricordavano quei ragazzi quando anni fa si occupavano della manutenzione del verde scolastico. 

Durante i laboratori ogni bambino ha realizzato due segnalibri: uno da tenere e uno da donare ai futuri alunni della scuola primaria, in un simbolico passaggio di testimone. 

UNA LIBRERIA CHE METTE IN MOVIMENTO IL TERRITORIO 

Il cuore del progetto è una libreria di bookcrossing costruita nel laboratorio di falegnameria del CSE grazie al lavoro dell’educatrice Laura, del volontario Valerio e degli ospiti del centro. Collocata sotto il portico del CSE Il Parco, la libreria è diventata uno spazio aperto alla cittadinanza dove “prendere un libro e lasciare un libro”. 

«Ci piaceva l’idea dei libri che viaggiano, dello scambio che si muove sul territorio», spiega Francesca D’Antuono, educatrice e promotrice del progetto. «Il nostro CSE non vuole essere qualcosa di statico: ci sentiamo sempre in movimento, in relazione con la comunità». 

Dopo i laboratori, le scuole sono state invitate a visitare il centro: i bambini hanno conosciuto gli spazi del CSE, il laboratorio di falegnameria e la nuova biblioteca a cielo aperto. Hanno portato libri da donare e ne hanno scelto uno da leggere insieme in classe. 

Un progetto nato grazie anche al sostegno del Comune di Samarate e in particolare della dott.ssa Annalisa Grimoldi, responsabile dei servizi educativi e sociali, che ha creduto nell’iniziativa fin dall’inizio e ha favorito il coinvolgimento delle scuole del territorio. 

“CONOSCERE E FARSI CONOSCERE”: IL CSE APRE LE PORTE ALLA CITTÀ 

Per Serena Bottigelli, coordinatrice del CSE Il Parco, “Pagine in Movimento” rappresenta molto più di un semplice laboratorio creativo. «Negli ultimi mesi stiamo spingendo molto sull’apertura al territorio», racconta. «Vogliamo fare rete, conoscere e farci conoscere. Non siamo una realtà che ha solo bisogno di ricevere: possiamo anche dare valore alla comunità». 

Una filosofia che il CSE sta portando avanti attraverso numerose collaborazioni: dalla Caritas agli esercizi commerciali del territorio, dai mercatini al Bennet di Vanzaghello ai progetti con McDonald’s, fino agli oratori estivi e ai lavori di manutenzione del verde per scuole e centri educativi. 

«Essere all’interno del parco di Villa Montevecchio ci aiuta a vivere il territorio come buoni vicini di casa», aggiunge Bottigelli. «Chi passeggia qui davanti vede un centro aperto, vivo, dove si costruiscono relazioni». 

E i prossimi progetti sono già in cantiere: per i mesi estivi laboratori di falegnameria all’oratorio estivo di Samarate, attività condivise con i ragazzi e persino il sogno di un cinema all’aperto nel parco, in collaborazione con il Comune. 

L’ESPERIENZA DELLE MAESTRE: “I BAMBINI HANNO ACCOLTO TUTTO CON NATURALEZZA” 

Le insegnanti della primaria Alessandro Manzoni parlano di un’esperienza profondamente educativa. «I ragazzi del CSE sono stati fantastici», racconta la maestra Silvia Pozzi della 4A. «I nostri bambini li hanno accolti con grande naturalezza e curiosità». 

Per la docente il progetto ha avuto un forte valore umano oltre che didattico: «Parliamo spesso di diversità in classe, ma incontri così aiutano davvero a capire che ciascuno ha capacità differenti e che ogni persona può essere una ricchezza». 

Anche la collega Asia Vario sottolinea il valore dell’esperienza: «Gli studenti sono tornati in aula con una consapevolezza più matura dal punto di vista civico ed emotivo». Dalle insegnanti della 4B arriva poi una richiesta chiara: ripetere esperienze simili e aumentare le occasioni di collaborazione. 

Perché “Pagine in Movimento” non ha soltanto fatto viaggiare dei libri. Ha messo in movimento relazioni, sguardi nuovi e una comunità che, pagina dopo pagina, sta imparando a conoscersi meglio. 

Profit e non profit, il tour che genera valore 

Un viaggio tra le aziende di Milano e Varese per raccontare le alleanze tra imprese e terzo settore. Il progetto promosso da Solidarietà e Servizi porta imprenditori e manager a confrontarsi su sostenibilità, inclusione ed economia civile attraverso testimonianze concrete dal territorio. 

Il secondo appuntamento del tour “Profit Non Profit: insieme per generare valore”

C’è un modo diverso di fare impresa. Un modo che non mette il profitto contro il sociale, ma li fa camminare insieme. È da questa convinzione che nasce “Profit e non profit: insieme per generare valore – Storie di successo testimoniate da manager e imprenditori del territorio”, il nuovo progetto promosso da Solidarietà e Servizi per raccontare, direttamente dentro le aziende, esperienze concrete di collaborazione tra imprese e terzo settore. 

Partito a maggio tra le province di Milano e Varese, il tour è arrivato alla sua terza tappa, prevista il 10 giugno a Milano, presso lo Spazio Solferino. Un percorso itinerante che non vuole essere soltanto un calendario di incontri, ma una vera operazione culturale per sensibilizzare imprenditori e manager sui temi dell’economia civile: un modello in cui il profitto resta importante, ma non è l’unico obiettivo. 

«Negli ultimi anni abbiamo organizzato grandi eventi dedicati ai temi ESG e al rapporto tra profit e non profit, con centinaia di partecipanti» racconta Gabriele Scampini, responsabile commerciale dell’Area Inserimento Lavorativo di Solidarietà e Servizi e principale promotore del progetto. «Erano momenti molto significativi, ma ci siamo accorti che rischiavano di limitare il dialogo vero con gli imprenditori. Da qui è nata l’idea di un tour nelle aziende, con incontri più piccoli e partecipati, dove si possa discutere, fare domande e confrontarsi davvero». 

DALLE GRANDI CONFERENZE AGLI INCONTRI NELLE AZIENDE 

La scelta è stata precisa: lasciare il format dei grandi convegni per entrare nei territori, nelle imprese, nei luoghi dove ogni giorno si costruiscono relazioni di lavoro e comunità. Platee ridotte, massimo 20-25 persone, per favorire networking, confronto e scambio di esperienze. 

La prima tappa si è svolta ad Arcisate, la seconda a Lainate, ospitata da Gamma Chimica. Qui tre realtà molto diverse tra loro hanno raccontato come sostenibilità sociale, ambientale  ed economica possano convivere: la grande impresa Sielte, con oltre 4 mila dipendenti, Gamma Chimica, storica realtà italiana di 100 dipendenti, attiva nella distribuzione e commercializzazione di materie prime e prodotti chimici  e DAV, una azienda meccanica di circa 50 lavoratori. 

«Quello che emerge da queste testimonianze – continua Scampini – è che investire sul benessere delle persone non è buonismo. Le aziende che hanno attenzione ai dipendenti, alla formazione, all’inclusione e al territorio spesso trovano anche maggiore coinvolgimento interno e meno difficoltà nel reperire personale». 

QUANDO LA SOSTENIBILITÀ GENERA VALORE CONCRETO 

Tra gli esempi raccontati durante il tour c’è quello di Sielte, che ha affidato a Solidarietà e Servizi la rigenerazione di apparati telefonici destinati a Fastweb/ Vodafone, Retelit e Wind. Un progetto che unisce economia circolare e inclusione lavorativa: gli apparati vengono recuperati, testati e rimessi in circolo invece di diventare rifiuti elettronici. E ogni 300 dispositivi lavorati viene coinvolta una persona con disabilità. Ad oggi sono 9 le persone impiegate su questa commessa.  

Oppure il caso di Gamma Chimica, che ha scelto di digitalizzare i propri archivi cartacei attraverso la cooperativa sociale, migliorando efficienza e accessibilità dei documenti. O ancora DAV, che collabora con enti formativi e realtà sociali del territorio per favorire l’inclusione lavorativa di persone immigrate. 

Al centro del progetto c’è soprattutto la volontà di raccontare una sostenibilità concreta, che vada oltre gli obblighi normativi e le dichiarazioni di principio. 

«Oggi si apre lo spazio di una vera alleanza con le aziende che vogliono davvero scommettere su questi temi» – sottolinea Filippo Oldrini, responsabile dell’Area Inserimento Lavorativo. Con il cambiamento del quadro normativo, infatti, molte imprese non sono più obbligate a determinati adempimenti ESG; per questo chi continua a investire nella sostenibilità sociale lo fa perché ne comprende il valore strategico, umano e anche imprenditoriale». 

LA “S” SOCIALE DI ESG. UN NUOVO MODELLO DI ECONOMIA 

Un valore che passa anche attraverso strumenti concreti come l’Articolo 14 della Legge Biagi, che permette alle aziende di adempiere agli obblighi di inserimento lavorativo di persone con disabilità affidando commesse a cooperative sociali. Un modello che genera impatto sul territorio e servizi utili alla collettività: dalla digitalizzazione di archivi storici alla manutenzione del verde, fino ai servizi amministrativi e di back office. 

«Parliamo spesso di ESG pensando principalmente all’ambiente» continua Oldrini «Per questo ci impegniamo per testimoniare l’importanza della “S” di sociale, una S che significa attenzione alla persona, ai lavoratori e alle comunità coinvolte e, insieme, a tutto il sistema economico del territorio. Significa costruire un’economia capace di creare Bene Comune». 

La prossima tappa milanese vedrà la partecipazione di realtà come Fondazione Triulza, Social Techno, PTS, Sandoz Italia e Compagnia Energetica Italiana. E il viaggio non si fermerà qui. 

Perché l’obiettivo finale del tour non è soltanto creare nuove collaborazioni tra profit e non profit, ma dimostrare che un altro modo di fare impresa è già possibile. E che, quando il valore economico incontra quello sociale, il territorio cresce davvero. 

Gradualità, fiducia e … “Insieme ci riusciamo”: il percorso di Enrico verso il lavoro e l’autonomia  

Una storia costruita passo dopo passo tra servizi, famiglia e azienda: così un giovane di 26 anni ha trasformato un ingresso incerto nel mondo del lavoro in un’esperienza stabile e consapevole 

Lavoratori di Solidarietà e Servizi all’opera nel reparto assemblaggi

«In Solidarietà e Servizi mi trovo bene. Iniziare a lavorare in cooperativa è stato un grande stimolo soprattutto dal punto di vista della relazione con gli altri». Enrico parte da qui, da una frase semplice e precisa, per raccontare un percorso che inizia nel 2022, quando ha 23 anni, e che oggi lo vede lavoratore assunto e parte di una squadra. 

All’inizio non c’è un lavoro, ma una domanda. Arriva con una diagnosi di autismo al Nucleo Inserimenti Lavorativi (NIL) Valle Olona su segnalazione del Comune di Fagnano Olona, dopo una richiesta della famiglia. L’obiettivo è capire se esistono le condizioni per un inserimento lavorativo. «Il suo percorso nasce come quello di tutti i nostri utenti – spiega Maria Acunzo, educatrice del NIL – ma fin da subito ci ha chiesto di rivedere i nostri strumenti». 

La prima scelta che fa la differenza è allungare e approfondire la fase conoscitiva. Non solo colloqui, ma una rete: scuola, specialisti, famiglia. «Abbiamo aperto la maglia dei contatti, raccolto più informazioni possibili e lavorato in sinergia con tutti», racconta Acunzo. Con Enrico cambia anche il modo di comunicare, per renderlo il più efficace possibile: frasi brevi, elenchi numerati, supporti visivi. Ogni passaggio viene scritto, schematizzato, reso prevedibile. 

CAPIRE COSA FUNZIONA: L’OSSERVAZIONE E LA SCELTA  

Quando gli viene proposto l’“osservatorio”, cioè un periodo per conoscere diversi contesti lavorativi, si parte da Google Maps: vedere il luogo, l’ingresso, il percorso. È un dettaglio concreto, ma decisivo. Da qui prende forma un metodo: gradualità e anticipazione. 

Il primo banco di prova sono due laboratori: gestione documentale al computer e assemblaggi all’interno dell’area produttiva di Solidarietà e Servizi. Tre giornate ciascuno. È qui che emerge una preferenza chiara: «Nel reparto assemblaggi Enrico trova un equilibrio, fatto di manualità e lavoro condiviso al tavolo. 

Si passa quindi al secondo step: un tirocinio osservativo di due mesi, poche ore al giorno. Non si valuta la performance, ma come Enrico sta dentro il contesto. Poi il terzo passo: tirocinio formativo, sei mesi più proroga, fino alle 20 ore settimanali. Il 1° dicembre 2023 arriva l’assunzione. 

IMPARARE LAVORANDO: PROCEDURE E AUTONOMIA 

Nel reparto assemblaggi, Simone Torretta lo accoglie come tutor. «All’inizio abbiamo costruito per lui un ambiente prevedibile, con procedure scritte passo per passo», racconta. Un esempio concreto è la lavorazione per il cliente “Freccia”: inserire valvole nelle scatole, etichettarle correttamente, rispettare quantità e disposizione per la spedizione. «La sfida per noi è stata quella di ridurre al minimo i fattori imprevedibili». 

Con il tempo, però, qualcosa cambia. «Ha iniziato a segnalarci lui le cose che non andavano. Oggi gestire l’imprevisto è all’ordine del giorno». Anche gli aspetti più pratici si trasformano: all’inizio il contatto con parti metalliche sporche d’olio era difficile, poi ha trovato strategie, come usare i guanti, fino ad adattarsi. 

Il percorso non si ferma alla tecnica. «Non ha mai detto “non ci riesco”», sottolinea Torretta. E aggiunge: «Se devo riassumere la sua storia: una soddisfazione continua». 

Un altro episodio racconta il cambiamento: la patente. Dopo difficoltà iniziali, Enrico riesce a superare l’esame pratico. «Simone devo dirti una cosa importantissima: ho preso la patente e sono felicissimo», gli dice. Dietro quella frase c’è lo stesso metodo appreso al lavoro: prepararsi, prevedere, gestire l’imprevisto.  

OLTRE IL LAVORO: RELAZIONI, FIDUCIA E FUTURO  

Parallelamente cresce anche sul piano relazionale. «Siamo partiti da una grande difficoltà nelle interazioni – spiega la Acunzo – oggi è un ragazzo sorridente, che saluta, che fa domande».  

Il lavoro diventa così parte di un progetto più ampio. Enrico partecipa ad attività sociali, fa volontariato al canile, costruisce spazi di autonomia anche fuori dall’azienda. La rete resta attiva: incontri periodici con l’educatrice del NIL, confronto continuo, attenzione costante. 

Oggi ad attenderlo una nuova sfida: il passaggio, a partire dal mese di febbraio, al cantiere esterno, presso un’azienda di Olgiate Olona: un nuovo ambiente, nuovi colleghi, nuove abitudini.  

Un passaggio delicato, che Enrico ha affrontato con il solito metodo: gradualità e preparazione. Lui lo racconta così, restando concreto: «Ho incontrato colleghi che nelle giornate “nere” si interessano a me, chiedendomi come sto e cosa mi sta capitando, e che sono capaci di tirarmi su di morale. È bello il fatto che quando si lavora c’è spazio anche per uno scambio di battute simpatiche, che rendono tutto più leggero». 

Una sfida che per lui è un’altra straordinaria opportunità di crescita.  


Un selfie, una parola in meno, un passo in più: la storia professionale di Martina ad AliBlu 

Dai piccoli gesti quotidiani ai grandi percorsi di vita: il lavoro di Martina Bonoldi, educatrice professionale specializzata nei disturbi dello spettro autistico in Solidarietà e Servizi

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Martina Bonoldi durante un’attività con i bambini del Centro AliBlu

Alessio ha paura delle altezze, non ama essere fotografato e non sopporta alcune parole. «Non puoi dire ‘tu’, non puoi dire ‘tesoro’», racconta Martina Bonoldi, educatrice professionale di Solidarietà e Servizi. Le regole, con lui, sono rigide. I confini netti. Poi, un giorno, succede qualcosa. «Questa settimana ha deciso di farsi un selfie. Ce l’ha chiesto lui». 

È da qui che Martina parte per spiegare il suo lavoro. Non da definizioni, ma da momenti. «Per noi è un traguardo enorme», dice. «Perché dietro a quel gesto c’è fiducia, c’è apertura, c’è un cambiamento». 

A 30 anni, Martina Bonoldi ha già attraversato molte strade dell’educazione. Ma la direzione è sempre stata la stessa: la relazione. «Mi sono sempre sentita più affine al lavoro di aiuto, più che all’apprendimento didattico puro», racconta. Una bussola che l’ha portata, nel 2022, a entrare in Solidarietà e Servizi, dopo esperienze nella scuola, nell’assistenza domiciliare e persino come insegnante durante gli anni del Covid. 

Oggi Martina è educatrice e vicecoordinatrice ad AliBlu, centro diurno sperimentale per minori con autismo nato a Marnate nel 2024. Ma soprattutto è una delle protagoniste di una storia collettiva che parla di crescita, di comunità e di possibilità. «AliBlu è nato da zero, da pareti bianche. Vederlo prendere vita e contribuire alla sua costruzione è stato incredibile», dice. «Abbiamo progettato gli spazi pensando ai bambini, alle loro caratteristiche, ai loro bisogni. Ogni dettaglio ha un senso educativo».

OGNI BAMBINO, UN PROGETTO DI VITA   

AliBlu oggi accoglie 23 minori, prevalentemente della scuola primaria. Ma qui i numeri contano fino a un certo punto. «Ogni bambino ha un progetto ad hoc, costruito sul suo profilo di funzionamento», spiega Martina. «Non esiste un percorso standard. Ognuno ha il suo progetto di vita». 

Per alcuni significa lavorare sulla comunicazione, magari con strumenti di comunicazione aumentativa. Per altri vuol dire imparare a giocare con un coetaneo. «Facciamo attività in piccoli gruppi, andiamo in biblioteca, in piscina, al parco. Anche fare una fila o aspettare il proprio turno è un apprendimento». 

È questa la filosofia che guida il lavoro quotidiano: partire dalla persona, non dalla diagnosi. «Noi lavoriamo su piccole grandi autonomie». C’è chi impara a lavarsi le mani in autonomia. Chi riesce, per la prima volta, a salire sullo scivolo senza aiuto. Chi resta seduto a tavola qualche minuto in più. «Sembrano cose piccole, ma non lo sono», spiega Martina. «Sono competenze che permettono di stare nel mondo»

FARE RETE: IL VILLAGGIO INTORNO AL BAMBINO  

Dietro a ogni conquista c’è un lavoro invisibile, fatto di osservazione, confronto e rete. «AliBlu è solo un pezzo della vita del bambino», sottolinea Martina. «Per questo nel nostro lavoro è fondamentale costruire una rete: con la famiglia, la scuola, i servizi clinici. Serve un villaggio attorno al bambino». 

Una rete che è sì esterna, ma anche interna. Perché dentro Solidarietà e Servizi, i servizi dialogano, si confrontano e collaborano tra loro. «Siamo un arcipelago di isole che ha bisogno di ponti», dice Martina. «Ci confrontiamo continuamente con gli educatori degli altri centri, ci scambiamo strategie, ci supportiamo. È prezioso, soprattutto nei momenti di difficoltà». 

E le difficoltà non mancano. «È un lavoro impegnativo, a volte sfiancante», ammette. «Ci sono comportamenti problematici che vanno gestiti con grande attenzione. Ma anche lì cerchiamo sempre un senso: cosa ci vuole comunicare quel bambino?». 

FORMAZIONE, COMUNITÀ E FUTURO DELLE NEURODIVERGENZE   

La risposta, spesso, si trova nella relazione. «Il nostro strumento principale è la relazione», spiega. «Ma per usarla bene servono competenze. Per questo continuo a studiare». Dopo la laurea magistrale e un master sull’autismo, Martina è oggi iscritta a Scienze e tecniche psicologiche. «La formazione continua è necessaria. Il nostro lavoro segue i cambiamenti della società ed è indispensabile restare al passo con i tempi». 

Un impegno che Martina porta anche fuori dal centro. AliBlu è infatti molto attivo nella sensibilizzazione sul tema delle neurodivergenze. «Facciamo incontri nelle scuole, in università, sul territorio», racconta. «In piscina a Gorla, o negli spazi del comune di Marnate aperti al pubblico abbiamo tradotto la cartellonistica in comunicazione aumentativa. Sul territorio poi abbiamo organizzato letture inclusive e serate pubbliche.» 

Un esempio è la serata organizzata a Marnate per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. «Abbiamo raccontato la storia di Blu, una bambina a cui è stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico, che sembra vivere in una bolla», spiega Martina. «Il messaggio è che non devono uscire solo i bambini da quella bolla, ma anche le comunità. Devono imparare a vedere la neurodivergenza come nuovo punto di vista sul mondo». 

Anche l’esperienza formativa nelle università è stata significativa. «Siamo andati a raccontare la nascita di AliBlu agli studenti, all’Università dell’Insubria e in Bicocca», dice. «Non solo teoria, ma pratica, strumenti, casi reali. È stato un modo per creare rete e per fermarci a riflettere su quello che stiamo costruendo». 

Perché in fondo, il lavoro di Martina è proprio questo: costruire. Percorsi, relazioni, comunità. «La cosa più bella dell’essere educatrice? La creatività e il lavoro di équipe», conclude. «Se la squadra funziona, allora tutto diventa possibile». 

E ad AliBlu, ogni giorno, qualcosa di possibile prende forma. Un gesto, una parola, un selfie. Piccoli segni di un progetto più grande: quello di una vita che trova il suo spazio nel mondo. 


Quando l’Intelligenza Artificiale entra nella quotidianità: tecnologia e inclusione riscrivono il lavoro 

Dalla gestione documentale ai progetti futuri: nell’ Area Inserimento Lavorativo di Solidarietà e Servizi dove ci sono 114 lavoratori, di cui 78 con disabilità, l’intelligenza artificiale diventa alleata delle persone, non sostituta 

Ottavio al lavoro su una commessa di digitalizzazione

Nel cuore dei reparti dell’area lavoro, dove ogni giorno operano 114 persone – 78 delle quali con disabilità – l’intelligenza artificiale (AI) ha fatto il suo ingresso con un preciso obiettivo: affiancare, non sostituire. È così che, nel marzo 2026, ha preso ufficialmente il via un nuovo capitolo nella gestione documentale, una delle lavorazioni più strategiche, in cui si digitalizzano archivi cartacei per diversi clienti. 

Un cambiamento che non nasce all’improvviso, ma da un percorso iniziato nell’estate 2025, quando Alessandro Orsenigo, sviluppatore della società Conply di Giussano (MI), ha cominciato a supportare la Solidarietà e Servizi dal punto di vista consulenziale. 

UNA SCELTA CONSAPEVOLE: L’AI COME ALLEATA 

«A partire dal 2025 ci siamo interrogati sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nei nostri processi di lavoro, per rimanere al passo con i tempi», racconta Mariangela Mezzasalma, responsabile dei reparti BPO (Business Process Outsourcing), Gestione Documentale e Rigenesi. «Abbiamo scelto fin da subito un approccio chiaro: introdurre strumenti tecnologici che fossero integrativi e non sostitutivi, con grande attenzione al fatto che la standardizzazione non andasse mai a rimpiazzare il lavoro delle persone». 

LA SPERIMENTAZIONE NELLA GESTIONE DOCUMENTALE 

Quella della gestione documentale è stata la prima area di sperimentazione concreta. Qui l’Intelligenza Artificiale entra in gioco in una fase molto specifica: il data entry. I documenti cartacei, una volta digitalizzati, vengono elaborati da un sistema che estrae automaticamente le informazioni principali, precompilando i campi che prima venivano inseriti manualmente. 

«L’obiettivo è togliere il lavoro più ripetitivo e noioso», spiega Alessandro Orsenigo. «Diamo all’AI le istruzioni per leggere i documenti e proporre una prima compilazione. Ma il lavoratore resta centrale: a lui spetta la fase di controllo e validazione. L’AI può sbagliare, quindi la supervisione umana è fondamentale». 

TECNOLOGIA E LAVORO: UN EQUILIBRIO COSTRUITO INSIEME 

Un equilibrio costruito passo dopo passo. «Ci è stato dato un messaggio molto preciso», continua Orsenigo. «Efficientare e ottimizzare sì, ma senza mai sostituire le persone. I lavoratori devono rimanere parte del processo». 

Per arrivare a questo risultato, il lavoro è stato articolato in più fasi: dall’utilizzo dell’AI come supporto progettuale iniziale, fino allo sviluppo di veri e propri agenti intelligenti capaci di leggere documenti e restituire dati strutturati. «Oggi possiamo processare anche centinaia di documenti in una volta sola», aggiunge. «Ma il valore resta nella collaborazione tra tecnologia e persone». 

LA VOCE DI CHI LAVORA: L’ESPERIENZA DI OTTAVIO 

Chi questa trasformazione la vive ogni giorno è Ottavio, un operatore con disabilità della Gestione Documentale. Il suo lavoro si concentra nella fase di normalizzazione e data entry, proprio quella in cui l’intelligenza artificiale è stata introdotta. 

«Sono rimasto sorpreso all’inizio», racconta. «Ma ho subito pensato che potesse essere una bella novità. Prima il data entry era completamente manuale: bisognava cercare tutte le informazioni nel documento. Ora i dati sono già recuperati e devono essere controllati». 

Il cambiamento, spiega, non è solo tecnico ma anche operativo. «Ci sono differenze nel metodo di lavoro che, se ben imparate, possono essere molto utili. I dati preimpostati aiutano ad aumentare la produzione e riducono la difficoltà nell’inserimento e nella correzione». 

«Il bilancio è positivo. Non vedo contro al momento», conclude. «Consiglierei l’utilizzo dell’AI soprattutto per il data entry, ma anche per altri lavori che prevedono l’uso del computer». 

UNO SGUARDO AL FUTURO: INCLUSIONE E INNOVAZIONE 

L’esperienza della gestione documentale è però solo il primo passo. Lo sguardo è già rivolto al futuro, dove l’intelligenza artificiale potrà aprire nuove possibilità anche sul fronte dell’inclusione. 

«Stiamo ragionando su come l’AI possa supportare nuove tipologie di disabilità», spiega Mezzasalma. «Pensiamo, ad esempio, a persone con disturbi dell’attenzione o nello spettro autistico: la tecnologia potrebbe aiutarle nelle cosiddette ‘aree grigie’ del lavoro». 

Parallelamente, sono già in cantiere nuovi progetti: dall’evoluzione digitale dei manuali operativi – con chatbot e strumenti di training on the job – fino alla creazione di assistenti virtuali capaci di guidare i lavoratori tra procedure e microprocessi. 

«L’idea è costruire strumenti sempre più personalizzati», conclude Orsenigo. «Fino ad arrivare a un assistente AI che sappia adattarsi a contesti diversi e supportare il lavoratore in ogni commessa». 

AL CENTRO, SEMPRE LA PERSONA 

In questo percorso, però, una cosa resta invariata: la centralità della persona. Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il lavoro continua a essere prima di tutto una questione umana. 


“Oltre le parole”: la storia di Chiara, educatrice professionale che ascolta con gli occhi, le mani e il cuore 

Dal Sud alla Lombardia, dalla scuola al Centro Diurno Disabili Manzoni di Solidarietà e Servizi: il percorso di una giovane professionista che ha scelto di capire ogni bambino partendo dalla sua unicità, con strumenti che vanno dalla comunicazione aumentativa ai percorsi multisensoriali 

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L’educatrice professionale Chiara Della Valle durante un’attività con i bambini del Centro Diurno Disabili “Manzoni” di Busto Arsizio

Chiara Della Valle ha 29 anni, è educatrice professionale e lavora in Solidarietà e Servizi dal 2022, al Centro Diurno Disabili Manzoni. È arrivata in Lombardia dalla Campania pochi mesi dopo la laurea, con una valigia piena di libri, corsi di formazione e la certezza di aver scelto la strada giusta. 

«Mi sono laureata a ottobre 2018 e a febbraio 2019 ero già qui», racconta. «Avevo voglia di mettermi subito in gioco, di lavorare in un contesto che mi permettesse di crescere e di reinventarmi ogni giorno». 

La sua carriera inizia nell’educativa scolastica, come insegnante di sostegno a Milano, poi i centri estivi e un’esperienza in una residenza sanitaria per adulti con disabilità gravi. «Lì ho capito che il lavoro educativo era davvero il mio posto», dice. «Ho sempre avuto un animo un po’ da crocerossina, ma anche una grande curiosità per gli aspetti psicologici e relazionali». 

L’ARRIVO IN SOLIDARIETÀ E SERVIZI 

Nel 2022 arriva la chiamata di Solidarietà e Servizi. Il Centro Diurno Disabili Manzoni cercava una figura per seguire un bambino con comportamenti aggressivi. «Ho fatto il primo colloquio online, erano ancora anni post Covid», ricorda. «Sono entrata e ho capito subito che quella era la mia strada». 

Al CDD Manzoni, Chiara lavora in un’équipe di 15 operatori che seguono 36 bambini tra i 6 e i 18 anni, spesso con disabilità complesse e diagnosi multiple.  

OGNI BAMBINO È UNICO 

Un contesto dove nulla è standardizzato. «Ogni bambino è diverso», spiega. «E tutto parte sempre da lì: dalla persona che hai davanti, dalla sua unicità, dai suoi punti di forza ma anche dalle sue fatiche». 

Quando un nuovo bambino arriva al Centro, il primo passo è l’osservazione. «Facciamo un profilo funzionale completo, utilizzando anche le scale ICF*.  Guardiamo le abilità cognitive, motorie, comunicative, sociali. Solo dopo decidiamo su quali obiettivi lavorare». Per Chiara è una fase fondamentale: «Non puoi costruire un percorso se prima non capisci davvero chi hai davanti». 

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«Ogni bambino è diverso. Il primo passo è l’osservazione: tutto parte sempre da lì, dalla persona che hai davanti, dalla sua unicità, dai suoi punti di forza, ma anche dalle sue fatiche».

(Chiara Della Valle, Educatrice Professionale di Solidarietà e Servizi)


LA COMUNICAZIONE OLTRE LE PAROLE 

Negli anni Chiara ha sviluppato una competenza specifica: capire il linguaggio anche quando le parole non ci sono.  «Entrando qui mi si è aperto un mondo», racconta. «Conoscevo la LIS (Lingua dei Segni Italiana usata per persone non udenti) e avevo studiato il Braille (sistema di scrittura e lettura per persone non vedenti), ma la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) mi ha fatto capire quanto sia possibile andare oltre le parole». 

La CAA è oggi uno degli strumenti che utilizza di più. «È un linguaggio iconico, basato su immagini, che permette anche a chi non parla di esprimersi», spiega. «Ma non serve solo ai bambini non verbali. La usiamo anche con chi parla, per aiutarlo a costruire meglio le frasi o a organizzare il pensiero». 

Chiara racconta di bambini che indicano con il dito un simbolo, altri che porgono l’immagine per fare una richiesta, altri ancora che utilizzano agende visive per sapere cosa accadrà durante la giornata. «Sapere cosa succede dopo abbassa moltissimo l’ansia», dice. «È un modo per dare prevedibilità e sicurezza». 

COMUNICARE CON I CINQUE SENSI 

Il suo lavoro, però, non si ferma alle immagini. «La comunicazione passa anche dai sensi», sottolinea. Nella stanza multisensoriale, la cosiddetta Snoezelen, Chiara lavora con piccoli gruppi di bambini su luci, suoni, materiali, profumi. «Ogni persona ha un profilo sensoriale diverso. C’è chi si calma con il tatto, chi con la luce, chi con il suono». In quello spazio, racconta, anche i bambini con disabilità più gravi riescono a sperimentare il corpo e l’ambiente in modo nuovo. «È un luogo di sperimentazione, dove si può comunicare anche senza parole, attraverso il corpo e le sensazioni». 

FORMAZIONE CONTINUA: CRESCERE PER FAR CRESCERE 

Questa attenzione agli strumenti e alle metodologie è frutto anche di una formazione continua che Chiara non ha mai smesso di coltivare. «Ho sempre investito molto sui corsi», dice. «Autismo, metodo TEACCH**, sessualità e disabilità, laboratori creativi. Ogni competenza in più è una possibilità in più per i bambini». 

In Solidarietà e Servizi ha trovato un contesto che valorizza questo approccio. «La cooperativa tiene molto alla formazione permanente», spiega. «Facciamo corsi interni, aggiornamenti continui e ogni mese abbiamo la supervisione con una psicoterapeuta specializzata sull’autismo». Momenti che, racconta, non sono solo tecnici. «Portiamo casi, parliamo delle difficoltà, lavoriamo anche sulla comunicazione tra di noi. Sono momenti intensi, a volte anche emotivi, ma molto utili, che ci fanno crescere come professionisti e come persone». 

LE FATICHE E LE CONQUISTE 

Il lavoro al CDD non è sempre facile. «Ci sono momenti di frustrazione, quando un obiettivo tarda ad arrivare o addirittura si fanno passi indietro», ammette. Racconta di un bambino con una selettività alimentare rigidissima, seguito per tre anni con tabelle in CAA, rinforzi e piccoli cambiamenti graduali. «A volte sembrava di ricominciare da zero. Ma poi, piano piano, i progressi sono arrivati». 

E sono proprio quei progressi a darle la spinta per continuare. «La cosa più bella è quando vedi che un bambino raggiunge un obiettivo e gioisci insieme a lui», dice. «In quel momento capisci che tutta la fatica ha senso». 

IL VALORE DELL’EQUIPE

Accanto al rapporto con i bambini, Chiara sottolinea anche il valore del gruppo di lavoro. «Lavorare in un’équipe serena è fondamentale. Ci supportiamo, ci confrontiamo ogni settimana sui casi, ci diamo consigli». Un clima che, secondo lei, si riflette anche sui bambini e sulle famiglie. «Se gli adulti stanno bene tra loro, questo si sente. E i bambini lo percepiscono subito». 

Oggi, dopo tre anni al Centro Diurno Disabili Manzoni, Chiara è certa di aver trovato il suo posto. «Questo lavoro ti mette continuamente in discussione, ma ti restituisce anche tantissimo», dice. «Ogni bambino ti insegna qualcosa. E ogni giorno ti ricorda che comunicare non significa solo parlare, ma soprattutto riuscire a capirsi». 

Note

* Le Scale ICF sono strumenti basati sulla Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, utilizzati per descrivere, misurare e valutare il funzionamento, la disabilità e la salute di una persona

** Il Metodo TEACCH (Treatment and Education of Autistic and related Communication CHildren) è un approccio educativo strutturato per persone con autismo. Si basa sulla personalizzazione, l’uso di supporti visivi, la strutturazione dell’ambiente e del tempo per favorire l’autonomia e ridurre l’ansia.



Il pane che unisce: da un gesto di famiglia nasce una rete di solidarietà  

Domenica 29 marzo a Induno Olona la donazione dell’Associazione Panificatori di Varese: 3.000 euro per sostenere il progetto musicale di Solidarietà e Servizi, tra storie di vita, impegno e comunità 

L’Associazione Panificatori di Varese con le associazioni del territorio che hanno beneficiato della donazione

C’è una storia che profuma di pane appena sfornato e di emozioni condivise. Parte da una famiglia, attraversa un’associazione storica e arriva fino a un coro che canta sogni e possibilità. È la storia di Filippo Brombin e di sua figlia Elisabetta, ma anche di una comunità intera che ha scelto di trasformare il lavoro in solidarietà concreta. 

IL CANTO, LA PASSIONE DI ELISABETTA 

Elisabetta frequenta da alcuni anni il Centro Socio Educativo “La Bussola” di Solidarietà e Servizi. È lì che ha potuto esprimere una delle sue più grandi passioni: il canto.  Dallo scorso 2024 il progetto musicale si è strutturato ed oggi è il “Coro Camicie Aperte” e comprende una trentina di ragazzi con disabilità dei Centri Socio Educativi “Il Parco”, “La Bussola” e “Polaris” e del Servizio di Formazione all’Autonomia “La Stella”. «Cantare mi piace molto», racconta Elisabetta. «Suscita in me contentezza e soddisfazione». E ricorda ancora con emozione la sua prima esibizione: «Ero molto tesa, ma alla fine tutti quegli applausi mi hanno fatto commuovere». 

LO SGUARDO DI UN PADRE 

Accanto a lei, sempre, suo padre Filippo. Panificatore e titolare del Panificio “Il Buon Pane” di Busto Arsizio, è stato lui a creare il ponte tra la sua esperienza personale e l’impegno con l’Associazione Panificatori della provincia di Varese. «Sono rimasto stupito dall’organizzazione e dall’impegno amorevole che tutti – responsabili, educatori, autisti e volontari della cooperativa – mettono ogni giorno per rendere la vita migliore a questi ragazzi», spiega. «Come Associazione Panificatori nel mese di settembre abbiamo partecipato ad AgriVarese (la principale fiera agricola della provincia di Varese), per la prima volta organizzata a Busto Arsizio.  Quando si è trattato di suggerire un ente del territorio a cui destinare le donazioni raccolte, ho pensato subito a Solidarietà e Servizi». 

UNA SCELTA CONDIVISA

Una proposta accolta senza esitazioni. E così, domenica 29 marzo, durante un pranzo a Induno Olona presso il Ristorante Due Lanterne, l’Associazione Panificatori ha consegnato ufficialmente una donazione di 3.000 euro destinata al progetto musicale, in particolare al coro “Camicie Aperte”, di cui Elisabetta fa parte. 

LA MUSICA CHE EMOZIONA 

Per Filippo, la musica è molto più di un’attività: «È il progetto che più mi affascina. Vedere esaudire il desiderio di Elisabetta mi riempie di gioia. Ogni esibizione mi commuove». 

«Questa donazione ci permetterà di migliorare la qualità del suono e delle performance», spiegano le responsabili del progetto musicale Sonia Ferraro, Carmen Sportiello, Serena Bottigelli e Ilaria Cannizzaro. «Pensiamo di acquistare microfoni panoramici, aste, casse e una pianola per le prove. È un passo importante per far crescere il coro». 

UN RICONOSCIMENTO PER IL LAVORO EDUCATIVO 

Ma il valore va oltre gli strumenti. «Ricevere questa donazione significa anche ottenere visibilità e un riconoscimento positivo per il nostro lavoro», sottolineano. E i progetti non mancano: «Nei prossimi mesi porteremo lo spettacolo “Il filo di una vita” nelle scuole del territorio e presso la Comunità “Marco Riva”*,  con cui abbiamo avviato una collaborazione. Per il 2027 abbiamo un sogno nel cassetto: cantare anche al “binario 21”** di Milano. In parallelo stiamo già lavorando a un nuovo progetto, costruito insieme ai ragazzi, partendo dalle loro idee e dalle loro emozioni». 

LA TRADIZIONE SOLIDALE DEI PANIFICATORI 

Dietro questo gesto c’è una lunga storia di impegno. L’Associazione Panificatori della provincia di Varese nasce nel secondo dopoguerra come realtà di rappresentanza della categoria, ma dagli anni ’80 affianca all’attività sindacale una forte vocazione sociale. «Tradizionalmente organizziamo la “festa del pane” per sostenere realtà del territorio», racconta il presidente Franco Borroni. «È un modo per restituire qualcosa alla comunità». 

Eventi come AgriVarese diventano così occasioni preziose, non solo per raccogliere fondi, ma anche per rafforzare il senso di appartenenza. «Le nostre feste hanno due scopi: sostenere progetti attraverso le donazioni e tenere unita la categoria nel segno della solidarietà», spiega Borroni. «Quando vedo una grande partecipazione dei nostri associati ne vado davvero fiero». 

IL TEMPO LIBERO DI FORNAI E FORNARINE MESSO A DISPOSIZIONE 

Un orgoglio che nasce soprattutto dal sacrificio condiviso. «Non è solo staccare un assegno, non avrebbe lo stesso valore», sottolinea. «I 15.000 euro che doniamo quest’anno sono il frutto del lavoro di circa 50 persone che nel 2025 hanno più volte sacrificato il loro giorno di riposo per una nobile causa. Fornai, fornarine, volontari: persone che mettono a disposizione il loro tempo e le loro energie per fare del bene». 

Oltre a Solidarietà e Servizi, anche altre realtà hanno ricevuto il contributo dell’associazione panificatori varesina: la Fondazione Il Ponte del Sorriso di Varese,  l’Associazione “Con Andrea” di Gavirate,  il Centro Sclerosi Multipla dell’Ospedale di Gallarate.  

UNA VOCE CHE CRESCE 

«Questa donazione serve per migliorare il progetto musicale, che è la cosa che più mi piace fare», dice Elisabetta, con semplicità. 

E in quelle parole c’è tutto il senso di questa storia: il pane che diventa opportunità, il lavoro che si fa dono, la solidarietà che prende voce. Una voce che canta, e che grazie a questo gesto potrà farsi ancora più forte. 

Note:

* Comunità “Marco Riva”: storica comunità terapeutica di Busto Arsizio per l’accoglienza, l’assistenza e il recupero di persone con dipendenze da sostanze 

** “Binario 21”: luogo storico, a Milano, presso la Stazione Centrale, da cui, tra il 1943 e il 1945, partivano i treni merci carichi di ebrei e oppositori politici verso i campi di sterminio nazisti. Oggi è diventato il luogo simbolo del Memoriale della Shoah

Borghi e Oldrini nel nuovo consiglio di Federsolidarietà Insubria 

Due rappresentanti di Solidarietà e Servizi entrano nel nuovo consiglio di Federsolidarietà Insubria: eletti il 6 marzo 2026 a ComoNExT – Innovation Hub per il mandato 2026-2030. Autonomia abitativa, lavoro e rete le loro parole chiave per il futuro 

Foto di gruppo dei rappresentanti di FederSolidarietà Insubria a ComoNExT – Innovation Hub lo scorso 6 marzo

Due esponenti di Solidarietà e Servizi entrano nel nuovo consiglio di Federsolidarietà Insubria, rafforzando la rappresentanza della cooperazione sociale impegnata nel campo della disabilità e dell’inclusione lavorativa. 
Il rinnovo delle cariche, avvenuto il 6 marzo, segna l’inizio di un mandato che punta a costruire un sistema più coeso, capace di affrontare le trasformazioni del welfare. 
Al centro, una parola chiave condivisa: lavorare insieme. 

A guidare la Federazione per le provincie di Varese e Como, sarà Maurizio Martegani, che succede ad Aldo Montalbetti. Il nuovo consiglio interprovinciale, composto da 18 membri provenienti dai diversi settori del sociale, opererà con deleghe tematiche, valorizzando competenze ed esperienze. 

Tra i protagonisti del nuovo corso, Giacomo Borghi e Filippo Oldrini, già consiglieri delegati in Solidarietà e Servizi, chiamati a svolgere un ruolo non solo di rappresentanza, ma anche operativo all’interno della Federazione. 

Borghi potrà mettere a disposizione un’esperienza consolidata sul tema della disabilità, in particolare sui percorsi di autonomia abitativa, sul “dopo di noi” e sul progetto di vita delle persone. Un contributo che si estende anche all’evoluzione normativa del sistema socio-sanitario, soprattutto per quanto riguarda le comunità socio-sanitarie (CSS) e i centri diurni disabili (CDD).

Oldrini, al suo secondo mandato, sarà invece impegnato sui temi del lavoro e delle cooperative sociali di tipo B, con un’attenzione specifica all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e allo sviluppo di reti e consorzi tra cooperative.

LE CHIAVI DI CASA: AUTONOMIA E “DOPO DI NOI”

Borghi ha scelto un oggetto simbolico per raccontare il proprio impegno: un mazzo di chiavi.  «Ho portato le chiavi di casa – spiega – perché indicano la possibilità per una persona con disabilità di costruirsi una vita indipendente, un proprio progetto di vita, a partire dal proprio desiderio di vita autonoma». 

Un tema centrale, soprattutto in una fase di evoluzione normativa del sistema socio-sanitario, che «ci auguriamo da un lato superi gli attuali modelli organizzativi dei servizi socio-sanitari centrati sulla standardizzazione e il minutaggio, per assecondare il cambio di paradigma della recente riforma della disabilità (D.lgs. n. 62/2024) centrata sul Progetto di Vita, e dall’altro  attui quanto previsto dall’art 55 del Codice del Terzo Settore (Coprogrammazione e Coprogettazione). Siamo in un momento di cambiamento ed è importante che le cooperative contribuiscano, portando esperienza e concretezza sui servizi per la disabilità» – conclude. 

Accanto all’autonomia, emerge con forza il valore della rete: «Essere in relazione con le altre cooperative sociali permette di migliorare il nostro lavoro. Insieme possiamo costruire risposte più efficaci rispetto a quelle che ciascuno riuscirebbe a dare da solo». 

Borghi potrà mettere a disposizione un’esperienza consolidata sul tema della disabilità, in particolare sui percorsi di autonomia abitativa, sul “dopo di noi” e sul progetto di vita delle persone.

(Giacomo Borghi, Consigliere Delegato di Solidarietà e Servizi)

LE FELPE: IDENTITÀ E LAVORO CHE DÀ VALORE

Se Borghi mette al centro la dimensione dell’abitare, Oldrini punta sul lavoro come elemento identitario e di costruzione della persona. In assemblea ha portato due felpe, una nera e una blu. «Queste felpe rappresentano il senso di appartenenza per lavoratori e tirocinanti, diversi, ma uniti nella stessa comunità – racconta – ma soprattutto l’idea di un lavoro buono, un lavoro vero che fa bene». 

Il suo impegno sarà rivolto in particolare al rafforzamento dei percorsi di inserimento lavorativo: «La parola chiave è sistema. Dobbiamo superare le divisioni e costruire connessioni tra cooperative, servizi e territori». 

E ribadisce: «Sistema significa non solo non farsi concorrenza, ma collaborare e progettare insieme. Solo così possiamo creare opportunità stabili e dare risposte concrete, soprattutto alle persone più fragili». 

Oldrini sarà impegnato sui temi del lavoro e delle cooperative sociali di tipo B, con un’attenzione specifica all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e allo sviluppo di reti e consorzi tra cooperative.

(Filippo Oldrini, Consigliere Delegato di Solidarietà e Servizi)


UNA VISIONE CONDIVISA PER IL FUTURO

Il nuovo mandato si apre in un contesto complesso, segnato da sfide demografiche, sostenibilità economica e carenza di personale qualificato. In questo scenario, FederSolidarietà Insubria punta a rafforzare il proprio ruolo anche sul piano politico e strategico. 

Non solo gestione di servizi, ma capacità di incidere nella programmazione delle politiche sociali, in collaborazione con le istituzioni. Un percorso che passa dalla costruzione di un vero sistema interprovinciale, capace di superare i confini locali e valorizzare le differenze. 

Come in una costellazione – la metafora evocata nel video proiettato durante l’assemblea del 6 marzo scorso –  dove ogni realtà mantiene la propria identità ma contribuisce a una luce comune. Ed è proprio da questa visione condivisa che prende forma il nuovo cammino della cooperazione sociale insubrica.