Martina, assistente sociale tra due mondi: “Qui sto costruendo qualcosa”
Dall’ente pubblico alla cooperativa, passando per famiglie, fragilità e lavoro di équipe: la storia di Martina, giovane assistente sociale di Solidarietà e Servizi che ha scelto di restare

Quando cambia ufficio, cambia anche “cappello”. Due giorni a Sesto Calende, dentro un servizio in appalto dell’ASST Sette Laghi. Tre giorni nei servizi di Solidarietà e Servizi, tra centri diurni, famiglie e progetti educativi. «A volte mi sveglio e sono l’assistente sociale dell’ente pubblico, altre volte quella della cooperativa», racconta Martina, 26 anni. «Non è sempre semplice, ma mi ha insegnato tantissimo».
Martina entra in Solidarietà e Servizi nel 2023, subito dopo la laurea in Servizio Sociale all’Università Cattolica. All’inizio è solo uno stage extracurricolare. «Avevo studiato tante cose sui libri, ma volevo vedere cosa significassero davvero nella pratica». Così scrive alla cooperativa, fa un colloquio e viene affiancata a una collega esperta. «Entrare in un ente e iniziare a osservare i servizi è stato come iniziare a ‘masticare’ davvero il lavoro».
Pochi mesi dopo arriva l’abilitazione da assistente sociale, poi l’assunzione. «A 23 anni avevo già un contratto stabile mentre tanti miei coetanei erano ancora in cerca della loro strada. Mi sono sentita molto fortunata».
COSTRUIRE PROGETTI DI VITA TRA PUBBLICO E COOPERATIVA
Oggi Martina lavora su due fronti. Nel Servizio Fragilità dell’ASST (servizio che Solidarietà e Servizi gestisce in appalto) continua ad accompagnare adulti con disabilità e le loro famiglie nella costruzione di un progetto di vita. «Accogliamo le persone, ascoltiamo i bisogni, costruiamo reti con Comuni, medici, servizi territoriali». In pratica, spiega, l’assistente sociale diventa “un ponte tra sanità e territorio”.
Ci sono colloqui delicati, visite ai servizi, incontri con famiglie spesso stanche e disorientate. «A volte entriamo in aspetti molto intimi della vita delle persone. È una grande responsabilità».
Poi ci sono le situazioni concrete: il ragazzo che deve terminare la scuola e non sa quale sarà il suo futuro, il caregiver esausto che ha bisogno di sostegno, la famiglia che cerca un centro adatto al figlio adulto con disabilità. «Il nostro lavoro è trovare connessioni e costruire possibilità».
Nei giorni in cooperativa, invece, Martina segue gli inserimenti nei servizi diurni e residenziali di Solidarietà e Servizi. «Qui vedo i percorsi crescere nel tempo. Le persone cambiano, le famiglie cambiano, e anche i progetti devono cambiare con loro».
Un esempio? «Quando una persona entra in un servizio residenziale non è mai solo un ‘ingresso’. Dietro c’è un percorso di preparazione, colloqui con la famiglia, valutazioni con psicologi ed educatori, momenti di prova. È un passaggio enorme nella vita di tutti».
Martina segue anche “Il Cortile”, progetto rivolto alle famiglie di bambini con disabilità o disturbi dello sviluppo. «Spesso arrivano genitori molto spaventati, disorientati dalla diagnosi. A volte hanno semplicemente bisogno di capire da dove partire».
LA FORZA DELL’ÉQUIPE E DEI PUNTI DI RIFERIMENTO
La parte più difficile? «Cambiare continuamente prospettiva», ammette. «Cambiano i territori, le reti, gli obiettivi, perfino le strade per arrivare al lavoro. È faticoso, ma anche molto stimolante».
E poi c’è il peso emotivo. «Lavoriamo a contatto con la fragilità delle persone. Non sempre è facile portarsi dietro certe storie». Per questo, dice, il lavoro di équipe è fondamentale. «In Solidarietà e Servizi ho trovato punti di riferimento veri. Coordinatori, colleghe, persone con più esperienza che diventano quasi maestri».
Martina parla spesso al plurale. «Quando un progetto funziona non è mai il lavoro di una sola persona». Racconta delle supervisioni, dei focus group, delle formazioni interne. «Qui non ti senti lasciata sola. C’è sempre qualcuno con cui confrontarsi».
Ed è proprio questo clima che ha pesato nella scelta più importante degli ultimi mesi.
IL CONCORSO NEL PUBBLICO E LA SCELTA DI RESTARE
A dicembre 2025 Martina partecipa a un concorso pubblico dell’ASST Valle Olona. Lo supera. A febbraio 2026 arriva la chiamata dall’ospedale per un posto da assistente sociale in ambito sanitario. «Ho fatto il concorso per mettermi in gioco, per capire se fossi in grado». Il posto pubblico, ammette, aveva aspetti interessanti: stipendio più alto, maggiori tutele, prospettive stabili. «Ci ho pensato davvero».
Poi ha scelto di restare. «In quest’anno qui ho costruito relazioni, equilibrio, competenze. Sento di poter crescere ancora».
Sorride mentre lo dice, quasi sorpresa della propria scelta. «Credo che il pubblico possa aspettare. Sono giovane, voglio ancora fare esperienza».
E forse è proprio questo il punto. Martina appartiene a una generazione cresciuta nell’incertezza, senza l’idea del “posto fisso per tutta la vita”. «I miei genitori avevano percorsi lineari. Noi costruiamo un pezzo alla volta».
Per ora, il suo pezzo di strada continua qui. Tra équipe, famiglie, fragilità e progetti che cambiano forma insieme alle persone.


